Mercalli: la prossima emergenza saranno le alluvioni in autunno

Il punto sui cambiamenti climatici con il meteorologo e divulgatore Rai

di Fortunato Pinto e Silvia Giannelli

Gli incendi e l’emergenza siccità hanno messo in ginocchio l’intera Penisola in questa calda estate del 2017. Per fare il punto sulla situazione e per capire meglio cosa è stato fatto, cosa si può ancora fare e quali sono cause e conseguenze di questa preoccupante situazione, ci siamo rivolti a Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e tra i maggiori esperti di cambiamenti climatici al mondo.

Da inizio estate non si fa che lanciare allarmi: incendi, siccità, crisi idrica. Quest’anno è davvero così drammatico rispetto a quelli passati?

Ci sono elementi meteorologici che hanno peggiorato il carattere dell’emergenza in Italia. Negli altri anni, quando piove di più, questi problemi non sono manifesti. Anche se ci sono. In maniera latente la questione dell’uso dell’acqua in Italia è sempre un problema, perché si lavora sui margini. Finché piove il problema non emerge, ma basta che ci sia un’annata con un po’ meno acqua e i nodi vengono al pettine. Le cause vanno cercate nelle reti di distribuzione fallate, nella scarsa distribuzione idrica e nel consumo idrico dei cittadini.

Secondo Legambiente, il 60 per cento degli incendi è di origine dolosa. La maggior parte dei roghi è comunque causato, volontariamente o meno, dall’uomo. È corretto pensare quindi che, almeno per quanto riguarda gli incendi, i cambiamenti climatici non hanno molto a che vedere con il fenomeno?

I cambiamenti climatici sono un ingrediente degli incendi. Se ci sono le condizioni opportune, e queste le vedono anche i criminali incendiari, l’incendio si propaga. Come le vedo io le condizioni le vedono anche gli altri. Se piove l’incendio non parte, ma con un periodo di siccità lungo, di temperature elevate e di vento, si creano le condizioni ottimali. Il cambiamento climatico non ha un rapporto diretto con gli incedi, ma aumenta la frequenza delle condizioni favorevoli. Sono i criminali, che appiccano il fuoco, a sfruttare questa situazione. È un discorso di frequenza e condizioni favorevoli. In futuro i cambiamenti climatici renderanno più probabile la sensibilità del nostro patrimonio forestale al fuoco. Se fa più caldo in estate e piove di meno, è ovvio che chi è intenzionato troverà una situazione più vantaggiosa.

Per quanto riguarda invece la siccità e la conseguente crisi idrica, quanto è attribuibile alla cattiva gestione delle risorse e quanto invece ai cambiamenti climatici?

Quest’anno è mancata la neve sull’arco alpino e in zona appenninica, nel Piacentino. In primavera e in estate è mancata la pioggia sulle regioni tirreniche. Da qui la crisi di Roma. È un misto. Una combinazione tra un anno meteorologicamente anomalo, ma inserito in una tendenza che purtroppo è in atto, e la disorganizzazione italica.

Le misure di intervento concordate a livello internazionale sui cambiamenti climatici si dividono in mitigazione e adattamento. In Italia dove si posiziona la crisi idrica in questo senso? Si può ancora fare qualcosa in termini di mitigazione o siamo ormai destinati a dover affrontare estati sempre più calde e secche?

Tutte e due. La strategia sui cambiamenti climatici è fatta di entrambe le soluzioni. La mitigazione vuol dire evitare di far aumentare la temperatura fino a 5 gradi al 2100, il che sarebbe catastrofico, e contenerla nei 2 gradi, previsti nell’accordo di Parigi. Ma anche l’aumento di 2 gradi nel 2100 significa comunque adattarci, perché quei 2 gradi provocheranno dei problemi. Non è una passeggiata. Bisognerà bruciare meno petrolio, inquinare meno e risparmiare energia. Adattamento vuol dire isolare meglio le case, riparare gli acquedotti, gestire l’educazione agli eventi estremi legati all’acqua. Oggi, per un evento estremo come la siccità, è necessario educare il cittadino a gestire l’acqua: 30 anni fa avremmo potuto fare mitigazione, solo curare la malattia. Oggi è troppo tardi.

