Valentina e l’Aikido

Storia di una ragazza come tante che con l’Aikido‬ ha allontanato le proprie paure e ha scoperto le sue potenzialità

Il disagio

Oggi mi sento uno schifo. Mi sono svegliata in questa giornata di pioggia con il disagio addosso. Mi sento sporca. Entro nelle doccia, l’acqua è calda, bollente, mi strofino la pelle come a voler togliermi di dosso quella sensazione, quelle mani addosso, quell’alito che puzzava d’alcol. Ripercorro con la mente quegli attimi terribili di ieri sera, quando tornavo a casa dall’università. L’autobus è pieno ed io in piedi aggrappata in qualche modo al tubo di ferro che passa sopra le teste dei viaggiatori. Fa un po’ caldo. Poi sento il petto di una persona dietro di me che preme sulla mia schiena, poi la sua anca verso il mio sedere. Mi sento a disagio, non so cosa fare. Rimango immobile, ho forse paura. Poi una mano sui miei jeans e l’alito puzzolente sul mio orecchio sinistro. Rimango immobile, ora sono terrorizzata. Non mi era mai successo prima. A qualche mia amica è accaduto più di una volta. A me no. E non immaginavo ci si potesse sentire così. Rimango immobile, sperando che tutto questo possa finire improvvisamente. Nessuno intorno a me fa nulla, forse nemmeno se ne stanno accorgendo. Poi mi soffia nell’orecchio e va via. Rimango bloccata. Poi mi accorgo che sono giunta alla mia fermata e scendo di corsa, quasi scappando. E piango. Lo so che poteva andare peggio. Lo so che in fondo non è successo nulla. Ma mi sento violata, sporcata.

Sento una mano sui miei jeans e l’alito puzzolente sul mio orecchio sinistro. Rimango immobile, ora sono terrorizzata

Faccio colazione. Il solito latte e caffè con i miei biscotti da inzuppare. E penso, guardando distrattamente da lontano la finestra, che non sono riuscita a fare nulla. Non sono riuscita a divincolarmi, ad urlare, a fuggire. E forse non sarebbe stato nemmeno così difficile. Perché mi sono bloccata? Perché quell’alito puzzolente mi ha reso inoffensiva?
«Driiing», squilla il telefono di casa. È Martina, la mia amica. «Che hai?», mi chiede. «La tua voce è strana, è successo qualcosa?». Così inizio a raccontarle quello che mi è successo. Non l’ho detto ai miei e credo non lo farò mai. Però con Martina è diverso. Lei può capirmi, lei può capire tutto. «È successo anche a me, due anni fa. Un mio amico mi ha consigliato di iscrivermi ad un corso di Aikido». «E cosa è?». «È un’arte marziale», mi spiega. «Quando vado in palestra è questo che vado a fare». «Non me lo avevi detto, non lo sapevo». «Sì, forse non ne abbiamo parlato, è un po’ un mio segreto. Però ti dico. Da quando ho iniziato a praticare Aikido mi sento più sicura e non ho più paura delle mani addosso di qualcun altro o del suo alito pestilenziale. Vuoi provare?». Non so cosa risponderle. Nella mia testa mi immagino un ring sul quale donne agguerrite combattono con un coltello tra i denti e qualcosa di simile agli allenamenti di “Il ragazzo dal kimono d’oro”. «Non lo so, Marty. Ma cosa fate? Io sono pacifica, non riesco nemmeno a sgridare il mio cane…». «Vale, non è come credi. Non è che ci mettiamo a picchiare la gente o cose del genere. Ma al telefono è difficile spiegartelo. Vieni a vedere una lezione giovedì prossimo e forse ti fai un’idea. Anche se solo praticandolo capisci cosa è l’Aikido». «Va bene», le rispondo dubbiosa. «Che devo fare?». «Ma nulla! Vieni, ti siedi e guardi… e se ti piace la prossima volta fai una lezione di prova». «Ok, a giovedì. Mi passi a prendere tu?».


La curiosità

Vale, scendi?!”. Martina è qui sotto. Gliel’avevo promesso: oggi la accompagno alla lezione di Aikido. Lei è già qui al portone ma io ancora non ho deciso che maglietta mettermi. Come ci si presenta ad una lezione di Aikido? Ci penso e ripenso ma poi mi fermo perché rischio di farle far tardi. Ne prendo una caso, bordeaux, su jeans neri. E mentre sono sulla porta prendo al volo un profumo e me lo spruzzo sotto il collo, non si sa mai.

