TC NFL preview: 4 hot topics e un punt…

Dell’apertura ufficiale della stagione NFL, con la partita tra i campioni di Philadelphia ed i sempre temibili (ammesso attacchino un braccio come si deve a Matt Ryan e si dotino di un offensive coordinator creativo abbastanza da portarli in meta quando entrano nelle ultime venti yards di campo) Atlanta Falcons ne abbiamo parlato qui… Oggi parliamo degli “altri”. Delle narrazioni (o narratives, per dirla all’americana) più “hot” in vista del resto della prima giornata di stagione regolare della National Football League che, come ormai da tradizione semi-millenaria, si dividerà tra domenica ed il Monday Night di Lunedì.
1. L’NFC è una lega a parte, rispetto all’AFC

Se siete poco più di un casual fan, perdete un poco del vostro tempo ad analizzare i roster delle squadre maggiormente indiziate a partecipare ai playoff delle due conferences e poi ne riparliamo. Se nell’NBA, per anni (anche se ora il balance of power sta cambiando verso Est) si è — giustamente- sostenuto che l’Est era per un paio di squadre, mentre l’Ovest era una mattanza. Il discorso è ampiamente valido anche per la National Football League. L’NFC è una mattanza. L’AFC è: ce la farà Tom Brady a 41 anni a tornare nuovamente al SuperBowl e provare a vincerlo?. Il giochino, quindi, adesso è, quello di mettere in evidenza le principali pretendenti a spodestare il trono dei Philadelphia Eagles (NFC, guarda caso), tra la National Football Conference e l’American Football Conference.
- New Orleans Rams (NFC): hanno un coach— l’uomo raffigurato nella foto principale: Sean Payton — che è un genio dell’attacco e soprattutto uno in grado di tirare fuori il meglio dal suo attacco. Drew Brees ha un anno in più, è vero, ma lo scambio architettato con i Jets, quello che ha portato Teddy Bridgwater in Lousiana per una terza scelta, copre le spalle all’attempato quarterback e soprattutto getta un “ponte” su un futuro sostenibile a livello di vittorie. Brees, però, ha attorno a sé una serie di armi da utilizzare che già l’anno scorso ha fatto faville: il running back — multidimensionale — Alvin Kamara e uno dei primi tre receiver nel football di oggi: Michael Thomas. La difesa è tostissima con Cameron Jordan, Manti Te’o e Marshon Lattimore ad ancorarla. Sono forti. Giocano bene a football e fanno paura a tanti.
- Los Angeles Rams (NFC): ecco una squadra che ha ipotecato il suo futuro, per un presente, sperabilmente di successo. I Rams entrano in un nuovo stadio a Los Angeles, devono vendere i biglietti per riempirlo e l’unico ricetta universalmente riconosciuta per ottenere ciò è: vincere. Lo hanno fatto scommettendo sull’innato talento di un giovane coach come Sean McVeigh di mettere un QB di buon talento (ma non il nuovo Tom Brady — e pensare che è stato scelto davanti a Wentz), Jared Goff, nelle migliori condizioni di poter eccellere. Il motore offensivo è il running back: Todd Gurley. Lui è quello che fa andare le cose nell’attacco dei Rams. Ma la vera scommessa è sulla difesa, dove hanno barattato il futuro per il presente. Con gli arrivi di alcuni “mammasantissima” (ed una discreta attività “extracurriculare” fuori dal campo…) tipo, Ndomakong Suh (da Miami), Aquib Talib (da Denver), Aaron Donald è rimasto ed oggettivamente assieme a Suh è una coppia di defensive tackles come non ce ne sono nel football di oggi, ed il controverso Marcus Peters da Kansas City. La parola d’ordine è: vincere subito!
- Minnesota Vikings (NFC). L’anno scorso sono arrivati alla finale di conference. Quest’anno, i Vikes provano a compiere un passo in più. Nuovo quarterback: Kirk Cousins mai veramente amato a Washington (uno QB solido che ci può stare) ed una linea offensiva che ha firmato due dei migliori linemen a disposizione nella free agency: Riley Reiff da Detroit e Mike Remmers da Washington. Torna Dalvin Cook dall’infortunio: un carro armato a portare giù il pallone. La difesa, che era già fortissima l’anno scorso, appare rinforzata dall’arrivo di Sheldon Richardson da Seattle. Sicuramente è squadra candidata a vincere senza discussioni.
