Perché sono così importanti le elezioni in Olanda

Al centro, Mark Rutte. Alla sua sinistra, Geert Wilders (Foto Getty Images copyright)

“Mark Rutte salvatore dell’Europa”. La Stampa non usa mezzi termini per descrivere il successo del premier olandese e leader del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (Vvd) alle urne. Non ha raggiunto la maggioranza assoluta, ma da primo partito è riuscito a fermare la crociata populista guidata da Geert Wilders, che comunque promette battaglia per il futuro.

2017, un anno di grandi appuntamenti alle urne

Fino a qualche tempo fa, le elezioni nei Paesi Bassi avrebbero avuto uno spazio decisamente ridotto su giornali e siti web. Oggi, però, l’Occidente è nel pieno di una grande trasformazione. Gli scossoni assestati dal referendum pro Brexit nel Regno Unito (23 giugno 2016) e l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti (8 novembre 2016) hanno svelato il nuovo grande spettro che si aggira per l’Europa e negli Usa: il populismo. E il 2017 è un anno di importantissimi appuntamenti elettorali nel Vecchio Continente. Il voto fondamentale per il futuro dell’Europa e in un certo senso del mondo sarà all’inizio di maggio: le presidenziali francesi. Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale, ha promesso che in caso di un suo arrivo all’Eliseo la Francia tornerebbe a essere un Paese “realmente sovrano”: l’addio a euro e Ue potrebbe così essere l’inizio della fine per l’Europa unita.

La destra xenofoba cresce ma non sfonda

Nelle elezioni olandesi, il volto del populismo aveva invece la faccia appuntita e i capelli curati di Geert Wilders. Figlio di un olandese e di una donna indonesiana (un tempo colonia dell’Olanda), nel 2006 ha fondato il Partito della libertà (Pvv) ed è definito da molti “il Trump d’Olanda”. Qui The Post Internazionale fa un suo ritratto. I sondaggi fino al giorno precedente al voto lo davano in vantaggio, sebbene molti segnalassero che più di metà degli olandesi fosse ancora indecisa. Il programma di Wilders era molto chiaro: no all’immigrazione, all’Islam e all’Unione europea. In poche parole: un programma di estrema destra xenofoba. Wilders però “non ha sfondato”, come scrive il Messaggero. Il suo partito è passato da 16 a 20 seggi in parlamento, lontano dai partito di maggioranza relativa di Rutte (33 seggi, 8 in meno rispetto alla tornata precedente).

L’exploit dei Verdi guidati dal giovane Klaver

Ma il voto olandese ci dice anche altro, come spiega Il Fatto Quotidiano. In primo luogo, che in una realtà in cui i toni sono di norma bassi ed equilibrati una campagna elettorale ‘infiammata’ ha spinto a una grandissima partecipazione democratica. L’affluenza è stata da record: 82%. In secondo luogo, che i partiti tradizionali di sinistra sono in crisi: i laburisti olandesi sono crollati da 32 seggi del 2012 a soli 9 di adesso. Superati sia dai socialisti radicali (14 seggi) che dai Verdi di sinistra (14 seggi, 10 in più rispetto alle precedenti elezioni). Tra i nuovi volti, spicca proprio quello del leader dei Verdi: Jesse Klaver, definito “il Trudeau d’Olanda” anche per una certa somiglianza fisica ma soprattutto per la brillantezza abbinata alla giovane età (30 anni), come osserva Rai News.

Come ha reagito l’Olanda dopo il voto

Le reazioni dei principali giornali del Paese, raccolte qui da Internazionale, sono all’insegna del sospiro di sollievo per il ritorno alla normalità, alla tolleranza e alla moderazione tipiche del popolo olandese. Lo scrittore Adriaan van Dis al Corriere della Sera ha detto: “È in atto uno scontro fra centri e periferie, da un lato ci sono interi quartieri ‘neri’ dall’altro crescono i sentimenti nazionalisti. La politica è incapace di ascolto, ma dopo quest’aggressività bisogna essere razionali”.

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