Wannabe

una distopia anni Novanta

Illustrazione a cura di Elisa Botticella

Tom Bates era uno dei pochissimi abitanti non autoctoni della Repubblica democratica di Pannonia. La sua permanenza era definita nel tipico gergo della regione “un soggiorno forzato”. Tom Bates rappresentava uno dei reporter più influenti nel dibattito politico internazionale, ma soprattutto un giornalista libero. Arrivato per testimoniare la spietata condotta del regime pannone, Bates era stato segnalato alle forze di polizia e smistato in uno squallido edificio di rappresentanza nei pressi della Capitale, a metà tra una prigione e un appartamento per diplomatici.

La stanza di Bates era al quarto piano, servita da un vecchio ascensore con la porta a soffietto. La camera era unta e piena di vecchi elettrodomestici degli anni ’90. Sembrava disabitata da mesi, forse anni, nonostante le briciole sulla moquette e il tanfo di scarpe usate misto a sudore. La televisione trasmetteva soltanto canali stranieri di musica commerciale e repliche di vecchi varietà, e nemmeno a tutte le ore.

La giustificazione internazionale data dalle alte sfere non ammetteva discussioni: “Vengono qui a diffamare e noi diamo loro l’alloggio gratuito. La vostra è solo propaganda controrivoluzionaria”.

Bates veniva accompagnato ogni giorno davanti al palco della Libertà Unificata, dove le casse mandavano a tutto volume il ritornello di Wannabe, il più grande successo delle Spice Girls.

Yo, I’ll tell you what I want, what I really really want,

So tell me what you want, what you really really want,

I’ll tell you what I want, what I really really want,

So tell me what you want, what you really really want,

I wanna, I wanna, I wanna, I wanna,

I wanna really really really wanna zigazig ha.

Gli abitanti della Capitale cantavano a gran voce, con gli occhi spalancati e il collo rigido, teso a sollevare in alto il viso. Le guardie, dal canto loro, controllavano dai lati che tutto funzionasse a dovere. Da quando Bates era presente nella capitale non erano mai stati costretti ad imbracciare il loro kalashnikov d’ordinanza. Era tutto sempre andato secondo la prassi.

If you want my future forget my past,

If you wanna get with me better make it fast,

Now don’t go wasting my precious time,

Get your act together we could be just fine.

Bates aveva imparato a odiare quel brano dal primo giorno, quando alle 6:30 aveva risuonato in tutte le case della capitale e forse, pensava Bates, dell’intera Pannonia. La scena si ripeteva alle 22:30, implacabile. Make it last forever friendship never ends, e il volume diminuiva graduale per accompagnarti a letto, in modo fermo e gentile. L’elettricità delle stanze veniva disattivata per motivi di risparmio e non solo, le pattuglie perlustravano le strade illuminate dagli scarsi lampioni.

Ma il coprifuoco, quel coprifuoco, era molto diverso da quello a cui Bates si era abituato nelle sue lunghe trasferte in paesi in guerra o sotto dittatura. I ragazzi tra i 16 e i 30 anni trascorrevano la notte nelle discoteche nazionali, aperte tutti i giorni.

Erano concesse cinque bevute per ogni avventore, a prezzo di supermercato. Gli alcolici, peraltro, erano i beni più acquistati dal popolo pannone insieme a salatini e merendine al cioccolato, in virtù dei loro prezzi bassi e calmierati. La carne e il pane erano destinati ai funzionari di stato, e l’acqua era scarsa e sporca, come pensavano tutti i pannoni. Il pesce praticamente non esisteva.

Le discoteche nazionali sembravano riprodurre le playlist di qualche deejay di vent’anni fa. Ma i pannoni non se ne accorgevano, forse non gli importava. Ballavano lo stesso, saltando e gridandosi addosso.

Illustrazione a cura di Elisa Botticella

Nella Repubblica era vietata ogni forma di aggregazione di cinque o più persone. E comunque Tom Bates non riusciva a scambiare neanche due parole con chi gli stava intorno. Cosa che gli risultava difficile anche in condizioni normali, peraltro. Aveva la fama di cattivo carattere, di troppa seriosità. E dire che da giovane frequentava i locali, frequentava le ragazze come tutti. La voglia di attivismo politico era arrivata più avanti, e non lo aveva più lasciato. Bates non riusciva più a spegnere il cervello, come gli dicevano i suoi amici più stretti, sempre più rari.

Ma in Pannonia dialogare era praticamente impossibile. Negli squallidi bar o nelle tavole calde la musica riempiva le stanze e dirompeva fino alle strade.

Quelli che venti anni fa potevano essere considerate delle hit di successo si alternavano con momenti di karaoke a cui partecipava praticamente ogni pannone.

Quello strano tipo di socialità senza dialogo era caldamente consigliata dal regime, che promuoveva via radio o televisione outfit da sfoggiare nel fine settimana, accompagnati da canzonette leggere che sarebbero presto diventate dei veri e propri tormentoni in tutto lo stato.

“Sembra tutto così pacifico, agente. Fatto a puntino”

“Vogliamo soltanto che la nostra gente stia bene e non abbia troppi pensieri per la testa”

“Ma come mai queste canzonette, questo stile così anni ‘90…”

“Si rilassi, Bates, non fa che parlare da quando è arrivato. E capire, sempre capire. Balli, balli un po’”

Bates ci provava pure, a ballare. Il suo stile era antiquato, un reperto di quando era giovane. Si guardava intorno con gli occhi sorridenti e imbarazzati e saltellava discreto sul posto, per mimetizzarsi con gli altri pannoni e non creare problemi con le guardie lì intorno. Era questa, almeno, la spiegazione che si dava ogni giorno.