“Ma quanto ci hai messo?”, mi sgrida Martina che comunque è arrivata qui sotto con largo anticipo conoscendo il mio cronico ritardo. “Marty, posso essere sincera? Mi sento un po’ a disagio”. “E perché?”. “Non so cosa andremo a fare. E soprattutto…tu promettimi che non mi farai fare cose contro la mia volontà”, dico un po’ realmente preoccupata e allo stesso tempo divertita. Lei non replica, guarda la strada mentre tiene saldo il volante di fronte. E trattiene una lieve risata che penetra appena dalle sue labbra.

Appena arrivati, Martina parcheggia e prende dal baule dell’auto il borsone. Scendiamo insieme una rampa di quello che fu un garage. Ad ogni passo mi agito un po’. Sono sempre un poco a disagio quando giungo in un ambiente nuovo dove non conosco nessuno. Martina lo sa e mi mette una mano dietro la schiena, quasi a spingermi dentro, quasi a dire “smettila di fare la bambina timida”. Una porta a vetri ci divide dal “mondo segreto” di Martina; da questo misterioso Aikido. Entriamo. Di fronte alcune persone che ridono e scherzano. Appena dentro ci guardano. Martina saluta tutti con un grande sorriso. “Ho portato un po’ di pubblico”, dice ridendo. Tutti si presentano. C’è il ragazzetto di vent’anni, la mamma di quaranta e qualcuno che sfiora i sessanta. Insomma, nessun super-lottatore. Persone normali e soprattutto così a primo avviso, non esaltati. Ma l’insegnante? Forse non è ancora arrivato. Poi Martina mi prende sotto braccio e mi porta poco più in là. “Maestro, mi sono permessa di portare una mia amica”. “Hai fatto benissimo”, dice un ragazzo che ero convinta fosse, un attimo prima, uno dei praticanti. Mi guarda, mi sorride. “Fai una lezione di prova?”. Guardo Martina. “No, per oggi guarda e basta”, parla lei per me, mentre un po’ arrossisco. Ad un gesto del maestro vanno tutti negli spogliatoio. Martina mi indica un divanetto dove sedermi ed aspettare. Mi siedo e guardo lo spazio dove si alleneranno. Qui c’è ancora qualcuno del corso precedente di chissà quale altra arte marziale che sta mettendo via bastoni e birilli. I ragazzi dell’Aikido arrivano uno dopo l’altro. Continuano a parlare e scherzare. Ma lo fanno senza urlare. Poi dagli spogliatoio esce anche l’insegnante. “Dai, ragazzi!”, dice facendo il gesto di salire sul tappeto. Lui e altri due si sistemano uno strano pantalone nero. “Si chiama Hakama ed è un pantalone tradizionale giapponese”, dice l’insegnante cogliendomi di sorpresa mentre mi ero persa tra le pieghe di quei pantaloni. “Noi ora saliamo sul tatami e iniziamo, a dopo”. Faccio un gesto di assenso con la testa, sorrido e, imbarazzata, sposto i capelli dalla mia faccia. Intanto, ho scoperto che il tappeto si chiama tatami e che i pantaloni neri si chiamano… Vabbè, lasciamo perdere.

Ci sono solo persone normali, niente super-eroi. E soprattutto non ci sono esaltati

