10 canzoni con cui ci siamo lasciati

Un dj-set post-punk, nel senso ampio del termine.

Da piccola avevo la Barbie e la Barbie aveva il letto a baldacchino. Un giorno, non ricordo bene perché, ho deciso di romperlo. Ho preso una delle quattro colonnine di plastica rosa ai quattro angoli del materasso rosa e l’ho piegata. La colonnina non si è spezzata, si è solo piegata ed ha cambiato colore: è diventata bianca. E’ anche diventata un po’ tiepida. Stranissimo, no?

Tu non l’avresti trovato poi così strano: avresti tirato in ballo l’energia cinetica che diventa energia termica e chissà quale altra spiegazione meccanica al mio sadismo di bambina rosa e viziata.

Da grande avevo una relazione, avevamo una relazione. Ma io ho deciso di rompere anche quella e il perché, stavolta, me lo ricordo bene. Ho piegato quello che c’era da piegare: la plastica che ci univa è impallidita, si è intiepidita, si è dilatata. Però anche in questo caso non si è spezzata, perché non ha raggiunto il punto di rottura. Tutti gli oggetti hanno il punto di rottura, credo. E così anche le relazioni, pur non essendo propriamente oggetti.

È difficile, se non si raggiunge il punto di rottura, capire che una storia d’amore è finita. È ancora più difficile se quella storia si basava principalmente sul fatto che a entrambi faceva schifo più o meno tutto: tutto tranne quello che io ero per te, quello che tu eri per me.

Eravamo il non sei solo qui, non sei sola qui, il sei meglio di come credi di essere, sei meglio di come tua madre crede tu sia. Eravamo il sei meglio, meglio di tutti gli altri e sono io l’unico, l’unica, che l’ha capito veramente.

Eravamo gli abbracci nella stanza senza riscaldamento, gli abbracci per dormire in due sul materasso singolo, gli abbracci alla fermata del notturno sotto la pioggia di Trastevere.

Eravamo ti prego chiamami tesoro adesso mentre piove e l’aria è fredda, eravamo i miei capelli che sono fili scoperti, eravamo Love will tear us apart urlata, saltata, pogata alla festa di Capodanno tra una hit di Giuni Russo e l’altra di Donatella Rettore.

Ci eravamo già lasciati, quel Capodanno lì, ma non ci aveva ancora fatto caso nessuno. Eravamo solo un pezzo di plastica spiegazzato, niente di irrimediabilmente rotto.

Torino, aprile 2015.

Ci siamo lasciati da qualche mese ma tu continui a venirmi a trovare e ogni volta sembra che tu non voglia mai andare via. Forse non vuoi. Vieni anche per il week-end di Pasqua. Sabato sera ceniamo a casa ma quando finisce il vino siamo ancora sobri. Così usciamo, anche se fuori sembra febbraio e piove quella pioggia impalpabile e costante che pensi di poter girare senza ombrello e poi torni a casa zuppo fino alle mutande.

Usciamo anche se in quei giorni Torino sembra fuori dallo spazio e dal tempo: non c’è nessuno, non succede nulla. Ti porto a bere un un rum brasiliano dolcissimo e imbevibile, poi andiamo in un locale che fa sempre concerti di gruppi sconosciuti che ti piacerebbero ma stasera niente. Stasera c’è solo un dj-set post-punk e new wave, ovvero tutta musica non definibile senza nominare quello che viene prima o dopo di lei.

Come me, che non si capisce perché ce l’ho così tanto con tutti se prima non senti mio padre che litiga col telegiornale e mia madre che parla di me come di un investimento andato male.

Come noi, che non si capisce perché stiamo (stavamo?) così bene insieme visto che tu sei un ingegnere bello e simpatico e io un’aspirante scrittrice stronza e sovrappeso. Non lo capiscono perché stavi con me se non ci hanno visti boccheggiare, adolescenti, nella provincia dei tossici nei bagni pubblici e di Faccetta Nera come suoneria del cellulare.

Noi, bellissimi dopo tutto quello che ci ho fatto. Abbiamo ancora il nostro ritmo, me l’ha detto Giovanni quando ci ha sentiti parlare.