Bates aveva frequentato ogni singolo locale, dal Magic al Moonlight, fino al Summer Love fuori città, dove era arrivato grazie a uno squallido autobus con la carrozzeria scrostata e qualche vetro rotto. Malgrado tutto, nessuno si curava dei suoi movimenti serali.

Bates provava ogni volta a fare domande, allusioni o almeno scambiare qualche parola. E ogni parola si spegneva in un bacio da niente di qualche ragazzina o i continui brindisi degli altri. Now don’t go wasting my precious time dicevano le Spice, e la canzone risuonava almeno tre o quattro volte durante la serata, generando un’esaltazione che aveva poco e niente di artificiale. E forse, pensava Bates, avevano anche ragione loro.

Il tempo passava, con gli alcolici scadenti consumati ogni giorno e le ore di sonno da recuperare che diventavano settimane. Bates era solo, stanco, poco lucido. E l’abitudine era lì, in attesa di farci i conti una volta per tutte. Ci stava per ricadere, stava per diventare uno di loro. Doveva fare qualcosa, cercare di cambiare le cose, prima di accettarle definitivamente. Bates, in fondo, era diventato un giornalista per aiutare il mondo a migliorare. O almeno pensando di poterlo fare.

L’idea venne su uno dei soliti viaggi in bus. Un cartellone appoggiato su un finestrino, lo stesso che aveva visto tante volte in città. L’ultimo sabato del mese, come da tradizione, la cittadinanza era gentilmente invitata a riunirsi al Peaceful, la più famosa discoteca della capitale. Alla presenza delle autorità, deejay provenienti da tutta la regione avrebbero infuocato la notte di Pannonia.

La sorveglianza sarebbe stata dispiegata all’interno, rendendo impossibile ogni approccio discorsivo. Ma all’esterno, pensò Bates, avrò maggiore campo libero.

Il piano di Bates era piuttosto semplice: disattivare l’elettricità e portare buio e silenzio nella discoteca.

Metterli tutti davanti al loro nulla, dalla gente comune agli agenti fino alle alte sfere. Senza quella cazzo di musica, pensava Bates, apriranno un po’ gli occhi.

In pratica sarebbe stata un po’ più dura. Trovare un outfit che allo stesso tempo fosse coerente al tipo di serata, non desse nell’occhio alle eventuali guardie e avesse delle buone scarpe isolanti per non morire fulminato. E poi aspettare il momento propizio, arrampicarsi sul traliccio e tagliare i fili della luce sperando che la corrente non facesse brutti scherzi. La povertà di Pannonia era tale che sarebbe stata impossibile la presenza di un generatore di riserva. Sarebbe stato buio, buio vero.

Quel giorno era veramente freddo, o forse era l’impressione di Bates, che tremava sul bus delle 22. Da settimane soffriva una sete infinita e nessuno dei tanti bicchieri di vodka schifosa che fluivano al suo interno riusciva ad estinguerla. Era in piedi, confuso e schiacciato dai pannoni che scherzavano nei loro vestiti belli e finemente rattoppati. Un breve viaggio infinito.

E invece era finito anche quel viaggio. Bates si costrinse ad agire, a fare insomma ciò che non era più abituato a fare. Si mise a ballare, scambiare occhiate e costringersi a bere come ogni volta. A mezzanotte, come un rintocco di campane, le note delle Spice Girls tornarono a riempire la discoteca.

Illustrazione a cura di Elisa Botticella

“È tempo di ballare” pensò Bates uscendo nella notte.

I won’t be hasty, I’ll give you a try

If you really bug me then I’ll say goodbye

Bates aveva sempre descritto le azioni degli altri. Aveva raccontato rivoluzioni e sconfitte, accompagnando popoli e minoranze con il suo taccuino e la sua penna di marca. Era poco ed era quello che si concedeva. Non aveva mai preso parte attiva e se lo ripeteva ogni giorno. Dopo quel giorno, almeno, quella serie infinita di rimpianti avrebbe visto la fine.

La scala fu piazzata nell’angolo buio, al riparo. Bates la salì insieme alle sue vertigini e alla sua paura. Un taglio netto, una scossa veloce attutita dai tanti indumenti isolanti. Un formicolio insopportabile al braccio e al pettorale.

Poco più in là, un rumore di scoppio. La discoteca al buio, le Spice Girls silenziate di colpo, di netto.

“Ce l’ho fatta. Senza questa dannata musica può nascere qualcosa”. E qualcosa successe, con il brusio di centinaia di voci che sciamava dallo spento interno della discoteca. Si aprirono le porte principali e quelle di sicurezza, lasciando fuoriuscire le voci e la gente.

Ora, all’esterno, quelle voci divennero facilmente comprensibili. Erano perfettamente all’unisono e si dirigevano verso il palco della Libertà Unificata.

Le parole erano chiare e inequivocabili.

Yo, I’ll tell you what I want, what I really really want,
So tell me what you want, what you really really want

Bates scomparve poche ore dopo.

Illustrazione a cura di Elisa Botticella