Gran Bretagna nel caos: e adesso?

I risultati delle urne cambiano radicalmente gli equilibri politici d’Oltremanica. E aprono la strada a un futuro pieno di incognite.

Una vittoria che ha il sapore di una sconfitta. Theresa May aveva scommesso e ha perso. O meglio — per citare il Pierluigi Bersani del 2013 — ha “non vinto”, rimanendo senza una maggioranza stabile. Ma tra nomi illustri della politica rimasti senza poltrona e successi inaspettati, questa non è stata l’unica sorpresa della notte elettorale nel Regno Unito. Vediamo quali saranno le più probabili conseguenze del voto per i principali partiti.

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La debacle dei conservatori

Qualche commentatore aveva già tacciato la scelta di Theresa May di convocare le elezioni anticipate come un atto di hybris, di presunzione. I fatti hanno dato ragione a questa interpretazione. Il voto doveva consacrare la leadership “stable and strong” della premier britannica in vista delle trattative della Brexit, ma ha sortito esattamente l’effetto opposto. I Tory hanno perso 12 seggi alla Camera dei Comuni e la maggioranza assoluta. Solo pochi mesi fa la premier aveva promesso di lasciare se ne avesse persi solo sei. Ora sembra aver cambiato idea e proverà a formare un governo, ma la strada è in salita.

Un’idea è quella di cercare un’alleanza con il Dup, gli unionisti dell’Irlanda del Nord, che alle elezioni hanno ottenuto dieci seggi, come spiega qui La Stampa. Il risultato, altrimenti, sarebbe un hung Parliament, un Parlamento “appeso” o, come traducono altri “impiccato”, in cui nessuno ha la maggioranza per governare.

Fra quelli che sarebbero pronti a subentrare a May, nell’eventualità per ora improbabile delle sue dimissioni, c’è il ministro degli Esteri Boris Johnson, con cui non corre affatto buon sangue (qui l’analisi del Foglio).

La rimonta della sinistra

Il vincitore morale di questa tornata elettorale è Jeremy Corbyn: a quasi 70 anni (la metà dei quali trascorsi in Parlamento) raccoglie le istanze e i voti della fascia più giovane della popolazione e, da politico dato per bollito e poco amato dall’ala moderata del suo stesso partito, diventa il volto della riscossa dei laburisti e mostra che la sinistra non è morta. Qui Il Messaggero traccia un ritratto del personaggio, che ora chiede le dimissioni di Theresa May e si dice “pronto a servire il Paese”, anche con un governo di minoranza.

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Batoste e soddisfazioni per i lib-dem

Nottata dolceamara per i lib-dem, che vedono il loro ex leader ed ex vice-premier Nick Clegg perdere il seggio, ma ottengono una serie di altre vittorie, soprattutto a Londra e in Scozia. La loro agenda liberale li avrebbe resi la scelta privilegiata di Theresa May per un governo di coalizione. Senonché, dopo l’esperienza fallimentare a fianco di David Cameron, stavolta sono stati chiari fin da subito: “Non facciamo coalizioni con nessuno”. Insomma, rimarranno con tutta probabilità all’opposizione, facendosi portabandiera delle posizioni pro-Unione europea.

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Il tonfo degli indipendentisti scozzesi

Non sorridono gli indipendentisti dello Scottish National Party. Il loro resta il primo partito scozzese, ma si devono accontentare di appena 35 seggi, cedendone ben 21, soprattutto ai Tory. Fra i silurati illustri c’è il primo ministro Alex Salmond. La premier Nicola Sturgeon ha ammesso che il risultato “richiede una riflessione” sul referendum per l’indipendenza proposto come conseguenza alla Brexit (qui lo racconta Sky TG24). L’interpretazione prevalente è che gli scozzesi, dopo aver votato in maggioranza per il remain, abbiano dimostrato con il voto che preferiscono la stabilità a un’altra avventura politica dai contorni incerti.

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Ukip? Non pervenuto

Rimane a bocca asciutta il partito populista ed euroscettico Ukip. Il leader Paul Nuttall, successore di Nigel Farage, si è già dimesso. “Il partito — ha detto — ha bisogno di un nuovo focus e di nuove idee”. Qui maggiori dettagli sono raccontati dall’agenzia Dire.

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In questo quadro politico la strada più probabile, per ora, sembra la formazione di un governo di minoranza dei conservatori, che cerchi i numeri in Parlamento per ogni provvedimento importante. È una strada non impraticabile ma piena di ostacoli, che non fa certo il gioco di chi, tra pochi giorni, dovrà sedersi con Bruxelles al tavolo delle trattative per traghettare Londra fuori dall’Unione.