Giacomo Zanella, prete e poeta scientifico

Sopra la conchiglia fossile – nel mio studio

Non è strano che uno dei pochi poeti scientifici italiani sia stato un prete? Oramai quasi dimenticato dalle antologie, citato di sbieco nelle storie della letteratura, il poeta vicentino Giacomo Zanella (1820–1888) fu sacerdote, patriota e professore di lettere e filosofia (un suo allievo fu Antonio Fogazzaro). Venne allontanato dall’insegnamento a causa delle sue idee patriottiche e solamente dopo che il Veneto fu annesso all’Italia poté ritornare ad insegnare all’Università di Padova, di cui divenne anche rettore.

La sua prima raccolta di versi di tendenza romantica vide la luce nel 1868. La produzione poetica del Zanella durò per circa vent’anni, fino alla morte, e fu originale rispetto al panorama letterario del suo tempo per la capacità di presentare in versi argomenti di carattere scientifico e il tentativo di conciliare religiosità cattolica, cultura positivista e problemi sociali (come il lavoro operaio e la povertà). Zanella visse in un’epoca di trasformazioni politiche, letterarie e soprattutto scientifiche, che accolse con favore e inserì in una visione provvidenziale della storia.

Le scelte poetiche dello Zanella contribuirono a collocarlo, nell’ambiente culturale del suo tempo, in una posizione anomala. Egli, infatti, fu mal visto sia dal mondo culturale laico, per il suo rifiuto delle tesi materialistiche, sia da una parte delle autorità ecclesiastiche per il patriottismo, la scienza e l’interesse per la “questione sociale”.

La sua poesia più famosa è Sopra la conchiglia fossile – nel mio studio. Motivo d’ispirazione fu la vista di una conchiglia fossile, trovata in un luogo montano e adoperata come fermacarte. Il poeta, contemplando la conchiglia, medita sulle età più antiche della terra e sul destino dell’umanità, il cui futuro nasce dalle ceneri del passato attraverso un percorso che coinvolge l’intero universo.

Quest’ode, di cui sotto riporto un estratto, fu scritta di getto tra l’8 e l’11 marzo del 1864 e fu apprezzata. anche da Alessandro Manzoni, come testimonia lo stesso Zanella nella lettera, datata 30 aprile 1869, inviata al collega Pietro Mugna: «è qui il marchese d’Adda di Milano, che volle conoscermi per dirmi che Manzoni aveva imparata a memoria la mia “Conchiglia” e che egli stesso lo aveva udito recitarla…»

Sul chiuso quaderno
di vati famosi,
dal musco materno
lontana riposi,
riposi marmorea
dell’onde già figlia,
ritorta conchiglia.
.
Occulta nel fondo
d’un antro marino,
del giovane mondo
vedesti il mattino;
vagavi co’ nautili,
co’ murici a schiera,
e l’uomo non era.
.
Per quanta vicenda
di lente stagioni,
arcana leggenda
d’immani tenzoni
impresse volubile
nel niveo tuo dorso
de’ secoli il corso!
(…)
Tu, prima che desta
a l’aure feconde,
Italia la testa
levasse da l’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli
pascevi le valli.
.
Riflesso nel seno
de’ ceruli piani,
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.
(…)
Pur baldo di speme
l’uom, ultimo giunto,
le ceneri preme
d’un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi augùri.
.
Su i tumuli il piede,
ne’ cieli lo sguardo,
a l’ombra procede
di santo stendardo;
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti diêro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinserra,
è giovin la terra.
.
Eccelsa, segreta
nel buio de gli anni,
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni:
con brando e con fiaccola
su l’erta fatale
ascendi, mortale!
(…)

Milton e Galileo

L’incontro avvenuto nel 1638 nell’esilio ad Arcetri tra John Milton e Galileo Galilei colpì molto l’immaginario ottocentesco. Giacomo Zanella dedicò all’episodio un poemetto, scritto in uno stile un po’ ostico per la sensibilità odierna e dalle vaghe tentazioni miltoniane, intitolato proprio Milton e Galileo, che uscì nella sua prima raccolta poetica.