- Green Bay Packers (NFC): sono un gradino sotto a quelle sopra citate, ma quando hai il miglior quarterback nel football di oggi (absit iniuria verbis, TB12…) non puoi non essere candidato ad un viaggio al SuperBowl. Aaron Rodgers torna più sano, più motivato e più ricco che mai. Attorno a lui è più o meno sempre la stessa squadra, solo che con AD — come era il caso dell’anno scorso — sono una squadra da playoff dalle fattezze della “mina vagante”; senza sono sostanzialmente in mezzo a una strada.
- Carolina Panthers (NFC): sono gli sleepers della NFC. Nessuno li sta calcolando troppo. Loro i fari li tengono mediamente spenti, nonostante uno come Cam Newton (che però dovrebbe provare a lanciare la palla con una meccanica migliore) la lingua la faccia andare sempre molto volentieri. Eppure: Torrey Smith è un receiver affidabile e va a rinforzare un reparto che l’anno scorso ha dato poche soddisfazioni. Greg Olsen è tornato da Chicago, ma ha un anno in più. In difesa, Carolina ha innervato la parte interiore della linea con un tackle di stazza (pure troppa a volte) e talento come Dontari Poe. Non sono probabilmente da anello, ma fastidio e scompiglio ne possono fare.
- New England Patriots (AFC). Perché c’è questa sensazione che la “finestra” si stia inesorabilmente chiudendo? E’ forse un condizionamento psicologico, quello di “volere” fortissimamente un rinnovamento al vertice? La verità è che nell’AFC si faranno ancora i conti con Tom Brady e Bill Belichik. Rob Grownkowsky che è l’arma totale per i Pats, quello che nessuno è in grado di “marcare”, ha rinnovato il contratto ed è di nuovo in forza a New England. E’ tornato Chris Hogan da Buffalo. Assieme a Philip Dorsett saranno i due wide out. Attenzione alla difesa, però con due giocatori di provata levatura come Adrian Clayborn da Atlanta e Kyle Van Noy da Detroit. Insomma, si passa da Foxboro. Come al solito…
- Jacksonville Jaguars (AFC). Per me sono i più seri candidati ad andare al SuperBowl per la AFC nonostante abbiano Blake Bortles come quarterback. Hanno la miglior difesa dell’NFL, con un anno in più di coesione. Hanno un coach solido come pochi come Doug Marrone. Ed hanno il colonnello Tom Coughlin a far sì che i “processi” nel nord della Florida filino secondo i suoi desiderata. Devono produrre attacco, in modo tale da vincere spesso il primo quarto. Poi, nel gioco di scacchi che è una partita di football, ci pensa la difesa a tenere i Jags avanti nel punteggio.
- Kansas City Chiefs (AFC). Può essere quella che non ti aspetti al grande ballo di quelle che vogliono vincere. Sono più o meno quelli dell’anno scorso (con un Sammy Watkins nel motore in attacco e un Anthony Hitchens da Dallas in difesa), ma quello che può veramente cambiare il volto della squadra è il lancio definitivo di Patrick Mahomes nel ruolo di QB titolare. Coach Andy Reid dopo aver spremuto tutto il meglio da un game-manager di qualità come Alex Smith, passa ad un bombarolo di razza come Mahomes. Uno che ha personalità da vendere, ma soprattutto un braccio al tritolo. Sarà interessante seguirne lo sviluppo al suo primo anno da titolare e dopo un anno di apprendistato dietro a Smith.
2. La trade dell’anno: Khalil Mack ai Chicago Bears
Dunque, gli Oakland (e futuri Las Vegas) Raiders hanno ceduto il loro miglior difensore (ed uno dei primi pass rushers della lega) ai Chicago Bears, assieme ad una seconda scelta del 2020 e una quinta scelta — “conditional” — sempre del draft 2020, per una prima e sesta scelta al prossimo draft e una prima scelta al draft del 2020. Ups… Jon Gruden did it again. A prescindere da tutto, il ritorno del biondo, carismatico, head coach ai Raiders ha scosso dalle fondamenta l’intera organizzazione e non poteva essere altrimenti.
