TC Analysis. Il Manchester e la sua anima: United again!

Ci sono tre fotografie che fanno il loro mestiere molto meglio di un lungo giro di parole. Illustrano alla perfezione che cosa è cambiato al Manchester United dall’esonero più pesante (e non solo economicamente) della storia del calcio: lo spirito.


Poi magari andremo anche ad addentraci tra le pieghe della tattica e delle interpretazioni delle fasi di gioco, ma non c’è rivoluzione tecnica che possa sostituire la riscoperta dell’anima di un club. E stiamo parlando di un club che la storia l’ha fatta anche e soprattutto grazie alla mentalità, al carattere, al coraggio, a quella intangibile e magica superiorità che consegue dall’indossare una maglia con quel peso lì, quella storia lì, quella luce che la fa brillare di luce propria. Il primo scatto ritrae la panchina dei Red Devils subito dopo il letale contropiede sull’asse Pogba-Rashford che porta avanti lo United al 44' del primo tempo, il gol che poi si rivelerà decisivo per la sesta vittoria consecutiva della gestione Ole Gunnar Solskjaer: vediamo Carrick, Phelan e gli altri assistenti che si saltano addosso, riserve che si arrampicano per cercare qualcuno da abbracciare e lui, the baby face killer, con quella genuina e semplice timidezza che lo ha sempre contraddistinto, sparire sotto a un paio di giacconi mentre qualcuno gli arruffa i capelli brizzolati. La seconda fotografia ritrae Lindelof, difensore centrale svedese, ieri gigantesco nel cuore della difesa, a esultare come avesse segnato il gol partita nella finale di Champions League quando, a metà ripresa, la velenosa traiettoria di Eriksen su punizione scavalca la barriera e si spegne a mezzo metro dal palo di destra, con De Gea che (per una volta) può solo guardare. La terza e ultima immagine ritrae Dalot, uno che a occhio non dovrebbe essere troppo contento di non giocare quasi mai, esultare come un indemoniato per aver intercettato e respinto un cross di Trippier nel momento di massima sofferenza per i Red Devils. E’ come se l’anima del Manchester United fosse rimasta imbottigliata e qualcuno avesse svitato il tappo.

TIMES THEY ARE CHANGING

“We used to beat the opponents in the tunnel”. Tradotto con una bella dosa di licenza poetica sarebbe “Gli avversari cominciavamo a batterli già nel tunnel dello spogliatoio”. Parole che in questi lunghissimi mesi di “ultimo stadio della gestione Mourinho” sono uscite dalla bocca di giganti che lo United lo hanno portato sul tetto del mondo, Roy Keane e Gary Neville tra gli altri, e che per le pene di uno United snaturato, intimidito, bagnato come un pulcino sotto la pioggia, devono aver mandato giù un bel pò di magoni annodati. Non hanno mai lesinato frecciate di veleno ai giocatori, i grandi ex dello United. Loro che meglio di tutti sanno cosa significhi indossare quello stemma lì, le responsabilità e gli onori che ne derivano, puntavano il dito contro questi “modern days footballers” che prima del campo, prima del football, ci sono le auto, i profili social, le linee di moda. Il problema è che quei giocatori lì, alla Roy Keane per intenderci, non esistono più. Questo è il calcio dei millennials ed è con questi ragazzi e con le loro fragilità che bisogna tornare a comandare.

