Tassisti contro Uber

Nella giornata di ieri si è parlato nuovamente di Uber: i tassisti hanno manifestato contro questa applicazione un po’ in tutta Italia, pacificamente da qualche parte, leggermente più incazzati altrove.

Non ho mai provato il servizio offerto da Uber, anche perché il taxi l’avrò preso solo una ventina di volte nella mia vita, quindi non mi sono fatto un’idea obbiettiva del servizio. Si risparmia, questo è assodato, però non so se arrivino rapidamente quando li chiami (che non è un fattore trascurabile se devi “seguire quella macchina”), se siano rintracciabili se una volta sceso ti accorgi di aver dimenticato la suocera a bordo e se la vettura stessa ed il suo autista siano affidabili oppure ti si presenti davanti un troglodita ubriaco sull’auto dei Flintstones.

Tutto quello che so su Uber non mi deriva tanto dalla lettura degli articoli su giornali, quanto dal dialogo con i tassisti. E’ il loro argomento di conversazione preferito se hai la pessima idea di mostrarti propenso alle chiacchiere: in questo caso metti in moto un ingranaggio che si ferma solo 5 minuti dopo l’arrivo a destinazione, dopo averti dato il resto — con drammatica lentezza ed alternando ogni moneta con una apologia della loro categoria — e compilato la ricevuta (“Ha il rimborso spese? Gliela gonfio un po’?”).

Io purtroppo ho l’abitudine di scambiare due chiacchiere con i tassisti. Non lo faccio tanto per il piacere stesso del dialogo — per una volta che non guido amerei farmi i cazzi miei in auto — ma per necessità: se assorto nella conversazione l’autista non può:
a) Mettere musica di merda nell’autoradio;
b) Smanettare con il cellulare alla guida;
c) Gesticolare e scaccolarsi contemporaneamente.
Poi ho trovato tassisti in grado di dialogare facendo anche le tre cose di cui sopra, ma fortunatamente questi virtuosi sono molto rari.

Qualche giorno fa sono andato a Milano in auto e dall’hotel ho dovuto prendere un taxi dopo aver esaurito un calendario di bestemmie tra traffico infernale e zone a traffico limitato dove il navigatore si ostinava a volermi fare entrare. Sarei andato a destinazione a piedi ma era lontano, l’ora era tarda e si doveva passare per zone che si percorrono solo se si cerca droga o guai, ed io non ero interessato a nessuno dei due.

Come da copione, intavolo una discussione con l’autista:
- “Che traffico a Milano, eh?”. Il mio approccio standard, del quale sono molto orgoglioso. Neutro, ma dritto al cuore di chi passa 8 ore per lavoro in auto.

- “Lei viene da fuori?”. Certo che vengo da fuori, è ovvio. Nella frase precedente ho detto Milano: un autoctono avrebbe detto Città. E non ho neppure intercalato ogni parola con Figa, oh. Oltre a questo c’è il marcato accento genovese: cosa dovevo fare, salire mangiando trenette al pesto?

- “Sì, sono riuscito a posteggiare vicino all’albergo schivando aree ZTL, ma per arrivare all’appuntamento preferisco prendere il taxi, altrimenti mi perdo o divento scemo”. Che poi è anche vero. Milano mi è ostile, giungendo in auto. Parto da Genova con il sole ed uscito dalla galleria di Busalla mi sembra di entrare in Narnia: neve, freddo e nebbia. E mi sto solo avvicinando. Come prima cosa poi, sbaglio sempre la direzione della tangenziale in uscita dal casello autostradale, qualunque navigatore stia usando. Una volta, mi sono addirittura fermato sulla corsia d’emergenza solo per disinstallarne uno, colpevole di avermi guidato a fanculo.

- “Oh, ma girare a Milano è facilissimo: sono tutti cerchi concentrici con l’area ZTL al centro. Vista dall’alto è banale, guardi”. Ed a questo punto, mentre guidava, ha tirato fuori ed aperto una cartina grande come il lunotto della vettura. Ci sono rimasto di merda. Una tecnica perfezionata negli anni per viaggiare in taxi in sicurezza e senza rotture di balle vanificata in un secondo.

