The Handmaid’s Tale: la recensione di Mario Adinolfi.

Miglior. Romanzo. Utopico. Mai. Scritto.

Difred = un villain FANTASTICO! Qualsiasi Pio Cristiano la troverà adorabilmente odiosa!!

The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood (1985) tratteggia una società utopica in cui il ruolo delle donne ruota attorno ai virtuosi compiti del dare la Vita e dell’avere rapporti sessuali a cadenza mensile. Il romanzo definisce le donne in base ai ruoli stabiliti da Dio: Moglie, Figlia, Zia, Marta e Ancella. (Anche se le Mogli non sono mai chiamate Madri, un’imperdonabile svista).

Liberando le donne dalla responsabilità della proprietà privata, dalla scelta di un partner sessuale, dall’alfabetizzazione e da un nome proprio, il romanzo si configura come guida per una perfetta unione tra uomo e donna.

La storia si concentra sulla figura del Comandante, complesso protagonista che riesce nella missione di creare una Teocrazia Cristiana. Non come nell’Italia di oggi, in cui siamo ancora mesi e mesi lontani da un simile traguardo.

Grazie a un interessante capovolgimento di prospettiva, la storia è narrata dal punto di vista dell’antagonista, Difred. Difred ha l’invidiabile ruolo di “Ancella”, donna destinata a procreare grazie a coiti programmati mensilmente, ma non è in grado di apprezzare la propria posizione privilegiata.

Il rosso simboleggia la fertilità, suppongo. In ogni caso mi rifiuto di approfondire la sessualità femminile.

Come in tutte le grandi storie, il Comandante ha un tragico tallone d’Achille: la gentilezza. La sua eccessiva bontà d’animo lo spinge a coinvolgere Difred in una partita a Scarabeo, sensuale gioco da tavolo. Durante la lasciva competizione, Difred seduce il Comandante, in qualche modo forzandolo ad accompagnarla in un bordello.

Questo episodio evidenzia uno dei messaggi del romanzo: un uomo sposato non dovrebbe mai giocare ai giochi da tavolo in assenza di sua Madre.

Il romanzo si lascia però sfuggire l’opportunità di menzionare altri giochi da tavolo moralmente corrotti. Per esempio Scale & Serpenti contiene un immaginario rampante e iper-sessualizzato, mentre L’Allegro Chirurgo pretende di introdurre anche le bambine alla professione medica.

Oh no, donne che si toccano! Perché nessuno ha tagliato questa parte?!

Ma le imperfezioni di questo romanzo non si fermano qui: la Atwood, infatti, dedica troppo spazio ai pensieri di Difred.

Non ha senso antropomorfizzare una donna fertile, è un po’ come immaginare cosa pensano i gatti o gli omosessuali.

Inoltre, Difred alterna spesso il passato al presente, e questi salti temporali stridono all’interno di un racconto altrimenti così piacevole.

Possiamo spiegare i difetti di The Handmaid’s Tale’s col fatto che “l’autore”, in realtà, è una donna. Come viene spiegato all’interno del romanzo stesso, infatti, una donna che scrive è un qualcosa che non ha senso, così come una donna che parla o una che va in bici.

Possiamo ben immaginare, invece, che il marito della Atwood sia il vero responsabile degli aspetti riusciti di questo romanzo.

Uno di questi è l’epilogo. Quando scopriamo che il Comandante è stato ucciso in una delle sacrosante purghe contro i leader corrotti di Gilead, il romanzo ci sta ricordando nessun uomo è sopra la legge. Per questo, alcune volte, gli uomini puri devono essere rimpiazzati da uomini ancora più puri.

Che ne direste di… Comandante Adinolfi?
Per questo motivo tutti noi siamo in debito con la Atwood. Per lo meno fin quando le donne potranno legalmente riscuotere debiti.

Questo pezzo è una libera traduzione da Book Report for The Handmaid’s Tale By Mike Pence, scritto da Sasha Stewart e pubblicato sul magazine online Belladonna Comedy.

La scelta di “tradurre” il personaggio di Mike Pence, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, in Mario Adinolfi è dettata dalla sostanziale affinità politica (e spirituale) tra i due personaggi.

Grazie a Sasha Stewart, già autrice per The Nightly Show with Larry Wilmore, per averci concesso questa libera traduzione del suo brillante pezzo di satira. Potete trovare Sasha su Twitter @ArtfulStew e su Instagram @glumgram.