Noi che entriamo nel locale attratti dalla promessa di birra + post-punk. Noi che mentre il dj attacca Wonderwall ci lanciamo uno sguardo chiamato Cosa-c’entrano-gli-Oasis-col-Post-Punk. Come se al posto della birra ci offrissero del succo al lampone. Invece la birra sa proprio di birra e Il giorno dopo Wikipedia ci svelerà che sì, col termine post-punk si intende tutto ciò che in Gran Bretagna ha portato ad un superamento di certi dettami musicali tipici del punk. Compreso quindi il brit-pop, compresi quindi i fratelli Gallagher, i Blur, i Kasabian. A questo punto è legittimo chiedersi se anche Madonna non abbia diritto di essere considerata post-punk o se la mia nascita, avvenuta nel 1991, possa rendermi catalogabile come “bambina nata nel secondo dopoguerra”.

Entriamo in pista solo col supporto di Personal Jesus, versione originale. Un po’ inflazionata, soprattutto dopo la cover di Marilyn Manson, ma questa notte è ancora nostra, direbbe Venditti, e non ce la lasceremo rubare dai fratelli Gallagher.

Segue Billy Idol, Dancing with myself: l’inno di quelli come noi, che si vestono di nero ma senza borchie, che bevono birre medie mentre ballano che poi quello non è mica ballare, al massimo è ondeggiare a tempo. O anche fuori tempo, tanto quelli come noi non ce l’hanno il senso del ritmo, si muovono facendo fare alla testa un movimento tipo il simbolo dell’infinito: doppio cerchio con incrocio. Il resto del corpo sussulta leggermente, facendo attenzione a non rovesciarsi addosso la birra.

Aspettiamo i Joy Division, siamo certi che arriveranno. Nel frattempo ci viene da ridere per una specie di capo indiano che balla facendo strani gesti con le dita, come Lady Gaga nel videoclip di Applause o come uno degli Illuminati. Anche se dubito che Lady Gaga o gli Illuminati frequentino i dj-set post-punk.

I Joy Division non arrivano, nonostante la comprovata ballabilità di un album come Unknown Pleasures, nonostante la sua indubbia appartenenza alla categoria post-punk/new-wave.

Però arrivano i Cure, Boys don’t cry.

Io ripenso alla cena di poche ore prima, ripenso a me che metto Just like heaven mentre cuciniamo. Ripenso a te che la definisci la più romantica canzone d’amore mai scritta e a me che non lo so se sono d’accordo, già solo nella discografia dei Cure ce ne sono di più romantiche, e poi aggiungo che comunque Robert Smith non si capisce mai se è felice o depresso o entrambe quindi è difficile definire una sua canzone “romantica”. E ripenso a te che parli di canzoni romantiche proprio con me, che quattro mesi prima t’ho detto che non ti amo più e il mese dopo te l’ho ripetuto e te l’ho ripetuto ancora e ancora fino a questa sera qui, che non mi va più nemmeno di ripeterlo, non mi va di sbilanciarmi in dichiarazioni di non-amore.

Nemmeno il dj si sbilancia e ci piazza i Pixies, Where is my mind. A ‘sto punto mettimeli i Joy Division, che ti costa. Se ti piace vincere facile vai di love, love will tear us apart, vai di radio, live transmission.

Invece no, la situazione peggiora, perché si passa dai pezzoni anni Ottanta ai pezzoni anni Novanta decisamente troppo brit-pop per entusiasmarmi: Girls and Boys dei Blur mi strappa un gridolino ma solo perché in quel momento ancora non sospetto che il ritornello mi si pianterà in testa per un’intera settimana.

Ce ne torniamo a casa che il dj ormai annaspa: piazza Heroes.

Nessuno balla davvero Heroes alle tre del mattino, e i dj lo sanno, è davvero un modo subdolo per mandare a casa la gente quello di mettere Heroes durante una serata. Era meglio un lento, era meglio un minuto di silenzio. Più onesto. Non che non ci aspettassimo qualcosa di Bowie, però non così, a tradimento.

Torniamo a casa, sono stanca e ho bevuto tanto. Anche tu hai bevuto abbastanza, altrimenti non avresti ballato con me, non avresti ballato in generale. A letto ripenso a David Bowie e mi metto a farfugliare Space Oddity senza sapere le parole. Arrivata al ritornello mi entusiasmo ma biascico i versi e scandisco solo “Major Tom”. Tu ridi e sbotti:

Cazzo oh, so’ due parole: una è Major Tom e l’altra è Ground Control, impàratele tutte e due almeno, se la vuoi cantare.

Allora io la canto bene, cioè almeno un po’ meglio, e la canti anche tu insieme a me. Ridiamo e ci addormentiamo abbracciati, una volta ancora. E ancora, nei mesi seguenti, l’amore ci farà a pezzi.

Poi finirà. Ma a vederci quella sera non si direbbe.


Il videogioco è bello, provatelo. Lo trovate qui.

La playlist, invece, è su Spotify