Improvvisamente cala il silenzio. Sono tutti in fila davanti all’insegnante, tutti seduti a terra come nei film giapponesi. Al comando dell’insegnante si inchinano prima ad un’immagine (sono troppo lontana per capire chi sia il personaggio di quella foto), e poi all’insegnante che ricambia. Sempre in silenzio si alzano e iniziano, coordinati, a fare alcuni esercizi di respirazione. In tutto questo c’è molto di marziale, ma il clima è rilassante e tranquillo. Poi alcuni esercizi di stretching ed infine qualche movimento con spostamenti sulle gambe. Terminato questo lavoro, ad un ordine dell’insegnante (che qualcosa vorrà significare ma che per il momento rimane per me un insieme di vocali e consonanti senza senso) tutti si mettono in fila sul bordo del tatami. L’insegnante inizia a fare delle capriole e così di seguito tutti gli altri. Mi viene un po’ da sorridere e mi interrogo su cosa serva tutto questo. Guardo Martina. È brava: rotola benissimo e si muove con agilità tra i vari esercizi. È poco più di un anno che pratica e mi pare che sia già ad un buon livello. L’insegnante ferma i praticanti e li fa sedere in linea come prima durante il saluto iniziale. Lui rimane in piedi e chiama un altro che indossa quei pantaloni neri (prima o poi imparerò quel nome). Quello chiamato tira un pugno al maestro e lui con una voltata lo fa volare a terra. Rimango a bocca aperta anche perché penso che quel poverino si sia fatto male. Ma la mia preoccupazione dura un attimo: si rimette in piedi come se nulla fosse e ne tira un altro. Che figata! Solo che se capitasse a me mi distruggerei e mi dovrebbero raccogliere in mille pezzi. Poi, ad un altro comando dell’insegnante, il gruppo si alza, si mescola e inizia, a coppie, a ripetere, o a provare a ripetere, quello che ha fatto il maestro poco prima. Martina se la cava bene, almeno mi sembra. Cade con una certa agilità ma non come quella cintura nera di prima. L’insegnante ogni tanto si avvicina a lei e le corregge la postura. “Tieni la schiena dritta e guardalo negli occhi”. Tutti si impegnano, ma senza facce cattive da lottatori, piuttosto con un sorriso sul viso, sempre. Che bel clima. In un attimo la lezione è finita. È passata un’ora e mezza come fossero dieci minuti. “Ti è piaciuto?”, mi chiede l’insegnante un po’ accaldato. “Sì, molto”, rispondo. “Allora, se ti va, la prossima settimana, vieni a fare una lezione di prova, che dici?”. “Sì, ma non so se sono in grado. Ho paura di non essere così coordinata o forte”. “Tutti quelli che vedi qui un giorno, nel passato, hanno deciso di iniziare la pratica dell’Aikido. Nessuno di loro viene da campi di battaglia. Sono persone normali che quando hanno iniziato avevano più o o meno i tuoi stessi dubbi. Tu prova e vedi se quello che ti ho detto è vero o se hai ragione tu”, dice sorridendomi.


La scoperta

È martedì. Sono seduta sul divano e attendo Martina mentre guardo la TV. La borsa è già pronta. Prima al telefono mi ha detto: “Una maglietta a mezze maniche, un pantalone lungo e niente scarpe o calzini. Si pratica a piedi nudi”. I piedi nudi sul tatami non mi fanno alcun effetto. Forse perché ho praticato per anni lo yoga. Ma perché nell’Aikido si pratichi scalzi comunque non lo capisco. Sarà una delle tante domande che farò questa sera, ne sono sicura. “Pling”. È un messaggio su Whatsapp. È Martina e devo scendere. Salgo nella sua auto e lei mi guarda con aria scettica. “Cos’è questa tutina rosa? Ok che non meniamo nessuno, però così è troppo”. Rido. Oggi mi sento più rilassata anche se in realtà sono molto scettica sulle mie capacità “marziali”. Arriviamo in palestra e sono tutti lì. C’è qualche faccia nuova, ci sono io che non mi scollo da Martina, mentre cerco con lo sguardo il maestro che però non c’è. “Speriamo di essere in grado”, penso tra me e me. “Scusate il ritardo, andiamo”. Entra l’insegnante un po’ di corsa e tutti lo seguono verso lo spogliatoio. Mi guarda e mi sorride: “Allora ci provi?”. “Sì, speriamo”, dico mentre abbasso lo sguardo. “Lo spogliatoio è lì, coraggio”, mi dice allargando le braccia per indicare la direzione. 
Silenzio. Si sente appena il rumore lontano di coloro che stanno utilizzando i pesi nella sala accanto. Siamo in ginocchio, occhi chiusi e a me viene un po’ da ridere. “Ai”, dice a voce alta il maestro. Tutti aprono gli occhi. L’insegnante si volta e si inchina davanti all’immagine del fondatore dell’Aikido, come mi ha spiegato il maestro poco prima del saluto. Poi si rivolge verso di noi che a nostra volta ci inchiniamo. Una cerimonia molto marziale anche se l’insegnante sembra voler tenere un registro non eccessivamente formale. Ci alziamo e iniziamo alcuni movimenti di respirazione. Sembra facile. Stretching, addominali, flessioni. Nulla di complicato, per una come me abituata alla danza sin dai primi anni. Poi il maestro fa alcuni movimenti con le gambe. Sembrano esercizi di base per capire come muoversi. A vederli sembrano facili, ma a farli… “Guarda, segui me…irimi tenkan…un passo, rotazione”, mi spiega il maestro. Mi sento goffa come non mai. “Non ti preoccupare, chi inizia a fare Aikido ha sempre questa sensazione di non saper nemmeno più fare un passo avanti. Stai semplicemente reimparando a camminare e a muoverti nello spazio”. Parole che mi lasciano a bocca aperta.

