Progettare per il futuro, uscendo dallo schermo

UX Talks: Nicolò Volpato

Michele Zamparo
· 9 min read

Nicolò Volpato è fondatore ed Experience Designer di Tangible. Ha fondato l’azienda nel 2004, mentre frequentava il secondo anno di università. Come CEO, contribuisce oggi insieme ai soci a definire la visione e a orientare la società verso i propri obiettivi. Come designer, guida i team e facilita la loro relazione con i clienti, gestendo i progetti, impostando il ritmo, negoziando le aspettative e aiutandoli a inquadrare e risolvere i problemi.

Nel 2013, insieme ad alcuni amici, ha lanciato la Kerning Conference. Nel 2015 ha portato Jeff Gothelf ed il suo workshop di Lean UX per la prima volta in Italia. E per la seconda volta nel 2016. Nel 2017 ha organizzato con Tangible il primo worskhop di design sprint al mondo, tenuto da Jake Knapp e replicato con successo nel 2018.

Per il prossimo 9 ottobre Nicolò e il suo team hanno creato un nuovo workshop dal titolo Designing for What’s Next (al quale i lettori di UX Tales potranno accedere con uno sconto esclusivo – dettagli all’interno dell’articolo), tenuto da Josh Clark e incentrato sul design di esperienze che utilizzano le tecnologie del futuro: abbiamo chiesto a Nicolò di darci la sua visione sull’argomento.


Qual è il tuo rapporto con la tecnologia, come progettista e come utente?

Sono passati 20 anni da quando ho messo online il primo sito web. Ero letteralmente affascinato dal Web e per capirlo e sfruttarlo ho imparato a maneggiare la maggior parte delle tecnologie, da Flash al front-end, dai Web Standards al back-end.

Sono sempre stato un early adopter di qualunque cosa uscisse, dal primo iPhone quando arrivò in Italia, ad uno smartwatch nel 2014 prima dell’Apple Watch, all’IoT e oggetti smart in casa ormai da diversi anni, al Google Cardboard per provare la VR a basso costo. Sento il bisogno di provare, osservare, capire e costruirmi un’opinione, come utente e soprattutto come designer, evitando sia i facili entusiasmi che i pregiudizi.

Come utente, infine, cerco di salvaguardare una porzione di vita “analogica”, senza device e senza schermi, in cui la tecnologia è a disposizione ma non protagonista.

Nicolò con Jake Knapp durante un workshop sul Design Sprint organizzato da Tangible

Come descriveresti l’evoluzione dei paradigmi delle interazioni umane con la tecnologia, guardando indietro fino ai tuoi esordi nel settore del design digitale?

Da quando ho iniziato, ho assistito ad un’evoluzione tecnologica che ha miniaturizzato i device, pur aumentandone la capacità di elaborazione, rendendoli più portabili, tascabili, indossabili e mimetici nella nostra quotidianità. Un chip ed un collegamento ad Internet hanno reso inoltre smart e connessi oggetti che già appartenevano al nostro mondo quotidiano, amplificandone le potenzialità e dotandoli di un’interfaccia. Non può non venirmi in mente a questo proposito il principio SHE dalle leggi della semplicità di John Maeda: Shrink, Hide, Embody, esattamente quello che sta succedendo con la tecnologia.

Contemporaneamente e conseguentemente le interfacce e le modalità di interazione si sono fatte man mano più naturali e fisiche, passando dal mouse al touch, alle gesture, alla voce.

Questi due fattori hanno portato ad una tecnologia che è pervasiva oggi nelle nostre vite e nei nostri spazi. Nel bene e nel male, acuendo sia i benefici che le implicazioni di etica e responsabilità quando progettiamo.

L’avvento dell’Internet of Things ha portato il design dell’interazione ad espandersi oltre i propri confini, che ora racchiudono contesti ibridi tra il fisico e il digitale: come cambia l’approccio di design?

Non è solo l’IoT ad aver reso labile il confine tra digitale e fisico, basti pensare agli innumerevoli esempi di digitalizzazione di procedure e documenti nel settore bancario o della PA, in cui l’esperienza si snoda tra luoghi fisici e processi online, oppure a quante app interagiscono in altro modo con il mondo fisico, dai beacon, alla realtà aumentata, ai QR code, ecc.