Nella dedica all’amico Fedele Lampertico della prima edizione dei suoi versi, scrisse: «I soggetti che più volentieri ho trattato sono quelli di argomento scientifico, ma non è già l’oggetto della scienza che mi paresse capace di poesia, bensì i sentimenti che dalle scoperte della scienza nascono in noi; per questo non ho mai posto mano ad uno di questi soggetti, che prima non avessi trovato il modo di farvi campeggiare l’uomo e le sue passioni, senza cui la poesia, per ricca che sia d’immagini, è senza vita. Ciò si vedrà ne’ versi, che hanno per titolo MILTON E GALILEO (…) Milton giovane, viaggiando in Italia, ebbe agio di vedere Galileo. Lo ricorda egli stesso nella sua Aeropagitica; e da due passi del poema, in cui tocca della Luna veduta col telescopio del Toscano geometra, si può argomentare che l’Italiano facesse godere l’Inglese quello spettacolo allora nuovo. Quella visita mi parve soggetto opportuno ad esporre alcune idee sulla religione e sulla scienza, che altrimenti non mi sarei avventurato a mettere in versi».

Le “idee sulla religione e sulla scienza” dello Zanella sono innovative per un sacerdote della sua epoca (sul soglio pontificio sedeva Pio IX), in quanto cercano di inserire le scoperte scientifiche e le novità tecnologiche in un disegno provvidenziale. Così Galileo ci viene presentato come un cattolico osservante, quasi comprensivo per i suoi inquisitori, pronto a controbattere alle osservazioni indignate del giovane protestante Milton fino quasi a convincerlo. Trovo tuttavia curioso ed inquietante che si tratta dello stesso Galileo che ci viene presentato oggi, dopo centocinquanta anni, dai vertici ecclesiali e dalla saggistica parascientifica e agiografica degli scienziati devoti alla Zichichi.

L’opera si apre con l’arrivo di Milton nell’esilio di Arcetri, dove lo scienziato, vecchio, malato e ormai quasi cieco, è accudito dalla figlia Maria, suora del vicino convento:

A te levo il pensier, Milton divino.
Ed a te, Galileo, quando seduti
Sui toschi poggi a libero sermone
L’ eccelse anime apriste. E non v’ intese
Altri che l' ombre della queta sera,
Le mute siepi e le sorgenti stelle
Che parean su’ romiti orti d’ Arcetri
Piovere ossequiiose il primo raggio.

L’orgoglio dello studioso è il primo a emergere nell’animo di Galileo:

“Aprimi il ver. Son io creduto ancora?
Fra i magnanimi pochi a cui rifulse
De’ novi dommi il raggio, i miei volumi
Ancor son vivi? Ovver dal dì che affranto
Dall’ etade e da’ morbi, io derelitto
Vecchio tremante, delle corti ignaro.
Avvolto di nemici e combattuto
Da mortali terrori, alle minacce
Del Vatican m’ arresi e la parola
Rinnegatrice di mie glorie emisi,
Tutto forse perii ? Perì la luce
Ch’io primo accesi? Nell’antica notte
Ricadranno le genti, a cui sì bella
Di secolo miglior l'alba sorgea?”

Milton lo rassicura:

“De’ tuoi naufragi il Vaticano, e chiuso
Nel silenzio sperò di questi colli
L’ odiato vero. Ma la tua parola
Indefessa viaggia, e non del Reno
Alle rive soltanto e del Tamigi,
Ove già franco de’ vetusti ceppi
Liberissime vie batte il pensiero;
Ma del nemico Tevere sull’onde
Venerata risuona; e qualche pio.
Cui la porpora ancor dell’ intelletto
Il lume non offese, a’ novi veri
Segreto applaude, e sulle tue sventure.
Che immortale di Roma onta saranno,
Versa, arrossendo, generoso pianto”.

Ma il pisano lo sorprende con una dichiarazione di fedeltà alla chiesa romana:

“Ma de’ miei padri mi sarà giocondo
Addormentarmi nella Fé : ne andranno
Le mie figlie felici; e di riposo
A questa faticata anima Iddio
Largo sarà, di cui l’augusto accento
A riverir nel Roman Padre appresi”.

