Che cos’è la sharing economy?

E perché si è passati dal sogno della condivisione all’incubo della on-demand economy

Non hai bisogno di un trapano; ma di un buco nel muro. È questo il classico modo di dire che sintetizza al massimo la sharing economy: perché comprare un oggetto quando puoi ottenere il risultato mettendo in condivisione i tuoi beni? Non è un concetto nuovo; tra vicini di casa, amici e parenti ci si è sempre scambiati ciò che era necessario e ci si è sempre dati una mano gratuitamente e a vicenda. Nell’epoca degli smartphone e delle applicazioni, però, questa abitudine è diventata scalabile: vale a dire che non dobbiamo più fare affidamento solo sugli amici, ma possiamo chiedere aiuto a chiunque abbia voglia di darci una mano.

La sharing economy vista dalla Tournée da Bar

E così, sono nate le applicazioni più classiche della sharing economy. BlaBlaCar, che permette di condividere le spese del viaggio se si sta andando nella stessa direzione, o CouchSurfing, che consente di trovare un divano gratuito sul quale domire, ovunque nel mondo, dando in cambio solo la propria disponibilità a ospitare a nostra volta. Un sistema di ranking rende possibile fidarsi anche di perfetti sconosciuti e approfittare di una miriade di beni o servizi in condivisioni. Nelle grandi città, come noto, ormai sharing significa anche prendere in prestito una macchina per brevi tragitti, come le Smart di Car2Go, o usare le “biciclette del sindaco” del bikesharing.

“È la fine del consumismo!”, urlavano entusiasti i più accesi sostenitori di questo mondo; mentre le applicazioni continuavano a moltiplicarsi. Hai bisogno di qualcuno che ti monti una mensola? Puoi usare la app Mario. Hai bisogno di qualcuno che ti porti i panni in lavanderia? Puoi usare TaskRabbit. Hai bisogno di un posto in cui metterti a lavorare? Puoi cercarlo su WeWork. Meraviglie della sharing economy!

Ma è davvero sharing economy?

Peccato che, con il passare del tempo, qualcuno abbia iniziato a porsi delle domande. Siamo proprio sicuro che tutto questo sia sharing? Che sia condivisione e non semplice noleggio di beni e servizi? Finché si trattava di prestare un bene, o un divano, ricevendo in cambio la promessa che il favore sarebbe stato restituito, era sicuramente corretto parlare di condivisione. Nel momento in cui tutto questo si è trasformato nell’affitto di un ufficio in coworking — o del lavoro (pagato) di qualcuno che viene ad aggiustarti la perdita del rubinetto — le cose sono cambiate drasticamente. Quella che si pensava essere sharing economy, era invece on-demand economy. Ancora peggio: era gig economy, l’economia dei lavoretti malpagati e privi di qualunque tutela.

Il fenomeno è esploso nel momento in cui Uber ha smesso di essere una piattaforma per chiedere passaggi ed è diventato un servizio professionale che fa concorrenza ai taxi. Non c’è nulla di condiviso in Uber, l’unica differenza con i normali taxi è che i lavoratori sono inquadrati come freelance mentre, in verità, sono a tutti gli effetti dei dipendenti (e quindi si assumono loro, invece che il colosso fondato da Travis Kalanick, i rischi d’impresa). Lo stesso vale per AirBnb, che ha smesso di essere una piattaforma per affittare una stanza inutilizzata ed è diventato un colosso in cui si affittano interi appartamenti per brevi periodi. L’aspetto sharing è rimasto fermo al palo.

L’unica differenza tra AirBnb e un normale affitta-camere è che… Beh, in molti casi non c’è alcuna differenza; se non nell’utilizzo di una app dall’aspetto cool. E che dire di quanti affermano che anche Spotify e Netflix rientrino nella sharing economy? Assurdo, considerando non solo che non c’è nulla in condivisione, ma che non abbiamo nemmeno la possibilità di prestare il bene (la musica o i film), visto che non lo possediamo proprio. Possiamo solo usufruirne fino al giorno in cui, per qualche ragione, i proprietari delle due piattaforme non decideranno di cancellarli dal loro database.

La nuova utopia: il platform cooperativism

Era il sogno della condivisione, si è trasformato nell’incubo della on-demand economy. In cui i rider di Foodora vengono pagati a consegna invece di avere uno stipendio fisso e i tuttofare di Mario, in caso di infortunio, non vedono più una lira finché non sono in grado di tornare a lavorare. Come già successo più volte nella storia della tecnologia (basti pensare a come il sogno dell’open web è diventato il recinto chiuso di Facebook e Google), l’utopia iniziale è stata catturate dalle logiche di mercato più feroci.

Ma siccome a ogni azione corrisponde una reazione, anche il sogno infranto della sharing economy ha dato vita alla nuova utopia del platform cooperativism, in cui alla logica della solidarietà che da sempre contraddistingue il cooperativismo si uniscono le opportunità della rete e di alcune tecnologie dalle potenzialità ancora in buona parte inesplorate.

Fondamentalmente, l’obiettivo è quello di applicare alle piattaforme della sharing economy le logiche della auto-organizzazione. Pensate a come funzionerebbe Uber se tutti coloro i quali ne fanno parte fossero in cooperativa, condividendone valore, rischi, guadagni e avendo l’opportunità di decidere assieme la policy che regola la piattaforma (che è esattamente come funziona la start up La’zooz). Le stesse logiche sono fatte proprie anche dall’agenzia fotografica Stocky o dal mercato equosolidale di Fairmondo. In questo modo, almeno, è chiaro che cosa venga messo in condivisione: i guadagni, che colossi come Uber fanno invece precipitare nelle tasche di pochi azionisti.

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