The Order 1886: recensione di un videofilm

Quando non avevo ancora la barba intorno al pisello esistevano dei videogiochi semplici, lineari, con poca trama (solitamente salvare una principessa) e molta, molta azione. Poi, con l’evoluzione della tecnologia, sono uscito i videogiochi basati sui film e cartoni animati (Tipo Batman e la serie di Star Wars per Super Nintendo) dove iniziava ad esserci una storia più complessa, anche se comunque presa in prestito dalla pellicola cinematografica.
C’è stata anche qualche eresia, ossia film tratti da videogiochi: ricordiamo le orrende trasposizioni cinematografiche di Mortal Kombat, Street Fighter e Tomb Rider e facciamo finta che non siano mai esistite.

Adesso, ai giorni nostri, sembra che la tendenza sia quella — grazie alle console di ultima generazione — di creare dei videogame che offrano l’esperienza di un vero film al giocatore.
The Order 1886 è uno di questi.

ATTENZIONE! PROSEGUENDO NELLA LETTURA DI QUESTA RECENSIONE INCAPPERETE IN POTENTISSIMI SPOILER. NON PROSEGUITE OLTRE SE INTENDETE GIOCARCI (O CONTINUATE SE VOLETE RISPARMIARE CIRCA 60 SACCHI)

Iniziamo subito con il dire che The Order mi è piaciuto, a conti fatti. Non mi è piaciuto però il prezzo a cui è venduto, rapportato alla durata del titolo, che è quasi nulla. L’ho finito in una decina di giorni, giocandoci davvero poco, per un totale di circa 6–7 ore di gameplay: pochine per un titolo che costa 60 eurozzi.

Il gioco è del genere “film con in mezzo un’oretta scarsa di sparatutto in terza persona alla Gears of War”: tante cutscenes e poi ogni tanto gli sviluppatori si ricordano che hai un controller tra le mani e ti permettono di sparare a qualcuno.

Protagonista assoluto della storia, ambientata in una Londra vittoriana un po’ steampunk, è Ser Galahad, Cavaliere della Tavola Rotonda. Galahad assomiglia molto ad un Super Mario incazzoso con fucile e pistola che combatte la minaccia dei mezzosangue, una specie di licantropi.

Il gioco inizia con il protagonista che viene torturato nelle prigioni dell’Ordine per il suo tradimento: dei secondini gli fanno cantare un paio di volte la sigla di “Re Artù ed i Cavalieri della Tavola Rotonda” con la testa nel cesso finché non si rompe le balle, uccide i suoi aguzzini e scappa.

A questo punto parte il mega flashback che spiega come Galahad sia finito in quella situazione di merda: in sostanza dando retta al suo mentore, Ser Percival, aveva scoperto che il suo Ordine in realtà era in combutta con i mezzosangue ed i vampiri (ed è subito Underworld): spara un po’ quà e là, irrompe nelle segrete dell’Ordine per liberare un amico, si scontra con un cavaliere licantropo figlio del Gran Ciambellano dell’Ordine che sapeva benissimo che il figlio era un licantropo ma lo lasciava agire (i padri perdonano tutto ai figli, specie se altolocati), lo uccide e tutto finisce con una bella ripresa di Galahad in cima ad un palazzo che fa tanto Batman. Fine.

Il riassunto è volontariamente breve in onore alla durata del gioco, che ribadisco essere più veloce del coito di un verginello. Con questo non voglio dire che la trama sia banale, come sembrerebbe dalle poche righe che ho scritto: personalmente mi è piaciuta e ritengo che si appoggi su delle buone idee, ma è davvero fottutamente troppo breve!

Il gameplay è molto deludente: si viene guidati praticamente su binari. Non puoi fare o toccare nulla. Anzi, qualcosa puoi toccare: ogni tanto trovi su dei tavoli dei giornali o dei volantini che puoi rigirarti tra le mani e ruotare finché non ti stufi e li lasci lì dove li hai presi.

I combattimenti sono facili: ti nascondi dietro un muro e spari ai nemici che mettono la testa fuori: non c’è strategia e l’intelligenza artificiale dei tuoi avversari è ai livelli di una calcolatrice trovata nel fustino del Dixan. Deludentissimi i combattimenti con i licantropi, che sono di due tipi: ci sono quelli che ti vengono incontro a quattro zampe (gli spari mentre si avvicinano, scansi il loro attacco, loro scappano lontano da te e poi ritornano per beccarsi altro piombo) e quelli che affronti con la daga (premendo al momento giusto il tasto indicato sullo schermo). I vampiri ne ammazzi giusto uno nella bara e dai fuoco alle altre. Il mio disappunto è grande: hai messo licantropi e vampiri in una storia? Allora incentra i combattimenti su questi! Ed invece no, il 99% degli avversari sono costituiti da stupidi umani.

Dove eccelle davvero questo gioco è nel comparto grafico: la PS4 qui mostra tutta la sua potenza, tirando fuori una minchia di dimensioni ciclopiche. Sembra davvero un film, ed infatti sono più le scene di intermezzo (addirittura 2 dei 16 miseri capitoli che compongono il titolo sono solo filmati durante i quali puoi anche lasciare il controller al gatto) del gioco vero e proprio. I personaggi, l’architettura, il doppiaggio (ho riconosciuto le voci di alcuni Cavalieri dello Zodiaco, che come Cavalieri della Tavola Rotonda non stonano affatto), le luci sono rese in una maniera così perfetta che, cinematograficamente parlando, The Order 1886 piscia tranquillamente in culo a molti cartoni 3D usciti nelle sale lo scorso anno. Quando esamini un foglio, ad esempio, riesci a distinguere la filigrana della carta: una roba inutile al fine del gameplay, che però fa davvero impressione.

Ci sono altri titoli simili, giochi un po’ sui binari con bella storia, grafica di grande impatto e cutscenes godibili: ad esempio Last of Us. Ma Last of Us è infinitamente meglio di The Order, non tanto per la storia (che è superba) o per la grafica (inferiore a The Order), ma perché ha un gameplay come ti aspetteresti da un videogioco, eccheccazzo. In Last of Us devi affrontare i combattimenti con strategia, scegliendo l’approccio giusto. Le munizioni scarseggiano, alcuni avversari ti conviene aggirarli piuttosto che affrontarli. E muori, anche più volte. In The Order, lasciando la difficoltà a livello normale, non sono mai morto. Sì, qualche volta, ma giusto perché non premevo il pulsante in tempo durante i combattimenti guidati: mai durante le sparatorie.

La pecca più grande di The Order 1886 è poi la longevità: una volta finito non ci rigiocherete mai più. Intanto manca la modalità multiplayer (presente in Last of Us), ma poi è così facile che non c’è gusto.

Alla fine, se consideriamo The Order per quello che è, ossia un film interattivo, possiamo dire che è fatto bene e mi sento di consigliarlo, ma non certo per 60 euro, come dicevo all’inizio della recensione. Aspettate che cali un po’ o prendetelo usato: dopotutto un DVD (perché mi rifiuto di chiamarlo videogame) non dovrebbe costare più di 30 euro.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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