Provocando l’indignata reazione dell’inglese, che critica lo sfarzo del papa e dei cardinali:

“Supremo regnator l'uom che de’ servi
Servo si chiama. Allor dal tempio in bando
Le virtù se n’ andar che fean la stola
Venerabile al mondo. Allor d’ imperi
E di porpore e d’ oro una superba
Febbre i cori riarse : empio mercato
Di mendaci dispense e di perdoni
Entro il tempio s’ aprì : la terra accorse
Credula, e l’oro al poverel negato
Cesse all’altar, perchè più sontuosi
Ondeggiassero i manti al sacerdote,
E di fuggenti colonnati e d’aule,
Come il deserto, paurose, avvolti
Fossero al molle Archimandrita i sonni.
(…)
Tal Roma io vidi. E tu, Divino, a questo
Di bugiardi splendori idol caduco
La fronte inchini trepidando? Tu
Sovra la curva de’ rotanti soli
Uso a colloqui coll’ Eterno, udirne
Credi la voce d’ un Urban sul labbro?»

Il Galileo di Zanella replica, rimproverando coloro che si sono allontanati da Roma, con la tipica visione ecumenica dei cattolici: tutti uniti, ma sotto il papa:

“Figlio, dell’ uomo tu nel cor non leggi,
E poeta non sei. L’ Onnipotente
Ben io nel volto delle stelle adoro :
Pur quando all’alba l'umile chiesuola,
Che vedi là, m’accoglie, e l’inno ascolto
Delle devote vergini, lo Sposo
Propizianti a’ nostri error, più cara
Né nien solenne dentro mi risuona
La voce dell’ Eterno”.
(…)
Nel superbo pensier tutto raccolto,
«Perchè, dicea, perchè l’ eroica gente
Che pe’ lati Oceàni alle venture
Schiatte prepara gli opulenti seggi
D’ inclite industrie, se comuni i fasti
Ed il sangue ha comun, perchè l’altare
Non ha comune, ed unica non suona
De’ fratelli la prece ? A suo talento
Perchè ciascuno Iddio si foggia, e muta,
Come muta stagion, riti e costumi?
Ah, se custode de’ celesti veri
Autorità non siede e sola il pane
Di sapienza a’ parvoli non frange,
D’ umane fantasie ludibrio, o fìglio.
Vedrai farsi l’Eterno; e stanca l’alma
Del vano fluttuar, come fanciullo
Indispettito che le case atterra
Fabbricate per gioco in sulla sabbia,
Gl’idoli suoi respingere, e la creta
Delirando abbracciar, ultimo nume».

Il dialogo viene interrotto dai canti delle suorine intente al vespro serale nella chiesa del vicino convento. Riprende con la richiesta di Milton di provare il telescopio. Galileo lo fa portare dalla figlia e si lancia in una lunga apologia della rivoluzione resa possibile dallo strumento, con la Terra che ha perso la sua posizione privilegiata (ma la ragione dell’uomo ne è stata glorificata) e con il Sole diventato il centro dell’universo (ma le sue macchie mobili ne turbano la perfezione) :

E questa Terra che un vetusto orgoglio
Dell’ universo salutò reina,
Stabil reina, a cui ministri intorno
Il sole si aggirassero e le stelle
Disseminate per l’immenso vano,
Io, giusto librator, balzai di trono
E fra l’ancelle rilegai. Le toghe
Furibondi squarciar, d’alti clamori
Assordarono i chiostri e le tribune
I novi Scribi, a cui l’adulterato
Aristotile e l’irto sillogismo
Fruttavan agi, riverenza e fama.
Me temerario novator; di Roma
Me schernitor gridarono i maligni.
Me blasfemo e sacrilego: le genti
Teser l’orecchio abbrividendo; un motto
Poi lanciar sul caduto e dileguaro.
Io di Roma nemico? Se di Dio
A lei cale diffondere l’onore.
Opra feci diversa io, che nel tempio
Delle divine glorie non fumante
Cera o vile licor, ma sterminati
Gruppi di soli, pria non visti, accesi?
Io rapitor di sua corona all’ uomo ?
Io che tratta di dosso al vanitoso .
Una porpora irrisa, ale gli diedi
Da spaziar nell’ Infinito, e gli astri.
Ultime scolte a’ limiti del mondo,
Di sua ragion sommettere al comando?
(…)
E tu, vase di fiamma, astro gigante,
Che regalmente la movenza affreni
De’ seguaci pianeti, augusto Sole,
Dell’ immoto tuo soglio e de’ torrenti
Lucidi, che pel nero etra diffondi.
Non superbir! Col vindice baleno
Le mie pupille saettasti intente
Nel tuo volto sovran ; ma non sapesti
Già le tue macchie ascondermi, o nebbioso
Genitor della luce. Ampi di fumo
Oceani io distinsi e. rubiconde
Isole fluttuar entro il tuo seno
Ch’ incessante bufera agita e squarcia.

