Un PTU (piano di trasformazione urbana) per la caserma Perrucchetti a Milano

Milano, come molte grandi città del mondo occidentale, ha subito dagli Anni Novanta un cambiamento epocale tuttora in corso, sotto la spinta di un mutamento del modello produttivo caratterizzato dall’abbandono delle collocazioni urbane delle grandi fabbriche, delle infrastrutture di trasporto e distribuzione delle merci e delle grandi attrezzature istituzionali (caserme, mercati generali, fiere, ecc.) sostituite da residenze, uffici e grandi centri commerciali.

Per fare ciò si sono da tempo ed ampiamente utilizzate tutte le possibilità consentite dagli strumenti di pianificazione negoziata (accordi di programma tra enti pubblici e privati, Programmi Integrati di Intervento per lo più proposti da privati) introdotti dal 1992 in poi, per imprimere nelle grandi trasformazioni urbane derivanti dal riutilizzo di aree dismesse ampie modifiche di destinazione funzionale e incrementi di quantità edificatorie.

Ciò che è accaduto rappresenta la testimonianza di un quadro di deregolazione normativo legislativa e di crescente aggressività dell’iniziativa immobiliare, nel voler imporre un proprio modello di sviluppo per l’assetto insediativo nella città che passa dal circuito fondiario-edilizio a quello della grande finanza.

È un modello che sotto la denominazione del cosiddetto Rinascimento Urbano ha costellato tutte le aree dismesse della città con tipologie edilizie estremamente concentrate in altezza, e in molti casi con quantità edificatorie doppie o triple rispetto a quelle programmate dal Prg.

Oggi il complesso delle aree delle ex caserme militari milanesi (circa 900.000 mq) risulta quasi dismesso e senza utilizzo, ed è caratterizzato da diffuse edificazioni costituite da edifici otto-novecenteschi per lo più vincolati della Soprintendenza ai Beni Architettonico-Culturali.

L’area dell’ex Piazza d’Armi, la più grande delle caserme milanesi, rappresenta sia per consistenza, sia per la sua posizione strategica nella città di Milano e rispetto l’area della Città Metropolitana, una risorsa territoriale utilmente da destinare a parco territoriale e a grandi servizi urbani, se trattata ed inquadrata in una politica urbanistica unitaria insieme a tutte le altre aree delle ex caserme milanesi.

Occorre, quindi, modificare l’impostazione del vigente piano urbanistico di Milano (Pgt) che propone una frazionata attuazione delle ex caserme, e dunque impostare un nuovo grande Piano di Trasformazione Urbana (PTU) unitario che realizzi la progressiva trasformazione di tutte le aree e sopratutto la progressiva destinazione pubblica a parco territoriale del comparto dell’ex Piazza d’Armi.

In questa nuova impostazione di programmazione urbanistica con un unitario PTU, è necessario però cogliere la strategicità posizionale e dimensionale dell’area dell’ex Piazza d’Armi rispetto sia la Città di Milano a livello locale, sia rispetto i territori della Città Metropolitana a livello di area vasta, come già illustrato. Infatti, si dispone sul versante ovest di Milano circondata da una vasta serie di servizi per lo sport e il tempo libero (US Sportiva Gescal Boys, Società Sportiva Baggio Secondo, centro tennis Walter Bertini, US Triestina 1946, US Visconti 1947, ecc.) — alcuni dei quali alcuni richiedono interventi di riqualificazione — e importanti servi sanitari come l’adiacente ospedale San Carlo.

L’aspetto più saliente è raffigurato dall’immediato ed esistente sistema ambientale occidentale, costituito dalla presenza e continuità fisica dei parchi territoriali: “Bosco in città”, “Parco di Trenno” e “Parco delle Cave”, nonché del più vasto “Parco Agricolo Sud Milano”. Trattasi di un fondamentale sistema ambientale, correttamente rappresentato della Rete Ecologica Comunale (REC) del Pgt, contrassegnato da gangli principali, corsi d’acqua minori da riqualificare ai fini polivalenti e da primarie linee di connessione con il sistema urbano del verde, per l’appunto.

