Visto da vicino, nessuno è normale

Design for inclusion: bisogna vivere tutte le esperienze per poter progettare in maniera inclusiva?

Carlo Frinolli
Feb 22 · 7 min read

Research is a foundational step in the design process. It ensures that we understand and account for diverse user needs within communities, both in our own domains and globally.

Questo virgolettato è un po’ il leit motiv delle mie ultime riflessioni e da qui sono partito per affrontare il tema di quest’articolo. E da alcune citazioni, anche musicali, in pieno stile.

De perto ninguem è normal, cantava Caetano Veloso.
Visto da vicino nessuno è normale, disse Franco Basaglia, con una battuta lapidaria che diventò simbolo del suo pensiero rivoluzionario. La normalità a cui si faceva riferimento, all’epoca, faceva rinchiudere le persone considerate a-normali negli ospedali psichiatrici.

È chiaro quindi che come persone il modo in cui raccontiamo — o ci viene raccontato — il nostro contesto, influenza grandemente il modo in cui percepiamo il mondo. Da designer dobbiamo fare un passo in più: progettare per avere impatto sul mondo.
Ma che impatto possiamo avere, se non conosciamo bene questi contesti?

Prima di essere designer siamo persone. So di aver scritto una banalità, ma questa banalità merita molta attenzione.

In uno speech che abbiamo avuto quest’anno al WUDRome, Donatella Ruggeri ci suggeriva che dovremmo tenere sempre conto del fatto che come persone abbiamo dei BIAS: sono la nostra situazione di partenza, sia nel nostro ruolo di designer che in quello di cittadini.
A partire da questa consapevolezza possiamo provare a immedesimarci nelle situazioni altrui, una volta comprese a fondo.

Perché è vero che è praticamente impossibile vivere ogni tipo di situazione per la quale progettiamo, ma prendo in prestito le parole di un amico e recentissimo neo-papà “… soltanto ora che sono diventato padre, posso capire cosa serva per progettare servizi, prodotti e strumenti che servono ai neo-genitori”.

Per questo è importante comprendere e far comprendere le differenze, assorbirne i valori e le peculiarità per valorizzarle e riuscire a creare sistemi armonici e che soddisfino i nostri interessi per primi.

Provo a offrirvi un altro punto di vista e vi invito a tornare con il pensiero a un paio d’anni fa e alla storia del Bot di Microsoft che era basato sul Machine Learning.

Un appunto rapidissimo per chi ne è digiuno: Machine Learning è quel meccanismo per cui le macchine imparano dai comportamenti che gli vengono dati in pasto, estrapolandone comportamenti e pattern da riprodurre dopo una fase di apprendimento.

Era il caso di Tay, bot che — prometteva la casa di Redmond — più interagiva con gli esseri umani, più diventava smart. Quel che successe alla fine è che venne preso d’assalto da migliaia di persone che interagirono con Tay insultandolo e manifestando comportamenti aggressivi, e l’algoritmo di Machine Learning, estremamente efficiente, in meno di una giornata portò Tay a comportarsi a sua volta in modo razzista, aggressivo e violento. Costringendo Microsoft a chiudere l’esperimento.

Cosa c’entra?

A volte ci sembra che progettare includendo tutti sia un dovere morale, qualcosa da fare perché è giusto e rispettoso. Quasi un punto di vista, un’opinione.

Fermiamoci un attimo qui e ragioniamo.

Da designer potremmo ricevere il compito di progettare, e dover far implementare, un nuovo sistema di raccomandazioni basato sui nostri comportamenti. Per come funzionano gli algoritmi di machine learning, quindi, è fondamentale che gli si dia in pasto un training nell’interesse delle persone per cui è pensato. D’altra parte se così non fosse, andremmo direttamente contro gli interessi dei nostri stessi clienti, quindi non soddisfacendo neanche degli obiettivi di business dell’azienda per cui stiamo lavorando. Un esempio su tutti per dire che questo comportamento inclusivo non è solo giusto, ma è egoisticamente necessario. Immaginate cosa succederebbe se in un caso del genere fossimo gli artefici di una progettazione che esclude le persone destinatarie di quel che ci hanno commissionato: avremmo fallito come designer.

Ma senza dover ricorrere per forza alla intelligenza artificiale e al machine learning, possiamo fare un esempio più vicino alla quotidianità di molti di noi. Quanti hanno avuto la sensazione di vivere in una bolla protetta, amplificata dalle reti virtuali create dai social network più famosi?

Ebbene nello scandalo che ha colpito Facebook e il caso di Cambridge Analytica, si dimostrava tra le altre cose che sfruttare le Echo Chamber, unite al meccanismo di voto, permetteva ad abili strateghi politici di fomentare posizioni molto polarizzanti e pro-Trump. Il gioco è allo stesso tempo semplice, malvagio ed elegante: dal momento in cui Facebook ti espone a bolle in cui il tuo punto di vista è condiviso da persone che la pensano come te, rendendoti appunto più conservativo, basta far circolare in queste bolle dei punti di vista che ti esortano alla paura del diverso, dell’immigrazione e delle differenze per spostare voti in una certa direzione. È la propaganda 2.0, direbbe qualcuno, baby.