«Toccando, impari a conoscere l’altro e a cancellare la paura»

Molto interessante. Poi si passa alle capriole che in realtà sono delle cadute o, meglio, tecniche per cadere, ma per ora ho solo un gran mal di testa. Il maestro mi prende da una parte e mi fa iniziare le cadute in ginocchio. Lui controlla che io non tocchi il tappeto con la testa. Ma quanto è difficile?! Sbatto il sedere sul tatami, vado storta, faccio un casino. Mi arrendo. Non riuscirò mai a fare quello che fanno gli altri. “Non ti abbattere, è solo la prima lezione”, spiega l’insegnante con un sorriso. “Ci vuole tempo, anche per esercizi apparentemente semplici come le cadute”. Annuisco. “Mi gira un po’ la testa”, gli dico. “Fermati e respira, per oggi è sufficiente”. È l’ora delle tecniche. Vedo l’insegnante, come la volta scorsa, volteggiare e proiettare a terra una cintura nera. È un vortice senza violenza. Termina la spiegazione e ora mi alzo senza capire bene cosa devo fare. “Scegli un compagno e lavora”, mi spiega. “Sì, ma che devo fare?”, gli chiedo. “Quello che hai visto”. Io rimango un po’ interdetta. Poi Martina mi prende per un braccio e mi dice “Fai la tecnica”. Mi trovo spaesata. I piedi non si muovono mentre non so bene se sto muovendo correttamente le braccia. L’insegnante ogni tanto arriva e mi guida. Con lui sembra tutto facile, da sola mi sembra di fare disastri. La lezione prosegue così, mentre sono un po’ spaesata. Ma quanto è bello questo movimento, queste tecniche, queste leve. È tutto così armonico. A fine lezione ho tante domande. In primo luogo, poco prima di terminare la lezione mi ritorna in mente il motivo principale per il quale sono venuta qui: imparare a difendermi. Ma vedo l’Aikido così difficile. Ne parlo con l’insegnante. “Se tu sei venuta qui con l’esclusivo obiettivo di imparare a difenderti, non credo sia il luogo giusto per te. Ci sono altre arti marziali o metodi di auto-difesa più immediati che puoi imparare più velocemente. Qui impari qualcosa di più. Impari che il primo tuo nemico è dentro di te. Conosci i tuoi limiti, le tue paure e soprattutto le tue potenzialità. L’Aikido è relazione che nasce dal contatto. Impari a conoscere gli altri toccandoli. Così passa la paura per una mano al collo e il sudore di un estraneo addosso. Impari a conoscere il tuo corpo e i posti nascosti della tua anima”. Rimango a bocca aperta. Ora sono più curiosa di prima di capire cos’è questo Aikido.


L’esame

Sono passati tre mesi e domani sarà il grande giorno. Sono emozionata più di quanto lo sia alla vigilia di un esame all’Università. Ma questa volta niente libri. Solo tecniche di Aikido da ricordare e da ripetere possibilmente senza apparire un tronco di un albero o un burattino. Davanti alla TV, dopo aver cenato con zucchine in padella e un petto di pollo, continuo a ripassare l’elenco di tecniche previste dal programma. Con l’indice le indico una ad una cercando ogni volta di ripassarle mentalmente mentre per un attimo chiudo gli occhi. L’ho fatto già tante di quelle volte che la carta si è ingiallita proprio nel punto in cui scorro il mio dito.
“Pling”. Un messaggio su Whatsapp interrompe il mio ripasso. Mi alzo dal divano per raggiungere il cellulare, mentre in TV passano distrattamente programmi inutili. È Martina. “Che fai? Sei pronta per domani?”, mi chiede. “Sto ripassando”. “Dai che sarà un successo”. Rispondo con una faccina mentre un po’ di ansia prende il sopravvento. Domani sarò all’università tutto il giorno e poi di sera terrò questo esame e domani il tempo del ripasso sarà minimo. Sembra stupido tutto questo, ma ci tengo davvero a fare bella figura. Ma ora non rimane che andare a dormire.

