Inchiesta #Chilcot sull’Iraq: la guerra che si poteva evitare

Manifestanti prima della pubblicazione del rapporto Chilcot. Foto via Corriere della Sera

Nella tarda mattinata di oggi, John Chilcot, alto funzionario della Corona britannica, ha presentato i risultati dell’indagine da lui presieduta sulle circostanze che hanno portato alla guerra in Iraq nel 2003 e sul ruolo avuto dalla Gran Bretagna nel conflitto. Nel corso della presentazione, Chilcot ha presentato i principali punti del rapporto sottolineando come la decisione di avviare l’intervento militare sia stata precipitosa e presa prima di verificare tutte le azioni diplomatiche di pace.

Che cos’è il “Chilcot Report”

Annunciato il 15 giugno del 2009 dall’allora primo ministro Gordon Brown, il Chilcot Report è un’indagine che aveva l’obiettivo di esaminare il ruolo della Gran Bretagna nella guerra in Iraq sin dalle fasi preparatorie, l’intervento militare e le sue conseguenze, coprendo un arco di tempo che va dal 2001 al 2009. L’indagine, costata 10 milioni di sterline, è durata 7 anni invece che un solo anno, come previsto inizialmente.

Qui si può leggere l’intero documento.

Punti principali emersi

Come riportato dal Guardian, Chilcot durante il suo discorso ha detto che:

  • La guerra in Iraq “non era l’ultima possibilità”, il Regno Unito ha deciso di invadere prima che tutta le opzioni di pace fossero state tentate. L’inchiesta è giunta alla conclusione che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno minato l’autorità del Consiglio di sicurezza dell’Onu perché hanno spinto per l’azione militare quando le alternative di pace non erano ancora state esaurite.
  • L’intelligence britannica ha legittimato l’invasione con una “certezza che non era giustificata”.
  • La pianificazione del post intervento militare era “del tutto insufficiente”.
  • Blair ha presentato le informazioni dell’intelligence sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq con una certezza che non era giustificata. Secondo Blair il rischio che gruppi terroristici riuscissero a ottenere armi di distruzione di massa era reale. Tuttavia, l’allora premier britannico era stato avvertito che un’azione militare avrebbe potuto aumentare la minaccia da Al-Qaeda nei confronti del Regno Unito e dei suoi interessi e la possibilità che i terroristi ottenessero armi.
  • È ormai chiaro che la politica riguardo l’Iraq è stata fatta sulla base di informazioni e valutazione viziate.
  • L’inchiesta non accetta l’affermazione di Blair secondo cui era impossibile prevedere i problemi incontrati dopo l’intervento militare. Difficoltà che invece erano state anticipate. I rischi per le truppe britanniche non sono stati correttamente identificati, il governo non ha discusso le opzioni e le implicazioni militari.
  • George Bush, ex presidente degli Stati Uniti, ha in gran parte ignorato il parere del Regno Unito sulla pianificazione del dopo guerra, su come sorvegliare l’Iraq dopo l’invasione, compreso il coinvolgimento delle Nazioni Unite, il controllo dei soldi del petrolio iracheno e la sicurezza dell’operazione militare. L’indagine critica il modo in cui gli Usa hanno smantellato l’apparato di sicurezza di Saddam Hussein e descrive l’intera operazione come un fallimento strategico.
  • Il Regno Unito ha condotto contemporaneamente due campagne militari in Iraq e Afganistan senza avere le risorse sufficienti per farlo.
  • L’azione militare sarebbe potuta essere necessaria a un certo punto, ma non nel marzo del 2003 perché Saddam Hussein non costituiva una minaccia imminente.
  • Le relazioni tra Regno Unito e Stati Uniti non sarebbero peggiorate nel caso in cui il Regno Unito fosse rimasto fuori dalla guerra.

La risposta di Blair

A quanto scritto nel report, Tony Blair ha risposto che la decisione di andare in guerra è stata presa in buona fede e seguendo l’interesse del paese. Inoltre, l’ex premier ha detto che il documento mostra che non c’è stato un uso improprio dell’intelligence e che non è stato preso nessun impegno segreto in Texas nel 2002 per partecipare alla guerra.

Inoltre, durante la conferenza stampa tenuta nel primo pomeriggio, l’ex primo ministro britannico ha detto di prendersi tutte le responsabilità della guerra in Iraq e di provare dolore e pentimento “più di quanto si possa immaginare”. Ma ha precisato che ci sono due cose che non può fare: non può dirsi pentito di essersi sbarazzato di Saddam Hussein e non può accettare che si dica che i soldati siano morti invano. Blair ha anche criticato il rapporto Chilcot per non aver considerato cosa sarebbe accaduto se Saddam Hussein fosse rimasto al potere, rigettando l’accusa che “la guerra è stata un fallimento”.

La reazione di Cameron e Corbyn

Il primo ministro inglese David Cameron, leader del partito conservatore, ha sottolineato come nel report non ci siano accuse a Blair di aver ingannato deliberatamente i cittadini del Regno Unito. Inoltre, Cameron ha affermato che il rapporto “Chilcot”, tra le varie analisi e considerazioni, non esprime una posizione riguardo la questione della legalità della guerra intrapresa, ma dice piuttosto che le circostanze in cui è stata valutata sono state insoddisfacenti.

Da parte invece del partito laburista, Jeremy Corbyn ha dichiarato che, in base a quanto riportato nel report, la Camera dei Comuni dovrebbe prendere un’iniziativa contro Tony Blair per averla indotta in errore nella fase di preparazione alla guerra.


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