THE TASK FORCE

Non inganni l’ad interim della gestione Solskjaer. Il norvegese e il suo staff stanno allenando come se avessero davanti un progetto di cinque anni. Sanno che tutto potrebbe finire a giugno, quando presumibilmente la ricerca di un manager full time si concretizzerà con l’arrivo ad Old Trafford di un top name, ma sanno anche che continuando a impilare vittoria su vittoria e a fortificare la serenità e la ritrovata fiducia all’interno dello spogliatoio, positività che poi si riverbera su tutto il club, metteranno il board dello United nella non facile condizione di dover scegliere tra qualcosa che, pur iniziato con presupposti temporali limitati, funziona alla grande e qualcosa che potrebbe riportare il club a vette ancora più alte, ma che inevitabilmente porta con se anche punti interrogativi che il vento che arriva dalla Norvegia ha spazzato via. In fondo il quarto posto, l’ultimo utile per la qualificazione diretta alla Champions League 19/20 ora non è più un’isola dei Caraibi sullo schermo di un computer: sei punti, due vittorie, un traguardo più che realistico con questo ruolino di marcia. Una premessa è doverosa. Quello di ieri era lo United di Mourinho, quello di domani sarà forse lo United di Pochettino, di Southgate o di qualche altro grande nome della short list che è sulla scrivania di Woodward. Quello di oggi però non è lo United di Solskjaer. E’ lo United. Il manager norvegese è semplicemente il chief of staff di una unità operativa d’urgenza che è tenuta insieme dal collante della tradizione. Oltre all’ex attaccante norvegese, bandiera assoluta e autore di uno dei gol più epocali della storia dei Diavoli Rossi (la zampata del 2–1 in pieno recupero nella finale di Champions del 1999 con il Bayern Monaco), ci sono Michael Carrick (già assistente di Mourinho), 464 presenze sulla sponda rossa di Manchester e Mike Phelan, storico assistente di Sir Alex Ferguson.

MOURINHO NOT THE RIGHT MAN

E’ come se il grande Manchester United fosse tornato ad Old Trafford per prendersi cura della propria creatura in tempi di crisi. Crisi di mentalità e predisposizione genetica a un certo tipo di football, ancora prima che di risultati. José Mourinho era e resta un allenatore clamoroso, rivoluzionario e per lunghi anni ingiocabile sul piano della psicologia e della manipolazione di un gruppo di calciatori. Semplicemente, la storia ha dimostrato che non era l’uomo giusto per riportare lo United dove gli compete. Non lo era perché ha fatto troppo poco per fermare il processo di identificazione del club nel suo insieme con una figura carismatica ma ingombrante come la sua, finendo inevitabilmente per diventare un gigantesco scapegoat nel momento in cui la barca ha definitivamente perso la rotta, è finita incagliata sugli scogli e gli altri son scappati sulle scialuppe lasciando lui, l’uomo solo al comando, a maledire l’equipaggio mentre le onde inghiottivano lo scafo. Non lo era perché allo United i panni sporchi li han sempre lavati all’interno dello spogliatoio, dove volavano le borse, gli scarpini (chiedere a Beckham) e i giocatori a turno finivano per subire il celeberrimo hair-dryer treatment. Se dentro quelle quattro mura volava di tutto, fuori da esse non volava una mosca. Infine non lo era perché nel dna dello United delle 13 Premier League e delle 2 Champions League vinte c’era un calcio d’attacco. Sempre e comunque. Il primo non prenderle non è mai stata un’opzione e il bus della squadra, davanti alla porta, non è mai stato parcheggiato.

THE OLE GUNNAR FACTOR

Cinque vittorie in fila. Sei se include quella di Fa Cup. Quattordici gol fatti e tre subiti. Sono numeri abbastanza impressionanti. Mai nessuno come Ole Gunnar in Premier League. La riscoperta dell’anima del Manchester United è certamente una conditio sine qua non, ma da sola non basta. Perché poi si gioca a calcio e il calcio ha le sue ricette, le sue regole, le sue medicine. Prima di tutto, a maggior ragione quando la bussola è impazzita e ognuno va per i fatto suoi, il calcio ha bisogno di semplicità, serenità e di una sana dose di logica nelle scelte. Non c’è bisogno di fare le pentole con i coperchi, basta mettere i coperchi sulle pentole giuste. Solskjaer e il suo staff, in pochissimo tempo, hanno impattato in modo evidente sulla tattica in campo e sulla serenità del gruppo. Vero è che non c’è il sorriso se i risultati non arrivano, ma è vero altresì che i musi lunghi e la negatività è più facile che si portino appresso sconfitte e delusioni. ll manager norvegese, mai come in questo caso, ci ha messo la faccia, quella faccia da bravo bambino cresciuto un po’ troppo, occhi vivaci e sorriso che riesce a spazzare vie le nuvole. Dai giorni carichi di pioggia e dalle accuse col dito puntato è una bella rivoluzione. In campo, niente spazio agli esperimenti e alle scelte cervellotiche dettate dall’ansia strisciante: giocano i più in forma e giocano nelle loro posizioni naturali. La modalità è attacking e resta tale anche quando, inevitabilmente, gli avversari prendono il comando delle operazioni . Tradotto: ci si difende in 11 quando serve ma l’obiettivo resta sempre quello di andare a fargli male nella loro metà campo.