Finalmente il giovane Milton può accostare l’occhio alla lente del telescopio. Il dialogo tra i due giunge persino ad ipotizzare l’esistenza degli extraterrestri, ma si conclude con un invito di Galileo a non trarre conclusioni che il libro della natura non può e non vuole svelare:

Lo sguardo v’appressò, né lungamente
Stette l’Anglo a mirar, che si ritrasse
Impaurito dell’ arcana possa
Che al ciel pareva avvicinarlo. Immota
Maria sorrise; ed ei riscosso alquanto
Dall’immenso stupor, «Montagne e valli,
Esclamava, toccai! Tra mondo e mondo
Qual ponte hai steso, o Galileo! Ma dimmi :
Quegli aspetti son veri? O vana immago
Svia con bugiarda somiglianza il senso?»
(…)
«E vi son mari e fiumi? Il suol s’ ammanta
D’ erbe e di mèssi? Le felici lande
Sguardo rallegra d’ anime viventi?»
E l’austero Geometra: «Tu chiedi
Più che non possa mia scienza apporti ;
Né mai giorno verrà che a tanto attinga
Intelletto mortal. Ma quando io scerno
Che abitabili piagge han Marte e Giove,
E di spirabil aere vestita
Iride e nembi Venere conosce.
Credibile non panni che Colui,
Che l’ostel fabbricò, voto il lasciasse
D’ abitatori. Esìl grano d’ arena
Nell’oceàn degli esseri è la terra.
Sé noi, cotanto in fondo, i firmamenti
Pur abbracciam coll’alma, e contemplando
Di giro in giro ci leviamo a Dio,
Chi torrammi la fé, che popolate
Sian di più pure, amanti Intelligenze
Le più nobili sfere, e ripercosso
Da tutti quanti i cieli, unico, immenso
Inno di lode al Creator risuoni?
Tal mi detta una fé; sull’alto arcano
Tace scienza.” (…)
.
“Allor ch’ io venni
Ne’ suoi giardini, a me disse Sofia:
Figlio, del mondo le riposte origini
Non ricercar, né a qual lontano termine
L’ universo si volva : impervie tenebre
All’ umana ragion, quando la fiaccola
La Fé non alzi e l'atro calle illumini.
Modesta più, ma men fallace indagine
A te fia di natura il libro svolgere
Che chiuso giace, di segrete sillabe
Tutto vergato e d’incompresi numeri”.

E l’orgoglio dell’uomo non lo spinga alla perdizione. Galileo (cioè Zanella) denuncia l’arroganza dell’uomo che, pieno della sua scienza, si è sostituito a Dio:

L’ uom trascorre la terra, ed al suo cocchio
Docili aggioga le selvagge forze
Che gli evi tenebrosi empiean di larve.
L’ ali incatena al fulmine: il listato
Cinto fura alla luce; e gli elementi
A suo senno stemprando, a novi corpi
Origin dona : civiltà procede,
E di saper, di costumanze e d’agi
Più nobil fassi e più gentil la vita.
Cotanta di trofei mèsse corranno
Lungo il sentier, che ritentando. non io schiusi,
Le non remote età! Di sue conquiste
Il mortai tuttavia non inorgogli;
Né sé creda alle cose unico sire.
Unica legge e fine. I monti adegui :
Misuri i mari: annoveri le stelle ;
Ma dì non sia, che baldanzoso usurpi
Trono non suo (…)

Milton sembra convinto, e si propone di scrivere un’opera sulla caduta dell’uomo provocata dall’orgoglio (sarà il Paradiso perduto):

Che virtù nova dalla tua parola
Attinge, Galileo. Veglio divino!
Poi che sinistro antiveder t’ accora,
E paventi che tumida d’ orgoglio
Scienza contro Dio l’armi non prenda;
Io rammentando al secolo superbo
L’ antico fallo, ond’ abbia esempio e freno,
Dell’ uom la prima inobbedienza e ‘l frutto
Canterò del vietato arbore, amaro
Frutto letal, che sulla terra addusse
Onda infinita di sciagure e morte.
Oltre l’Eden perduto ; infin che scende
Da’ cieli a ristorarne Alma più grande
E ne racquista le beate sedi”. (…)