- “Mi parli di Uber, ha vinto lei. E metta via quella cazzo di cartina”.

No, ok, non ho proprio detto così, ma avrei dovuto farlo. Non mi ricordo esattamente come ho risposto, fatto sta che alla fine il discorso è caduto proprio su Uber, croce e delizia di ogni tassista che si rispetti.
Il mio tassista odiava Uber, ma la cosa assurda era che le sue argomentazioni non mi facevano capire perché non avrei dovuto usarlo. Hai un cliente in vettura, quindi la possibilità di indottrinarmi demonizzando il servizio, istigandomi la paura e l’incertezza.
Puoi dire che i pagamenti con quel servizio sono solo elettronici, quindi o hai una carta di credito o vai a piedi.
Puoi dire che ti arriva un’auto a cazzo, non la classica bianca con la scritta Taxi sul tettuccio. Potrebbe essere una Ferrari, ma anche una 126 marcia con le molle che escono dal sedile.
Mi potresti fare osservare che manca il tassametro: l’applicazione ti fornisce solo una stima del costo della corsa appena la prenoti.
L’auto stessa poi non ha mica una targetta con il codice identificativo dentro l’abitacolo. In taxi posso chiamare la polizia e dire “Aiuto, Toro 2523 sta guidando nel traffico con la cartina aperta”, con Uber non credo.

Invece di argomentare così mi dici che hai provato Uber in Francia, hai pagato un cazzo e gli hai anche fregato la corsa, dato che sulla carta prepagata non avevi abbastanza soldi. Ti hanno chiesto il pagamento e tu hai minacciato di denunciarli perché avevano applicato un sovrapprezzo per via della pioggia, e loro hanno calato le braghe e ti hanno azzerato la spesa. “Loro sanno che non gli conviene, perché lavorano al limite della legalità: perderebbero”, la giustificazione.
Poi, mi confessa “A volte a fine turno chiamo con qualche collega Uber per una corsa. Saliamo sulla vettura e se notiamo anche una sola irregolarità, lo denunciamo. Addirittura registriamo la conversazione. Se si offre di venderci droga o ci indica dove possiamo trovarla, lo denunciamo subito, anche se sta solo scherzando. Oppure lo segnaliamo se è scortese. Se non lo è, cerchiamo di provocarlo”.

Insomma, io non so un cazzo di Uber, ma così me lo rendi simpatico. I tassisti hanno tutto il diritto di essere incazzati solo per il fatto che loro hanno pagato decine di migliaia di euro per una licenza ed Uber no: potrebbero andare a prendere a cappellate la scrivania del Ministro dei Trasporti con tutte le ragioni del mondo. Non è una vergogna metterla su questo piano. La capisco questa frustrazione e la comprenderebbero anche tutte le partita IVA ed i liberi professionisti italiani. Il problema, come sempre in Italia, è la comunicazione.
Ho sentito alla radio rappresentati sindacali della categoria dei tassisti, e loro generalmente spiegano bene i motivi della protesta facendo leva sugli argomenti sacrosanti che riportavo sopra. Ma il guaio sono alcuni tassisti come questo, che agli utilizzatori abituali — e potenziali di Uber — danno un’idea sbagliata delle loro ragioni e li spingono a tifare per la concorrenza.

Alla fine arrivo a destinazione, saluto il tassista, pago e lo ringrazio per la conversazione. La corsa non è costata neppure molto, probabilmente giusto un paio di euro in più ad Uber. Però non ho dovuto aspettare la vettura, che ho direttamente fermato per strada. Uber ci avrebbe messo magari una ventina di minuti, con il traffico che c’era, per mandare qualcuno a prendermi, facendomi arrivare in ritardo: questo è un plus valore che giustifica una spesa un po’ maggiore.
Alla fine della serata mi sono rassegnato, ed al taxi preso al ritorno ho giusto aperto bocca per dare l’indirizzo a cui doveva portarmi. E’ stato un viaggio accompagnato da musica disco, ascoltata da un tassista che alternava ad una scaccolata un messaggio su Whatsapp, ma di Uber — per quella giornata — non ne volevo proprio più sentire parlare.

Cordialità,
Il Triste Mietitore