Come sempre questa sera Martina passerà a prendermi. Dovrebbe essere qui a breve. Sono un po’ stanca dopo una giornata all’università e ho anche un po’ di fame. Mangio una fetta di pane in cassetta, dopo averlo farcito con un formaggio spalmabile. Ecco lo squillo di Martina. Mando giù l’ultimo boccone, bevo al volo un bicchiere d’acqua, scivolo giù per le scale ed entro in auto, allegra, emozionata e non troppo preoccupata. Arriviamo in palestra. Ci sono tutti. Matteo, Luisa, Luca, Antonio. Più o meno tutti e tutti che mi guardano quasi fossi una condannata al patibolo. L’insegnante mi ferma: “Stai tranquilla. Immagina di essere un giovane albero di ulivo che deve ancora crescere. Non pensare di poter fare le tecniche come una cintura nera. Ognuno ha il suo livello e un giovane ulivo è più basso di uno anziano. Ma un giorno, forse, lo supererà.

Ho l’emozione a mille, e non so perché. Ora l’Aikido mi è entrato dentro

Siamo in tre a sostenere l’esame: io, Luca e Martina. Io devo sostenere il quinto kyu (i gradi dell’allievo in Giappone sono un conto alla rovescia), gli altri il quarto. Ci mettiamo in un angolo a ripassare. Rivediamo quelle tecniche che ci rimangono più ostiche e quelle che improvvisamente non ricordiamo più. Sono la prima a sostenere l’esame. L’emozione è a mille e non so nemmeno perché. Dopo il saluto, procedo verso il centro del tatami. Il maestro mi chiede di mostrare le cadute, irimi tenkan e il kaiten (movimenti di spostamento e rotazione). “Ai! (che significa “sì, va bene”) scegli un compagno”, mi esorta l’insegnante. Guardo Martina e inclino in avanti il mio corpo. Le risponde con il saluto e si avvicina a me. “Ikkyo omote”. Così inizia il mio esame vero e proprio, con questa richiesta del maestro. “Shihonage ura”, “Kotegaeshi”, “Tenchinage”. Il mio esame scorre fluido. La mia mente è vuota. Non ricordo e non riesco a ragionare. Il mio corpo si muove con relativa scioltezza. Solo sulla tecnica Nikyo ura il buio più completo. Prendo il braccio di Martina e lo faccio ruotare con un tenkan. Ma non sono convinta. Guardo l’insegnante con un punto interrogativo stampato sulla faccia. L’ansia sale, il caldo mi sta sfiancando e la concentrazione traballa. Con la mano fa un impercettibile movimento quasi a disegnare un cerchio davanti alla sua pancia e improvvisamente ricordo tutto. Sorrido, torno a respirare e chiudo la tecnica. “Ok, abbiamo concluso”, dice l’insegnante. “Di già?!”, penso. Ce l’ho fatta, l’esame si è concluso e nemmeno me ne sono accorta. Vado a sedermi ma qualcuno mi fa il gesto di tornare al centro del tatami. Ho dimenticato di salutare l’insegnante. Tutte queste formalità…
È arrivato il momento della proclamazione. “Valentina L.” Il primo nome è il mio. Momento di suspence. “5° kyu”. Parte l’applauso, quasi mi commuovo. L’Aikido mi è entrato dentro.

Note sull’autore

Paolo Ribichini è insegnante di Aikido IV dan. Pratica questa arte marziale dal 1996 ed insegna dal 2005. È direttore tecnico del corso di Aikido presso il Judo Preneste di via Lauricella, 4 — Roma. Fuori dal dojo è giornalista e scrittore.
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