A GRADUATION EXAM

Dopo aver battuto in serie Cardiff (5–1), Huddersfield (3–1), Bournemouth (4–1) e Newcastle (2–0), la 22esima giornata della Premier League metteva davanti lo United di Solskjaer al primo vero esame di maturità: la sfida al Tottenham, terza forza del campionato, sul prato verde di Wembley. Il presente contro un possibile, o probabile, futuro, perché mentre i bookmakers si divertono a quotare nomi nuovi, Mauricio Pochettino resta il candidato più accreditato alla panchina dei Red Devils. Non siamo esattamente al “prima abbiamo scherzato, ora si fa sul serio”, ma ci andiamo vicini. Squadra vera, il Tottenham. Gente che gioca insieme da anni, meccanismi (soprattutto offensivi) imparati a memoria, due superstar (Kane ed Eriksen) attorniate da un supporting cast di prima fascia. All’andata netta affermazione Spurs, 0–3 a Old Trafford. Alla fine il Manchester di Solskjaer ha vinto anche il suo primo big match. Papale papale: non ha rubato nulla, ma se il Tottenham avesse pareggiato saremmo qui a parlare di un verdetto sacrosanto.

THE CONSTANT MONSTER

C’è un solo trait d’union tra il Manchester di Mourinho e quello della task force capeggiata da Solskjaer: David De Gea. Un mostro. Ieri e oggi. Un portiere ai confini con l’illegalità che ieri sera ha probabilmente giocato la sua migliore partita in maglia rossa. Una prestazione oggettivamente assurda. Resteranno a lungo impresse nelle memoria le espressioni facciali dei vari Kane, Alli, Eriksen, Alderweireld, tutti murati a turno dall’incredibile numero uno spagnolo, che soprattutto sul centrale olandese e sul centravanti della nazionale inglese nel finale si è prodotto in un paio di interventi di piede che non trovano spiegazione nella logica del confronto tra portiere e attaccante. Undici in totale i suoi interventi, di cui almeno sei decisivi.

THE MINDSET

De Gea a parte, lo United ha vinto questa partita perché ha creduto di poterlo fare. Si è presentato a Wembley con un 4–3–3 funzionale alle caratteristiche dei singoli giocatori e soprattutto nel primo tempo è riuscito a tenere la linea di difesa bella alta, cosi da compattarsi dove il Tottenham cercava di fare gioco e di rubare palla in una fascia di campo congeniale a ripartire subito con veloci verticalizzazioni. Uno stile di football molto più kloppiano che mouriniano e siamo sicuri che il gol partita avrebbe fatto spellare le mani al manager tedesco del liverpool: palla intercettata sul lato forte del Tottenham e subito palla in verticale ad attaccare il lato debole degli Spurs, con il terzino sinistro Davies piu o meno all’altezza dell’aeroporto di Heathrow e un Vertongen condannato a morte dalla superiore velocità di Rashford. Una situazione di gioco più volte provata in allenamento, raccontava Paul Pogba a fine gara, perché il Tottenham alza il terzino sul lato opposto della palla sulla linea degli attaccanti e rubare palla, se il lancio ha i giri giusti, vuole dire andare in porta. Certo, ci vuole poi il piede di Pogba e l’igenuità di Trippier che quella palla lì in orizzontale non la deve mai giocare così, ma si vede dal modo in cui Lingard scommette su quella traiettoria che dietro c’è un lavoro specifico in allenamento.

Non è stato certo un fulmine a ciel sereno per gli Spurs, il diagonale vincente di Rashford: lo United aveva già costruito almeno tre nitide palle gol che non si erano concretizzate per la bravura di Lloris e il poor decision making degli attaccanti in maglia rossa.