Dal punto di vista dei Raiders, c’è la netta e totale sensazione che quando dai le chiavi dell’intera azienda ad un solo uomo, pagandolo 100 milioni di dollari per i prossimi dieci anni, puoi avere un general manager, un direttore del personale, uno scouting department a libro paga, ma alla fine, quello che decide è quell’uomo lì. Quello da 100 milioni di dollari, ossia Gruden in persona. E Jon, ha deciso. E’ quello che fanno i manager con le palle (Danny Ainge a Boston insegna; Bill Belichick a New England — si vede che è l’aria di quelle parti che è frizzantina — fa uguale): decidono, e vivono e muoiono con quelle decisioni. Far andar via l’uomo simbolo della difesa di Oakland è prima di tutto una scelta “culturale”: per Gruden non c’è nessun giocatore che valga un contratto maggiore di venti milioni all’anno che non sia un quarterback. Tutti gli altri o si adeguando al trend, oppure sanno che quei soldi lì li potranno guadagnare da altre parti. E così è successo. I Raiders punteranno su Maurice Hurst e PJ Hall oltre che su Arden Key come sostituto di Mack nel mettere pressione al quarterback avversario. Così sembra tutto giusto. Il rovescio della medaglia? Riuscirà, il mitico Jon Gruden ad essere consistente con questa nuova “cultura” manageriale nel tempo? Il dubbio è lecito, perché il biondo head coach è uno che ama cambiare e ricambiare ed essere molto “hands on”, in tutti i gangli vitali della vita di una squadra. Come dice il maestro Lombardi “Gruden deve imparare a vedere la sua squadra da 10 mila metri di altezza…”. E comunque, sempre lunga vita a Jon Gruden…
Dalla parte di Chicago. Questa è la “mossa del Giaguaro”… In una division dove i tuoi competitor sono: Green Bay, Minnesota e Detroit, e ti ritrovi con un quarterback al secondo anno di NFL, o rinforzi la difesa, oppure si fa fatica a competere. E’ ciò che hanno deciso di fare a Chicago: con Mack da una parte, l’eccellente rookie Roquan Smith a controllare il centro della difesa e Akiem Hicks dall’altra parte a mettere pressione al QB avversario, ci sono elementi sufficienti per, almeno, provare a presentarsi al Lambeu Field in Wisconsin (la famosa frozen tundra), o a Minneapolis con almeno l’idea che la tua difesa ti terrà in partita. Vic Fangio è un defensive coordinator che sa il fatto suo e che sicuramente metterà in campo una unit preparata ed aggressiva, in ossequio al broccardo che per fermare un grande attacco la prima regola è quella di applicare una pressione notevole sul quarterback avversario. L’arrivo di Mack accontentandolo anche dal punto di vista economico, grazie al fatto che i Bears non hanno un quarterback che costa quella cifra. Mitchell Trubisky, appunto, è al suo secondo anno, è ancora nel suo contratto da rookie. Finanziariamente è un asset, perché ti permette, appunto, di essere aggressivo sul mercato cercando il meglio in altro posizioni, strapagando (quello che hanno fatto i Rams con la loro difesa: Jared Goff è ancora nel rookie contract). La liability? Che appunto Trubisky è un secondo anno, ha un cannone al posto del braccio, ha personalità da vendere, ma nelle “letture” e nella conduzione dell’attacco i limiti sono evidenti. Spetterà a Matt Nagy, il nuovo head coach dei Bears — un grande stratega dell’attacco, cresciuto alla scuola di Andy Reid — trovare il modo di far sì che Chicago stia in partita con l’attacco e le vinca con la difesa…
3. Talking about Qbs…
Parlando di quarterbacks, ce ne sono due, tra i tanti che, per motivi diversi, saranno sotto la lente di ingrandimento.
Il primo è quello sopra che vedete nel video, si chiama Jimmy Garoppolo, Jimmy G per tutti. Ebbene, per quattro anni e qualche mese è stato il vice di Tom Brady a New England. Tutti sapevano che questo qua era “the real deal”, e solo perché davanti a lui c’era… The GOAT (Tom Brady). Eppure, improvvisamente, l’anno scorso, esattamente il 31 Ottobre 2017, il front office dei Patriots ha deciso di scambiare Jimmy G a San Francisco in cambio di una seconda scelta, dando vita — dal punto di vista dei californiani — a un colpo che può girare la storia di una franchigia:
I prodromi si sono visti alla fine dell’anno scorso. 5 volte titolare, 5 vittorie per Garoppolo ed i 49ers. Con un impatto strabiliante che i numeri da soli non possono spiegare. L’estate è trascorsa con un nuovo contrattone da 147 milioni di dollari (di cui 74 garantiti) e una simpatica uscita con una porno star che i rapaci di TMZ hanno beccato praticamente in tempo reale… Ora si torna a fare sul serio, con la pressione del contratto, del doversi confermare partendo dall’inizio e del fatto che a San Francisco era dai tempi di Steve Young (Si certo, Kapernick li ha portati in finale una volta, perdendola, ma è un risultato che non è stato sostenuto negli anni) che non c’era un buzz tale attorno alle qualità di un quarterback dei ‘Niners.
Il secondo, ma qui saremo più brevi, si chiama Andrew Luck. Agli Indianapolis Colts è quello che ha raccolto l’eredità del grande Payton Manning. Fino al 2015 diciamo che il rendimento dell’ex star di Stanford è stato più che buono, poi due gravi problemi di infortuni ne hanno bloccato sostanzialmente la carriera. Nel 2015 una lacerazione al rene ne ha limitato la presenza a 7 partite in totale. Nel 2016 il ritorno in campo, ma nel 2017 l’intera stagione saltata a causa di un grave problema alla spalla destra, quella con cui lancia. Quest’anno Luck ritorna, teoricamente nel pieno dell’efficienza, fisica. I Colts gli hanno fatto la carineria di provare a mettergli davanti una linea d’attacco che possa minimamente proteggerlo (cosa che negli ultimi due, tre anni non avevano fatto), anche perché il ritorno di una delle franchigie simbolo dell’NFL passa anche dal ritrovare il proprio condottiero in piena forma.
4. Kaepernick and The Donald
Volete far incazzare The Donald? Parlategli di atleti NFL che si inginocchiano all’intonazione delle prime note dell’inno nazionale americano. Volete farlo proprio sbroccare? Nominategli queste due parole: Colin Kaepernick.
Ecco, la Nike ha deciso di fare saltare il banco. La Nike è avanti, molto.
Kaepernick è il convitato di pietra degli ultimi due, tre anni della stagione NFL. Quanto tempo, politici, media vari, marketing managers, giocatori hanno passato a parlare di lui e dei messaggi che ha portato avanti in questi anni. Quante energie sono state spese. Quanti fiumi di parole e di inchiostro hanno avuto come unico soggetto questo giocatore. Ormai assurto a ruolo di simbolo per un certo attivismo americano, che vuole pari opportunità tra bianchi e neri (banalizzo, e me ne scuso…). Probabilmente è vero che, a causa delle sue battaglie, Kaepernick sia stato di fatto ostracizzato dall’NFL. Ma è chiaro che Nike ha portato l’immagine dell’ex QB dei 49ers ad un altro livello di efficacia. Quello che dice The Donald (al secolo POTUS, ossia Donald Trump) ha un peso. Ma lo hanno anche i dati che la campagna pubblicitaria della multinazionale di Beaverton (nei sobborghi di Portland Oregon) hanno mosso. Bloomberg, ha stimato che nelle prime 24 ore dall’uscita su Twitter della campagna, Nike ha ricevuto un’esposizione mediatica del valore di 43 milioni di dollari, la vasta maggioranza della quale da neutrale a positiva. Nike ha un contratto di sponsorizzazione con Kaepernick che risale al 2011, quando era ancora più un giocatore di football che un attivista. Ma poco cambia, quello che, anche secondo Jemele Hill su The Undefeated, ha indotto la multinazionale di abbigliamento sportivo a spingere forte su un certo tipo di messaggio è solo uno: il business. Qualche piccolo dato? Un mese dopo l’inizio della protesta da parte del quarterback, la maglia di Kaepernick era quella più venduta tra tutti i giocatori dell’NFL. L’anno scorso, quando il ragazzo era fuori da qualsiasi roster, la sua maglia era tra le 50 più vendute. Se Nike avesse deciso di interrompere il rapporto con Kaepernick, Adidas e Puma erano pronte a far la guerra per accaparrarselo. All’HQ Nike hanno perfettamente chiaro che anche i sostenitori di Kaepernick comprano scarpe, pantaloncini e magliette con lo Swoosh.
La chiosa finale? Non è nulla di personale; è solo business… e alla Nike sanno come si fa. Eccome!
Il punt finale — I Miami Dolphins

Eh sì, non posso esimermi. Che vita mi faranno fare i “miei” Miami Dolphins quest’anno? Se leggo Armando Salguero del Miami Herald, la speranza è quella di un’annata appena sopra il 50%, ma sufficientemente positiva, prevedendo un record finale di 9–7 che, se gli astri si allineano in modo magistrale, con sane botte di culo a destra e manca, potrebbe esserci almeno la soddisfazione di godersi la classica sculacciata al wild-card game nella solita trasferta a Pittsburg. Dall’altra parte c’è un altro maestro del sottoscritto, Michael Lombardi (ex GM e Director of Player Personnel di, tra gli altri, Cleveland, Raiders, New England e 49ers) attuale godibilissimo podcaster su The Ringer (GM Street), neo columnist di The Athletic, nonché autore del libro — che non mancherò di leggere — The Gridiron Genius, che prevede i Dolphins come fortissimi candidati alla prima scelta assoluta al prossimo draft di Aprile. Ora, la sensazione a bocce non ancora in movimento è che i Dolphins, se hanno una benché minima possibilità di evitare una delle prime tre posizioni al prossimo draft, (e temo, purtroppo, che questo sarà l’epilogo) devono essere baciati dagli astri che improvvisamente si allineano sotto forma di alcuni fattori fondamentali. In primis: 1) Ryan Tannehill deve stare sano per tutta la stagione (e visto il doppio infortunio al crociato non è detto), perché dietro di lui, Miami ha tre quarterbacks che assieme non fanno un back-up serio. 2) L’attacco deve produrre costantemente punti o comunque giochi esplosivi. Il tutto puntando forte su Kenyan Drake che, ad occhio e gamba, sembra un running back di puro talento. 3) La linea difensiva deve vivere — e possibilmente banchettare — con una certa costanza nel backfield avversario. Deve mettere le mani sul quarterback avversario con apprezzabile voracità. 4) Il punto 3 è propedeutico al punto attuale: i cornerback devono portare a casa i big plays: ossia gli intercetti. Xavien Howard a destra è un signor corner e molto probabilmente non verrà esplorato spesso in stagione. Questo ci lascia a Bobby McCain dalla parte opposta: un eccellente slot corner, ma un “unproven” come sideline CB. Vista anche l’assenza di cambi di qualità eccelsa, potrebbe essere che il rookie di quest’anno Minkah Fitzpatrick possa essere dirottato dal ruolo di free safety a quello di corner in situazioni particolari. 5) Infine, i tre linebackers devono provare ad essere un po’ più fisici. E’ impressionante quanto “leggeri” sono i LBS dei ‘Fins. Kiko Alonso è anche l’unico già testato come si deve (anche nello sbagliare sideline…). Raekwon McMillan sarebbe un secondo anno, ma l’anno scorso l’ha passato a fare riabilitazione per un crociato saltato alla prima uscita in prestagione. Jerome Baker è un rookie di cui si parla ottimamente come attitudine e voglia, estremamente veloce, ma di taglia fisica sotto la media richiesta per essere stabilmente un titolare nell’NFL (il problema è che dietro di lui, c’è Stephone Anthony che non si sa perché sia nel roster…). Insomma, cari amici tifosi dei ‘Fins, accendiamo un cero… Anche se, come dice il mio amico Murat, “it’s all about suffering…”.