E possiamo facilmente riconoscere che le differenze sono spesso sugli scudi mediatici e su agende che la tecnologia comincia a dettarci, facendoci interagire con oggetti sempre più smart. Differenze sono state a turno la migrazione e le culture diverse, fino all’aberrazione della tesi sulla sostituzione etnica. Differenza è anche stata (lo è tuttora) la tematica di persone che definisco il proprio genere come non-binario. Prima di avere un’opinione in merito sarebbe bello, da progettisti, avere una informazione ragionevolmente approfondita. Perché, ci piaccia o no, potremmo avere una richiesta specifica su questi fronti e sarebbe dannoso, come lo è in altri casi, fare obiezione di coscienza.

E questo tema include anche la nostra parola con la D.

Design

Come agenti del Design, come Designer appunto, qual è il nostro ruolo? Come dobbiamo comportarci dinanzi alla differenza?

Ad esempio, nell’ambito dello Human Centered Design siamo spesso abituati ad ascoltare tante persone, tanti bisogni, tante necessità per poi clusterizzare quelle più comuni.

Perché? Non necessariamente per normalizzare, omogeneizzare comportamenti e soluzioni, ma per avere una base comune, un minimo comune denominatore. Un substrato in comune.

Questo però non significa automaticamente dimenticare le peculiarità. Infatti lasciarle indietro, non considerarle, ci porta una significativa perdita di punti di vista diversi, magari inaspettati o originali. Disruptive direbbero quelli fighi.

EDIT: nella stesura della prima versione di questo articolo avevo dimenticato la fattispecie per cui un* designer sia migrante o si definisca non binari*. Questo non fa che dimostrare che il bias è inconscio e pericoloso. E prima ne prendiamo coscienza, meglio è.

Di questi argomenti parleremo il 23 febbraio prossimo in Link Campus University, in una giornata mondiale. Di giornate mondiali ce ne sono tante, di ogni tipo. Nel settore in cui siamo ce ne sono ovviamente altrettante. Una di queste è la World Information Architecture Day, per gli amici WIAD.

Ma che cos’è l’architettura dell’informazione?

Architettura dell’Informazione

Architettura dell’Informazione, come suggerisce lo stesso nome, in fondo può essere vista come la trasposizione della più nota e tradizionale architettura: progettare spazi per la comunicazione, ambienti per i messaggi e paesaggi per le parole. Insomma progettare contenuti e contenitori per accoglierli. È abbastanza criptico? Perfetto, era quel che volevo.

Come ogni anno, lo IA Institute — ovvero l’Information Architecture Institute — suggerisce un tema da declinare nelle giornate di celebrazione, i WIAD appunto. Il tema 2019 è Design for Difference appunto.

Il WIAD è tornato a Roma nel 2016 e da allora io e il team di nois3 ci occupiamo di organizzare l’evento.

Come spesso ci succede, proviamo a declinare il tema secondo le nostre sensibilità e anche quest’anno è andata così. Il mio punto di vista sul tema ve l’ho un po’ spoilerato sopra.

In un’epoca in cui siamo bombardati di informazioni, diventa fondamentale che qualcuno si prenda la briga di capire come queste informazioni debbano essere strutturate per essere comunicate, capite, comprese e soprattutto non malintese senza spiegazioni che a volte non possono esserci. Insomma, le barzellette non si spiegano mica, no?

Siamo umani, siamo biased e lo siamo di più se siamo imposti a narrative che deformano le peculiarità sottolineando gli aspetti minacciosi, per polarizzare posizioni piuttosto che favorirne la comprensione.

Quello che dobbiamo fare, da designer, è incoraggiare racconti e narrative sane e plurali. Per poter tutti (ma proprio tutti) beneficiare di progettazione che sia davvero a servizio delle esigenze di ciascuno, magari persino personalizzate. Perché in fondo c’è una differenza profonda tra ascoltare l’esigenza di tutti — concetto che tende ad omogeneizzare — rispetto all’esigenza di ciascuno.

Dobbiamo cominciare a fare questo passaggio, conoscere l’esigenza di ciascuno, rispettandone la peculiarità e cercando punti di contatto e di arricchimento per il bene di tutti.

Per questo il 23 febbraio prossimo cominciamo con due speech che offrono due punti di vista differenti rispetto a tematiche come la migrazione e la definizione di genere, con Valentina Primo di Startup without Borders e Ethan Bonali, attivista transgender. Per poi affrontare i benefici che un approccio di comprensione, di inclusione e non di normalizzazione, possano portare.

Questi benefici ce li spiegheranno Massimiliano Dibitonto — UX researcher, designer (con un phD in Computer Science) ed esperto di Human Computer Interaction e di Internet of Things — , Federico Badaloni — a capo dei team di Progettazione e di Grafica della divisione digitale di GEDI, fondatore del master in Architettura dell’Informazione e User Experience Design di Iulm Università, autore di diversi saggi ed ex Presidente di Architecta — e Debora Bottà — Service e UX Design Lead in Digital Entity, design studio di NTT DATA Italia, anche nota come autrice del libro “User eXperience design. Progettare esperienze di valore per utenti e aziende”. Colleghi con i quali ho il privilegio di collaborare e che siamo sicuri convincano tutti, come hanno convinto noi nel costruire questo programma.

Non mi resta che invitarvi a WIAD sabato 23 febbraio prossimo, a Roma presso Link Campus University alle ore 9:30.


Storie di design, esseri umani e interazioni.

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CEO & Head of Design @ nois3.it

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