Su queste connotazioni urbane e ambientali si propone una riconversione funzionale dell’area di Piazza d’Armi, che tenga anche conto delle valenze sociali presenti, come del resto lo dimostrano anche alcune presenze, seppur disarticolate, di conquista dello spazio militare (orti di via Domokos), che hanno in parte eroso il recinto militare.

L’impianto insediativo esistente di questa ATU presenta dei tessuti edificati organizzati secondo una maglia ortogonale, tipica degli insediamenti militari, sui lati orientale (via Chinotto) ed occidentale (via Olivieri). Il compendio immobiliare novecentesco disposto lungo via Chinotto si articola su 19 edifici, corrispondente con la Caserma Santa Barbara, ed è stato recentemente dichiarato come bene di interesse storico artistico stante le sue peculiarità architettoniche. Viceversa, solo un edificio di quelli disposti lungo via Olivieri, corrispondenti con i “magazzini di Baggio”, è oggetto di vincolo artistico monumentale.

Il masterplan propone, dunque, di realizzare un grande parco centrale che costituisca il punti di ingresso al vasto sistema ambientali dei parchi territoriali occidentali, ponendo come tema la costruzione di una vasta area a verde di dialogo tra verde urbano e verde agricolo. Se da una parte le città si sono dotate internamente di aree verdi attrezzate con impianti costruiti (aree gioco, campi da gioco, spazi per la sosta, ecc.), d’altra parte le stesse città si sono espanse erodendo le aree verdi naturali dello spazi agricolo. Ciò ha generato un mero accostamento di paesaggi che spesso si traduce in conflitti di funzioni insediate, oppure di contesti poco relazionati tra loro.

Si propone quindi la formazione di un sistema continuo verde che a partire da quello esistente fortemente organizzato e frastagliato della Caserma Santa Barbara, si estenda verso ovest, attraverso una maglia regolare che tende a deformarsi nella sua organizzazione verso ovest. Si realizzano in tal modo spazi per una socialità può strettamente urbana, ove si dispongono alcuni servizi di potenziamento e qualificazione di quelli già esistenti come ad esempio un miglioramento delle condizioni insediative per le attività sportive (dotazioni infrastrutturale per la US Visconti e Triestina), una più estesa organizzata area orti e diverse zone pedonali a boulevard che valorizzano i filari stradali presenti, mediante la loro trattazione come elementi di guida nell’elaborazione progettuale di riconversione.

Altresì, si concretizzano altri spazi per una socialità che richiede una minor “urbanità”, ovverosia la formazione di aree boscate, più e meno dense nella loro forestazione, e radure. Tutte aree libere volte a forgiare quel necessitato filtro ambientale che può mettere in relazione la città con la campagna.

Assieme a questo nuovo spazio naturale di dialogo e debolmente infrastrutturato, si dispongono perimetralmente funzioni residenziali di completamento con i tessuti circostanti e l’insediamento di nuove funzioni terziarie che possono definire una sorta di “pizza delle nazioni”, attraverso il recupero e rinnovamento dei fabbricati costituenti la Caserma Santa Barbara. Qui troverebbero insediamento diverse associazioni imprenditoriali, commerciali, bancarie e anche alcune rappresentanze diplomatiche che sono dislocate variamente in Milano.

Spesso si è tentato di riorganizzare la ricchezza e molteplicità funzionalità di Milano mediante l’assunzione di modelli precostituiti sul termine della “cittadella”. Si sono sentiti nel dibattito cittadino milanese la volontà di realizzare la “cittadella dello sport”, la “città della salute”, la “cittadella della giustizia”, ecc. In questa proposta non si tratta di realizzare una determinata “cittadella”, bensì il contrario; il tentativo è quello di aprire le mura che chiudevano la cittadella militare, mediante il riconoscimento del simbolismo che quelle stesse mura hanno rappresentato nella società.

È per questo motivo che laddove si propone una riqualificazione / rinnovamento edilizio, questa è collocata sul perimento (via Chinotto, delle Forse Armate e Olivieri). In siffatto modo la “quinta edificatoria” viene ridefinita come punto o luogo di accesso, e non più identificata come “divieto di accesso” di una zona militare, a lungo rappresentata dai cartelli gialli apposti ripetutamente sul perimetro.