In generale, per noi designer si tratta di progettare interazioni che non si concludono all’interno dello schermo, ma vivono in un contesto più ampio e transitano per uno schermo.

Dall’esperienza vissuta nei progetti fatti in Tangible, l’IoT in particolare ci richiede di progettare interazioni sia con il software che con l’hardware: su quest’ultimo le competenze richieste spesso esulano dal bagaglio di un designer digitale, spostandosi più nell’ambito dell’interaction design e dell’industrial design, oltre che competenze tecnologiche specifiche. La collaborazione con il team tecnico e con le altre aree coinvolte nel progetto, e la capacità del design di fare da collettore e sintetizzatore delle diverse prospettive diventano chiave per governare questo tipo di progetti.

Come approccio di design, l’esperienza mi insegna che è molto più efficace un approccio outside-in, esplorando e mappando prima l’intero sistema, e poi entrando sui singoli componenti, fino ad arrivare alle singole interfacce, ma avendo consolidato una comprensione olistica del contesto.

Anche l’intelligenza artificiale ha introdotto un insieme di nuove variabili da considerare nel design: servono anche nuovi strumenti di progettazione o prototipazione?

Più che strumenti ritengo servano nuovi set di competenze.
Capire le basi di AI e machine learning è importante oggi come oggi per un team di design, per poter progettare determinate interazioni e poter immaginare determinati scenari e automatismi. Dopodiché l’implementazione di queste competenze può seguire vie molteplici: dall’acquisirle individualmente, ad averle distribuite e presenti all’interno del team di design, ad inserire nel team o in azienda persone verticali su questi temi, a creare una collaborazione efficace e portare al tavolo chi possiede già queste competenze, siano essi consulenti, team del cliente o un’altra unit dell’azienda.

Di nuovo, credo che il design abbia un ruolo privilegiato e molto adatto a fare da collante tra aree diverse e competenze diverse, creando i tavoli giusti e facilitando l’emersione di soluzioni che siano frutto di tutte le prospettive coinvolte.

Tornando invece sugli strumenti, penso piuttosto che alcuni tool che usiamo oggi ed alcune attività che svolgiamo oggi possano essere fortemente automatizzati proprio grazie all’intelligenza artificiale: Uizard è un esempio interessante in questo senso.

Ci sono altre nuove tecnologie o contesti che secondo te necessitano di nuove competenze o metodi di progettazione?

Mi vengono in mente due cose relativamente alle interfacce vocali: la prima è riprendere in mano competenze di scrittura, micro-copy e tone of voice, che già dovrebbero essere presenti in un team di design, e la seconda è pensare per reti invece che in modo lineare.

Siamo spesso abituati a ragionare per journey, per stage, per funnel e per sequenze di azioni. Progettando interfacce conversazionali (che siano agite tramite un GUI o una VUI), la correlazione delle istruzioni e delle risposte è particolarmente articolata e mal si presta ad essere immaginata in modo sequenziale e lineare.
In seconda battuta, oltre ai consueti utenti che siamo abituati a mappare, nello scenario di interfacce conversazionali dobbiamo progettare e tenere conto anche della System Persona, ovvero il soggetto virtuale che ci risponde. Che ha una propria identità, un tone of voice, nel caso di sintesi vocale ha anche una voce, ecc.

Infine, c’è un enorme tema di privacy, consenso ed etica sotteso a molte di queste tecnologie e a come, da designer, decidiamo di utilizzare i dati, anticipare le decisioni dell’utente, automatizzare i task o raccogliere informazioni biometriche.

Nicolò insieme a Ilaria Mauric all’Agile Business Day 2018

Il discorso è molto esteso e interessante, tanto da averti portato a organizzare Designing For What’s Next: ti va di raccontarci qualcosa di questo particolare evento, che avrà luogo a Bologna il 9 ottobre?

Avete presente il detto “Scratch your own itch”? Il workshop è nato dalla nostra voglia di approfondire i temi di AI, machine learning, IoT, voice interfaces e in generale la progettazione di esperienze che facciano uso di queste tecnologie e le rendano umane.