Il prossimo autunno ci sarà una nuova emergenza: l’alluvione. Perché di alluvioni ne abbiamo una ogni 3 mesi. E i problemi saranno sempre gli stessi. Non c’è una costruzione continua di sensibilità su questi argomenti. L’Italia lavora sempre solo sull’emergenza, sul momento critico. Invece di queste cose dovremmo parlarne anche fuori dall’emergenza. È in questi momenti che si lavora meglio, non durante i momenti critici. Durante l’emergenza si può razionare l’acqua, ma cosa stiamo facendo per le alluvioni che arriveranno in autunno? Nulla. Non se ne parla mai al momento giusto. Dovremmo invece programmare gli interventi con cura. Nell’emergenza si può solo tirar fuori la gente dal problema acuto. Niente di più.

Recenti studi, fra cui quelli del Cnr, disegnano scenari quasi apocalittici per il nostro Paese. In appena cento anni un quinto della Penisola potrebbe diventare desertico. È una cosa difficile da immaginare. Come descriverebbe lei l’Italia del 2100, se le condizioni climatiche continuassero l’attuale corso?

Mediamente il Mediterraneo è più sensibile all’aumento di temperature rispetto ad altre zone del mondo. I numeri sono sul secolo: un grado a livello globale, 1,5 per l’Italia. Aumenteranno le zone più secche nel periodo estivo, soprattutto al Sud, perché è il periodo che ci mette in crisi: per l’agricoltura, per l’acqua e anche per gli incendi.

Che impatto avrà secondo lei la decisione di Trump di uscire dagli accordi di Parigi sul contrasto ai cambiamenti climatici? Se una potenza come gli Stati Uniti rinuncia a cambiare le sue politiche ambientali, non si rischia di vanificare gli sforzi degli altri Paesi?

C’è un problema di tipo fisico, gli Usa sono il secondo emettitore mondiale di CO2. Senza rispettare l’accordo avremo più inquinamento nell’atmosfera, e quindi ai 2 gradi in più previsti a Parigi dovremmo aggiungere uno 0,2/0,3 gradi dovuti alla mancanza di riduzione della politica americana. Questo su un piano assolutamente fisico, di tonnellate di CO2 che non verranno ridotte e che spetterà agli altri dover compensare. Se si vuole ottener lo stesso risultato vuol dire che gli altri che restano nell’accordo dovranno ridurre di più. Oppure se ognuno continuerà a fare solo la sua parte, quella co2 emessa dagli Usa ci scalderà di più tutti. Un secondo problema è il problema geopolitico. È ovvio che un Paese come gli Usa, che si tira indietro dall’accordo sul clima, indebolisce il sistema. Lo indebolisce sul piano mediatico, sulle relazioni internazionali e su quello economico. Perché un Paese che non applica l’accordo, economicamente, diventa un rifugio. Come accade con i Paesi in cui non si pagano le tasse. Ci sono i paradisi fiscali e poi, solo per favorire un maggior profitto economico, ci sarà il “paradiso delle emissioni”.

Sappiamo però che nell’economia internazionale non può reggere: spostiamo tutte le fabbriche che inquinano negli Stati Uniti? Lo abbiamo già fatto con la Cina negli scorsi anni e adesso la Cina sembra essere addirittura più responsabile degli Usa: ha detto che cercherà di applicare quanto promesso nell’accordo di Parigi. Da questo punto di vista c’è un atteggiamento più maturo della Cina, che ha inquinato moltissimo fino a ieri ma vuole uscire da questa condizione. Invece gli Stati Uniti tornano indietro di 30 anni.