San Matteo, il Veronese e l’Inquisizione.

Moriva oggi San Matteo, apostolo ed evangelista. Vi racconterò di quando salvò il pittore Paolo Veronese dalle grinfie dell’Inquisizione.
Vi avvisò che la prenderò molto alla lontana, quindi andate in bagno e mettetevi comodi prima di iniziare la lettura.

Il Veronese era un pittore rinascimentale attivo a Venezia durante la seconda metà del 1500. In quei tempi gli artisti iniziavano ad intravedere una certa autonomia artistica ma essenzialmente, specie quando il committente di un’opera era la Chiesa, bisognava attenersi strettamente alle indicazioni. Addirittura si redigevano dei veri e propri contratti tra le due parti con nero su bianco le dimensioni del quadro, che figure dovevano essere rappresentate ed addirittura indicazioni sui materiali da utilizzare (così se si concordava l’uso della “foglia d’oro” nei dettagli ma poi l’artista ci metteva del più economico argento, il committente poteva inchiappettarselo).
Ed i religiosi dell’Ordine Domenicano della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia commissionarono appunto al Veronese una Ultima Cena, mettendo per iscritto come dovesse essere.

Il Veronese fece invece un po’ come cazzo gli parve meglio.

Ora anche chi a catechismo si sedeva nell'ultimo banco a dormire saprebbe descrivere l’ultima cena: siamo in una povera locanda con Gesù al centro del tavolo che spezza il pane e per sbaglio anche il calice, l’oste che arriva sulla destra incazzato “Cristo — inteso come nome proprio — è il quarto calice che mi spacchi questa sera” e sulla sinistra i discepoli che se la filano di soppiatto per non pagare il conto mentre Giuda infila i 30 danari in un video poker, perdendoli tutti e meditando il suicidio.
Ok, non è proprio così: mi sono preso delle libertà nella descrizione. Un po’ come fece il Veronese, solo che oggi l’Inquisizione non è più attiva a fiutare tutto ciò che puzzi d’eresia, mentre nel 1500 c’era eccome. E con un naso finissimo.
Dopotutto l’artista corresse giusto qualcosina che secondo lui stava male esteticamente: prima di tutto ambientò la scena in un sontuoso palazzo in stile classico, che Gesù mica era un pezzente. Poi, una volta terminato di dipingere il Cristo e gli apostoli, siccome avanzava un po’ di spazio, lo riempì con figure a caso: un cane, un giullare, paggi, servi di colore, dei militari ed altri personaggi che voltavano la schiena alla scena principale, facendosi beatamente i cavoli loro. Che cioè, mica capita tutti i giorni di avere Gesù a due passi di stanza: chiedigli un autografo, fatti almeno un selfie con lui, via.

Il dipinto alla fine era molto bello, ma il priore della Basilica si ricordava l’episodio del Vangelo un po’ diversamente, per cui denunciò il pittore alla Santa Inquisizione, che a quei tempi non si perdeva tempo.
Nel tribunale del Sant’Uffizio Veronese difese strenuamente le proprie scelte d’artista — e le proprie chiappe dal rogo — ma gli fu infine chiesto di modificare il dipinto a sue spese per renderlo conforme a quanto scritto nei Vangeli, cosa che lui rifiutò.

A questo punto vi starete domandando quando cazzo entra in scena San Matteo con il suo miracolo. E ora ci arrivo.

Il santo salvò il Veronese dalle grinfie dell’Inquisizione in maniera indiretta, mica con un miracolo. La contesa si risolse infatti con una trovata geniale del pittore che, forse illuminato proprio da Matteo, propose di modificare il titolo dell’opera: da “L’ultima cena” a “Cena a casa di Levi”. E Levi è proprio il nome di San Matteo prima della conversione. Si tratta sempre di un episodio narrato dai Vangeli: Levi aka S. Matteo offrì un banchetto a Gesù & company al quale parteciparono anche farisei, scribi ed altra gente così. Oh, sputato sputato a quello che aveva dipinto.

Quindi alla fine tutti contenti: il priore con il suo bel quadro, il Veronese con il fondo schiena ancora crudo e pure San Matteo, che era ora che si ricordasse ai posteri — grazie alle immortali pennellate di un grande artista — di quella volta che offrì la cena a tutti.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.