A DIFFERENT KIND OF BUS

L’analisi di alcuni pundit inglesi non mi trova del tutto d’accordo. La sostanza è che anche con Solskjaer, almeno nella ripresa, lo United avrebbe parcheggiato il bus davanti alla porta come con Mourinho. E’ vero solo in parte. Con l’arretramento di Eriksen in cabina di regia dopo l’infortunio di Sissoko e un team talk molto efficace all’intervallo, dal tunnel del Wembley Stadium si è ripresentato un Tottenham con occhi e marce diverse. In campo ci sono anche gli avversari e nella ripresa gli Spurs hanno costretto lo United a difendersi basso, ma a differenza del passato i Red Devils hanno comunque sempre mantenuto una mentalità di rispondere colpo su colpo e hanno sfiorato il raddoppio in due occasioni con Pogba, murato dall’amico Lloris con due interventi notevoli. Anche il messaggio che è arrivato dalla panchina al momento del cambio di Lingard con Dalot non è stato “adesso tutti dietro” e Scott McTominay con Mourinho sarebbe entrato ben prima del novantesimo minuto. Lo United ha saputo prendersi quello che il Tottenham ha lasciato per strada nel secondo tempo, in un chiaro contesto di netta superiorità territoriale degli avversari e alla luce di difetti strutturali che restano tali anche se in panchina vanno Mandrake o Houdini: Young resta un terzino adattato, Shaw resta Shaw, cioè un buon giocatore che allo United dovrebbe fare il rotation player, e Jones resta Jones, uno che ha vinto i titoli ma che la può sempre combinare.

METAMORPHOSIS

Individualmente, chi più (Matic, Lingard, Lindelof) chi meno (Martial), tutti sembrano aver beneficiato del cambio di guida tecnica. Abbagliante però è la metamorfosi di due giocatori in particolare: Paul Pogba e Marcus Rashford. Per il polpo Paul siamo a quattro gol e quattro assist da quando Solskjaer ha sostituito Mourinho, col quale il francese legava come Damon Albarn e Liam Gallagher ai tempi del BritPop. Gara sontuosa quella dell’ex Juve a Wembley: un lancio-assist che a tagliato a metà il Tottenham, almeno due grandi iniziative personali, pochissime palle perse e in generale tanta lucidità nelle scelte. Il motivo? Semplice, il nuovo staff tecnico gli chiede uno sforzo difensivo molto più blando, visto che a coprirgli le spalle ci sono Herrera e Matic. Una posizione molto più da trequarti che da mezzala per un Manchester che in possesso passa dal 4–3–3 al 4–2–3–1 a seconda di come si posiziona il francese. Rashford, oltre al pregevole gol che ha deciso il match, si è mosso tanto, si è mosso bene, ha attaccato diverse volte lo spazio alle spalle della linea difensiva del Tottenham, è stato una costante spina nel fianco, ha aiutato in fase di non possesso. Per uno come lui, talentone con l’interruttore se ce n’è uno, è un bel passo in avanti verso quella consistency che potrebbe fargli fare lo scatto decisivo in carriera.

THE MASTERMIND

“Vi saluta il boss, vuole sapere se vi manca. Quale boss? Ce n’è solo uno”. Tra tutti gli attori, protagonisti e non, che gravitano attorno ad Old Trafford, quello che più di tutti ha disseminato qua e la indizi sul grande burattinaio che tira i fili di questo Rinascimento è stato proprio Ole Gunnar Solskjaer.

C

Rivolgendosi ai cronisti prima di un match, ha portato loro i saluti di Sir Alex Ferguson, aggiungendo di essere in costante contatto diretto com il leggendario manager che recentemente ha vinto la sua partita più importante, quella contro l’emorragia cerebrale. Completamente ristabilito, Ferguson non manca a una partita, in casa come in trasferta, e ha fatto visita alla squadra a Carrington. “Voi potete fare di nuovo grande questo club”, avrebbe detto lo scozzese a De Gea e compagni. Di certo c’è che l’idea di una task force rosso Manchester l’ha avuta lui. Lui ha pensato a Solskjaer e ha fatto il primo contatto. Lui ha suggerito la conferma di Carrick dopo l’esonero di Mourinho e ha caldeggiato il ritorno del fidatissimo Mike Phelan. Sir Alex the Mastermind? Nessuno lo ammette apertamente perché la storia del Manchester United deve andare avanti, ma Ferguson è il Manchester United. La storia si ripeterà con facce diverse, ma diverse poi mica tanto, visto che son tuti ex, tutti con lo stesso sangue, tutti figli della più grande dinastia calcistica d’Oltremanica. Tutti figli di Sir Alex, sciarpa rossa al collo, naso se possibile ancor più rosso, che guarda tutti dall’alto dal Directors Box. “Don’t let us down lads! Do not fucking attempt that!”. Non deludeteci ragazzi, non provateci nemmeno.