Storia di un gatto induttivista.

L’altro giorno avevo a cena una fiorentina: un bel monolite da un chilo e sette che ho personalmente massaggiato per mezz’ora prima di cuocerla rigorosamente sulla brace con tutti i crismi del caso (4 minuti per lato e altri 4 sull’osso per averla al sangue).

Ryuk, il mio gatto, ha letteralmente fiutato la prelibatezza gastronomica ed è salito sulla sedia del tavolo della cucina, sfoderando lo sguardo più patetico del suo repertorio, una roba che a confronto il Gatto con gli Stivali di Shrek e Oliver Twist di Dickens sono degli sgorbi guerci con le caccole agli occhi. Chiaramente così facendo, nel corso della cena, si è guadagnato qualche pezzo di succulenta carne, consumata direttamente sulla sedia.

A questo punto è entrato in gioco il ragionamento induttivo. Siccome ha ricevuto una gioia stando seduto su quella sedia, ieri ci ha passato speranzoso l’intera giornata. Ora, un animale tipo un tacchino avrebbe eseguito una più lunga serie di osservazioni prima di elaborare un’inferenza induttiva come “se mi metto su questa sedia ricevo fiorentina”, ma si sa: i gatti sono più intelligenti di quei gallinacei.

Peccato che in casa mia la fiorentina non si mangia mica tutti i giorni, ragion per cui alla fine ieri Ryuk si è attaccato alla solita bustina. Ed ecco quindi nuovamente confutate le pretese di validità dell’inferenza induttiva per enumerazione, cardine dell’empirismo tradizionale: sucate Francis Bacon, John Stuart Mill e tutto il Circolo di Vienna dei filosofi positivisti logici.

Cordialità,

Il Triste Mietitore

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