Ci è venuto abbastanza naturale pensare a Josh Clark, noto per i suoi libri sul mobile design e ormai da anni ambasciatore delle tecnologie emergenti. Così come ci è venuto naturale di rendere il workshop pubblico e creare un evento, perché il tema è di grande attualità e interesse per l’intera comunità di pratica italiana e non solo: abbiamo pensato il workshop anche per project manager e innovation manager che devono comprendere e governare queste tecnologie emergenti ed i processi di design all’interno della propria organizzazione.

Abbiamo voluto che fosse un workshop perché crediamo che si apprenda meglio tramite l’esperienza che l’ascolto. Un talk può ispirare e motivare, mentre un workshop ti può coinvolgere in attività pratiche, in conversazioni con il gruppo di lavoro, in esercizi che più facilmente possono essere trasferiti poi al contesto lavorativo quotidiano.

Sui temi specifici del workshop abbiamo recentemente pubblicato una lunga intervista a Josh Clark, in cui racconta con competenza ed entusiasmo che cosa ci farà esplorare a Bologna il 9 ottobre.

Infine, credo sinceramente sia un evento unico in Italia, con uno speaker che viene qui per la prima volta, con un workshop su temi nuovi e che, nella migliore delle ipotesi, ad oggi si può frequentare solo in poche edizioni europee o negli USA.


🎟👉 Abbiamo riservato uno SCONTO ESCLUSIVO per i lettori di UX Tales, attivabile acquistando il biglietto con il seguente codice: UXTALESxJOSHCLARK2019

Lo sconto speciale è valido fino a esaurimento biglietti
Designing for What’s Next si terrà a Bologna il 9 ottobre


La domanda è d’obbligo direi: che cosa ti aspetti dal futuro dell’experience design?

Vorrei vedere un passo avanti verso la maturità.

A mio parere, affinché questo avvenga dobbiamo iniziare a muoverci verso due direzioni: il business e il mondo fisico.

Qualche tempo fa Jared M. Spool ha scatenato con un famoso tweet una lunghissima querelle, il cui senso ultimo era rendere esplicito che molte delle decisioni che determinano il design di un prodotto non necessariamente vengono dal team di design, ma da project manager, executive o altri stakeholder. Finché noi designer non siamo a nostro agio ai tavoli in cui vengono prese queste decisioni, non ci immergiamo nei problemi di business che il nostro lavoro cerca di risolvere, non acquisiamo la prospettiva del business e non ne condividiamo il linguaggio, difficilmente riusciremo ad influenzare quelle decisioni e ad esercitare un ruolo determinante invece di limitarci all’execution. Questo significa fare uno shift verso un ruolo del design più strategico, verso profili di Design Leader e utilizzare in contesti nuovi il bagaglio di competenze che in molti casi già abbiamo.

Il secondo punto è il mondo fisico: ogni giorno il confine tra interfacce digitali e fisiche diventa più labile e la maggior parte dei prodotti che progettiamo sono in realtà parte di servizi più ampi e più complessi, che hanno quasi sempre una controparte nel mondo fisico. Vedo i metodi e gli strumenti del Service Design la naturale estensione del nostro lavoro, anche se non sempre siamo pronti a gestire la complessità che incontriamo quando usciamo dallo “schermo”. C’è inoltre uno spazio immateriale di relazioni, di connessioni e di armonizzazione tra i vari touchpoint che va anch’esso progettato con cura, per creare un’esperienza seamless.

In questo tipo di progetti ci troviamo ad affrontare problemi di operations, logistica, organizzazione aziendale, elaborazione dei dati, ecc. A maggior ragione diventa fondamentale, come dicevo poc’anzi, che il design acquisisca la capacità di influenzare le decisioni e di confrontarsi con il business. Diversamente la portata dei cambiamenti necessari per rendere efficace e sostenibile un’esperienza end-to-end tra digitale e fisico è una promessa che, come designer, non siamo in grado di mantenere.


Storie di design, esseri umani e interazioni.

Sharing is caring:

L’articolo era interessante? Lasciaci qualche applauso 👏👏👏👏 e condividilo con qualcuno!

UX Tales è una pubblicazione aperta: ✍️ proponi qui il tuo articolo, oppure scrivici su Twitter o su Facebook

UX Tales

Storie di design, esseri umani e interazioni.

Michele Zamparo

Written by

Design Director at Bemind and HYPE, Founder of UX Tales — www.uxtales.com

UX Tales

UX Tales

Storie di design, esseri umani e interazioni.

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade