Che cos’è la Filter Bubble

Anche nota come Echo Chamber. E quali sono i rischi che nasconde

Forse non ve ne siete accorti, ma il mondo dei social network vi ha chiuso in una gabbia; anzi, in una bolla. Una bolla in cui sentite solo opinioni con le quali siete d’accordo, leggete articoli che rafforzano le convinzioni che già possedete, trovate consigli di film, libri e dischi che sono perfettamente in linea con i vostri gusti e in cui, piano piano, tutto ciò che non rientra nella vostra visione del mondo scompare.

La Filter Bubble vista dalla Tournée da Bar

Potrebbe sembrare un paradiso, ma rischia facilmente di trasformarsi in un incubo. Per allargare i nostri orizzonti, sviluppare una capacità critica e scoprire cose nuove — che ancora non sapevamo che potessero piacerci — è fondamentale incappare anche in opinioni diverse dalla nostra, confrontarci in maniera civile con chi la pensa diversamente da noi e ascoltare anche le ragioni dell’altra campana. Nel mondo di Facebook, di Google, di Netflix e di Amazon tutto ciò sta diventando sempre più difficile.

Le ragioni sono diverse, ma hanno tutte un denominatore comune: la necessità delle piattaforme di guadagnare — attraverso inserzioni pubblicitarie (Facebook e Google) o mostrandovi i prodotti che hanno la maggiore probabilità di andare incontro ai vostri gusti (Amazon e Netflix) — i loro straordinari profitti.

Come nasce la Filter Bubble

Prima di addentrarci, però, sgombriamo il campo da un equivoco: anche nella vita offline siamo immersi in una bolla. Gli amici e i colleghi di cui ci circondiamo sono quelli che, in linea di massima, la pensano in maniera simile alla nostra; i giornali che compriamo (o compravamo) sono quelli più vicini alla nostra linea politica e lo stesso dicasi per i telegiornali. Cos’è cambiato, allora, con l’avvento dei social network e delle altre piattaforme di internet? Beh, è cambiato che questa dinamica si è radicalizzata.

Come ha detto recentemente il filosofo Luciano Floridi, “I social network si sono inseriti in un contesto in cui la polarizzazione era un fenomeno già ampiamente esistente: nella misura in cui questo fenomeno poteva essere esacerbato, lo hanno fatto. Attraverso la commercializzazione, motivata dalla pubblicità, le piattaforme hanno soggiogato il web. Lo ha ammesso lo stesso Zuckerberg quando ha affermato, difendendosi dalle accuse, che Facebook dà ai suoi utenti ciò che vogliono. Ma questa è la cosa peggiore che si possa fare: le persone preferiranno sempre Barabba a Gesù Cristo”.

È evidente: Facebook non vuole che la vostra esperienza social vada incontro a dei momenti di difficoltà; vuole invece fornirvi l’esperienza più confortevole possibile in modo che voi passiate quanto più tempo sul social network. Google conosce tantissime cose relative alla vostra personalità e alla vostra vita privata, per cui cercherà di fornire risultati che siano in sintonia con il vostro profilo (se siete un progressista che cerca informazioni su Donald Trump, è molto difficile che troviate articoli che supportano il presidente degli Stati Uniti; se siete elettori del Movimento 5 Stelle, è molto improbabile che troviate l’articolo de Il Post che mostra come il loro programma sia in buona parte copiato).

Tutto ciò, però, non fa che radicalizzare le nostre posizioni (come si dice in gergo politichese, “polarizzare”) e rende sempre più difficile comunicare tra persone che hanno una diversa visione del mondo. E meno male che internet e l’informazione online dovevano allargare i nostri orizzonti, mettendoci a disposizione immediata tutto e il contrario di tutto. Alla fine, invece, ci hanno chiuso in trappola per ragioni meramente pubblicitarie.

Ma la Filter Bubble esiste o no?

È quella che viene chiamata Filter Bubble (bolla di filtraggio), etichetta attribuita dal saggista Eli Parisier in un libro uscito già nel 2011 (in tempi decisamente non sospetti). Una teoria che, però, non trova tutti d’accordo. Alcuni studi, per esempio, hanno mostrato come la rete abbia ampliato gli orizzonti della massa. E forse è così; forse senza internet saremmo ancora più polarizzati. Come minimo, se si vuole seguire questa teoria, si può comunque dire che internet non ha mantenuto fede alle promesse di rendere l’uomo libero di accedere a ogni forma di sapere; perché è innegabile che gli algoritmi dei social (che è dove ormai la maggior parte delle persone si informano) filtrano le notizie per mostrarci solo ciò che vogliamo vedere.

Mettiamola così: che la Filter Bubble esista è un dato di fatto oggettivo, certificato dal funzionamento degli algoritmi. Quello su cui ancora si discute è quale sia l’effettiva influenza che ha sulle nostre vite. Su quest’ultimo aspetto si è ricreato un dibattito “apocalittici vs integrati” che ricorda molto da vicino quello andato in scena negli anni ’60 per analizzare l’impatto sociale della televisione.

Le cose importanti, però, sono due: prima di tutto, è utile avere consapevolezza del fatto che ciò che ci viene mostrato su Facebook non è neutro, ma classificato e deciso da un algoritmo in base a quello che pensa di sapere di noi (e spesso ci conosce benissimo, meglio di chiunque altro). L’altra cosa da sapere è che possiamo, se vogliamo, “hackerare” l’algoritmo e costringerlo a mostrarci anche cose che normalmente non vorremmo leggere.

Basta mettere un like a una pagina che pubblica materiale intelligente ma con il quale spesso non siamo d’accordo (e poi premurarsi di commentare o condividere, per far capire all’algoritmo che siamo interessati), discutere civilmente anche con gli amici e i colleghi che hanno opinioni diverse dalle nostre (per evitare che scompaiano dal nostro orizzonte) e, in definitiva, agire con consapevolezza per mostrare a Facebook che vogliamo vedere anche contenuti che secondo lui non ci interessano (molti altri consigli li potete trovare qui).

D’altra parte, vogliamo davvero che la scelta delle informazioni che formano il nostro sapere politico o culturale vengano decise da un algoritmo progettato al solo scopo di massimizzare gli introiti pubblicitari?

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