Il ruolo dello UX Engineer e il design nelle organizzazioni complesse

UX Talks: Luca Mascaro

Michele Zamparo
Oct 1, 2019 · 5 min read
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Luca Mascaro è CEO e Head of Design di Sketchin. Fa il designer da circa 20 anni e trova ispirazione nella fantascienza, nell’architettura, nella cultura giapponese e nell’interesse per gli esseri umani. Nel 2006 ha fondato Sketchin per dare forma a un mondo in cui le persone possano vivere esperienze capaci di superare le loro aspettative.

Il prossimo 2 ottobre a Intersection Conference, insieme al suo Technology Director Matteo Petrani, Luca parlerà del ruolo dell’UX Engineer e di come Sketchin abbia introdotto questa figura nei team di progetto per assicurare la coerenza e la qualità del design end-to-end: in questa intervista ha risposto alle nostre curiosità su questo e altri temi.

Il contesto della progettazione in ambito tecnologico è in continua evoluzione. Come è cambiata la struttura dei team e dei ruoli, nel tempo?

Oggi guardiamo alla tecnologia come alla magia contemporanea: le opportunità che questa dischiude sono tantissime e, per le aziende, significa essere in grado di accelerare e scalare lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Ma questo non è un processo lineare, si porta dietro una trasformazione profonda delle strutture aziendali, dei modelli di progettazione e di quelli di delivery.

I silos blindati dietro i propri confini di competenze e di discipline non funzionano più e, per fronteggiare uno scenario tanto complesso, i team di progetto devono andare più in profondità e diventare maggiormente multidisciplinari e ibridi, comprendendo una varietà di ruoli e skill, tra cui quella dell’UX Engineer.

Una maggiore specializzazione però richiede uno sforzo di coordinamento più intenso, lungo tutto il percorso progettuale, una leadership di produzione limpida e nasce l’esigenza di strutturare quelle che si chiamano Design Ops.

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Parlaci un po’ della figura dello UX Engineer: in cosa consiste esattamente? Quali sono le sue peculiarità e le opportunità per l’azienda?

Lo UX Engineer ha cominciato ad apparire circa 5 anni fa all’interno di Google e di quelle tech companies che miravano a scalare lo sviluppo di prodotti e servizi grazie a un team di design centralizzato e rappresenta la figura chiave di questo processo.

In pratica la sua funzione è quella di essere un ponte e un interprete tra il design e lo sviluppo così da garantire la qualità end-to-end della progettazione.

Da una parte lo UX Engineer supporta il team in fase progettuale per valutare le implicazioni tecnologiche del prodotto e “ingegnerizzare” la soluzione progettuale verso lo sviluppo, dall’altra parte sta al fianco degli sviluppatori per completare la delivery con una serie di micro decisioni progettuali.

Ok chiarissimo. Ma come si diventa UX Engineer? Quali sono le differenze tra questo ruolo e quello di UX Designer?

Non c’è un percorso chiaro e definito: è un miscuglio virtuoso di competenze tecnologiche e ingegneristiche, di sviluppo front end e sviluppo applicazioni, ibridato con competenze di interaction design.

La sua forza non sta nell’ideare, progettare e validare come farebbe uno UX Designer, ma nel valutare la fattibilità e nell’ingegnerizzare della soluzione progettuale, per poi svolgere un’intensa attività di microprogettazione.

La nascita di questi nuovi ruoli è forse frutto anche della maturazione del settore, la cultura sta crescendo. Ma come si fa a portare la cultura del design all’interno di organizzazioni complesse?

Occorre mostrare il valore del design: dimostrare dal basso che il design non è solo commodity, ma anche un asset strategico. Bisogna cominciare dimostrando al management la capacità di generare soluzioni inattese per finire con la creazione di uno studio di design interno: è un percorso lungo, di maturazione della cultura interna. Difficile che questo processo duri meno di qualche anno.

Favorire il cambiamento nelle grandi aziende non è un lavoro facile. Quale è stata la situazione che ti ha messo più in difficoltà e come ne sei uscito?

Non farò nomi, ma mi è capitato di lavorare a imponenti processi di trasformazione dentro grandi aziende. Quando lavori su progetti simili più di due anni, spesso ti trovi schiacciato in quello che chiamo “il panico della delivery”: bisogna produrre produrre produrre e il valore aggiunto del design si diluisce, anche se all’inizio era ben chiaro a tutti i soggetti coinvolti.

L’unico modo per uscirne è avviare una conversazione costante con il top management per riqualificare la posizione e ribadire il ruolo strategico del design.

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A proposito di management: come concili oggi la tua attività di CEO, più manageriale, con quella di experience designer?

Che bella domanda. Sono due attività diverse, e spesso inconciliabili. Io resto un progettista nel mio intimo, ma fare l’Head of Design vuol dire allontanarsi dalle logiche di progetto e concentrarsi invece sui metodi, i principles, la dimensione relazionale e la gestione del contesto. Oggi io sono soprattutto consigliere, leader, facilitatore, politico.

La mia dimensione di design ha cambiato scala: è diventata la progettazione di uno studio capace di portare avanti la mia visione di design e di esperienza.

E qual è la tua visione per il futuro del design in Italia, nei prossimi anni?

Ci sono due visioni di futuro che si scontrano: una ideale e una più concreta. In quella ideale, mi piacerebbe che il design si concentrasse sulle grandi sfide del nostro tempo: le disuguaglianze sociali, il cambiamento climatico, la composizione demografica della popolazione e che usasse i suoi superpoteri e quelli della tecnologia per creare prodotti e servizi capaci di fare la differenza.

In realtà, passeremo i prossimi 10 anni a integrare il design nei processi delle aziende: oggi i designer sono ancora guardati come se fossero degli alieni quando entrano nelle aziende e, invece, la loro presenza dovrà essere considerata la normalità.

Queste due visioni non sono inconciliabili: integrare il design nei processi aziendali vuol dire essere nella posizione ideale per dare forma al futuro.

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