Bridget Jones c’est moi

di quando mi sono riscoperta bionda. E in VHS.

È il 2002, ho tredici anni. È l’anno in cui mi trovo più frequentemente a casa da sola dopo scuola: i miei sono al lavoro, ma ormai mi sento perfettamente in grado di prepararmi del cibo senza il loro aiuto.

Mio padre, gran collezionista di film che mai vedrà, porta a casa almeno una volta una a settimana una VHS delle nuove uscite, con la promessa di cenare e vedere un film tutti insieme. Riusciremo a farlo ben poche volte, ma almeno i corridoi di casa hanno sempre assomigliato alla parete del 3x2 di Blockbuster.

Ma torniamo al 2002: i nuovi pomeriggi di autonomia prevedono la visione di questi film, tante schifezze e zero compiti. È inverno, l’inverno del mio primo mestruo e dei primi reggiseni da signorina che contenessero vere tette (tettine, dai) al posto della ciccetta che ha sempre contornato il mio corpo. Guardo la cassetta di Il diario Bridget Jones appoggiata vicino al videoregistratore e con fare curioso, istintivamente, la inserisco e spingo play. Niente è stato più lo stesso: quella sono io! quella sarò io!

Con più spavento che altro, da lì a pochi anni, le relazioni che hanno fatto capolino nella mia adolescenza — poche, distratte e timide — hanno subìto l’inquisizione del: È un Daniel o è un Mark?

Mi riferisco ovviamente anche agli amori da metropolitana (intensissimi) o a quelli impossibili (disarmanti). Se ripenso all’amore adolescenziale vedo me in pigiama, capelli sporchi e All by myself nelle orecchie. Sì, come la scena del primo film.

via

Dopo una relazione in quella fase della vita in cui tutto è possibile (ma anche no) finita in maniera così stupida e così intensa, mi convinco del fatto che l’amore è per i deboli, e stoicamente — come una vera bitch — decido che sto bene da sola.

L’utero è mio, ma anche la vagina e quelle parti piacevoli al tocco.

Non mi serve nessuno. Che perdo tempo a fare se tanto i Mark non esistono (non che a me servano, eh! Sia chiaro) e i Daniel, forse, è meglio lasciarli stare sul serio.

Anche perché, quando Daniel ti dirà quelle parole inaspettate e bellissime, quelle che non avresti mai pensato di sentirti dire, quelle a cui la tua parte razionale non crederebbe mai, tu decidi puntualmente di affidarti all’altra parte di te, quella a cui piace illudersi che sarà lui a raccoglierti, il giorno in cui ogni piccolo pezzo di te verrà smontato al primo venticello di ottobre. No, non sarà lui, sarai tu a sistemarti e toglierti le foglie tra i capelli.

by Edith Carron

Pochi giorni fa è uscito il nuovo film di Bridget Jones. Con forse più entusiasmo del dovuto, aspetto questo nuovo capitolo da parecchio tempo. Troviamo la protagonista dieci anni dopo l’ultimo film, con alle spalle la rottura con Mark (sigh), un bel lavoro, e felice di star da sola (o forse abituata all’idea). La ritroviamo in quella fase della vita in cui noi donne ci contorniamo (involontariamente) di amiche alle prese con biberon e pannolini, e noi ci convinciamo che c’è ancora tempo e ci diamo alla pazza gioia e facciamo cose che neanche a diciotto anni.

A dirla tutta, mi sono sempre immaginata così a quarant’anni: non ancora sistemata come vorrebbe la Lorenzin, con un bel lavoro e con quei chiletti in più con i quali hai combattuto tutta la vita, ma che adesso ti tolgono anche qualche anno e ti fanno sembrare una milf di gran classe, di quelle che magari ce cascano.

Di Mark neanche l’ombra, di Daniel pure troppi. Quella sono io, quella sarò io!

E invece no, il caso vuole che sia per me che per Bridget le cose in qualche modo si sistemino e di corse e rincorse e salti mortali proprio non ne vogliamo più sentir parlare. Saremo sempre noi, guarderemo le nostre foto e leggeremo i vecchi diari, non più con malinconia, ma con orgoglio. Felici, perché il passato ancora non è una chimera di nostalgia, ma una scatola piena di fiori secchi che emanano ancora un buon profumo. E i fiori che puzzano? Quelli siamo capaci di buttarli via, ché non c’è posto per tutto nella scatola.

Non cercate di fare le cose giuste con l’uomo sbagliato, cercate di fare le cose sbagliate con l’uomo giusto; con un Mark, con quello che avete aspettato tanto di vedere al vostro fianco anche se fa sempre la cosa giusta e a voi, ogni tanto, piace ancora sbagliare. Capirete da sole che i bravi ragazzi sanno baciare molto meglio di quelli cattivi. Ma questo è un segreto. E vale la pena aspettare.

Nel 2016, ad oggi, con questa consapevolezza ero seduta in sala, a ridere come si fa con una vecchia amica che non vediamo da un po’ — ma che stalkeriamo su Facebook per vedere quale strada prenderà la sua vita rispetto alla nostra.

Ci siamo ritrovate, siamo sempre noi, le rughe non ci fanno ancora paura.

…Oddio, forse alla Zellweger un po’ di paura la mettono.