“Resistere alla strategia dell’odio”: anche i media sono coinvolti

Ieri, diversi organi di informazione francesi hanno comunicato che non pubblicheranno più le fotografie degli autori di azioni terroristiche per “evitare glorificazioni postume”, come ha scritto il direttore di Le Monde, Jérôme Fenoglio, nel lungo editoriale “Resistere alla strategia dell’odio”. Anche l’emittente televisivo BFM-TV, il quotidiano cattolico La Croix e la radio Europe 1 hanno preso la stessa decisione di Le Monde.
Già dopo i primi attentati, Le Monde aveva deciso di non pubblicare immagini tratte da documenti di propaganda o rivendicazione diffuse dall’IS. E, come scrive Fenoglio nel suo editoriale, la questione va oltre la pubblicazione di immagini e fotografie e implica una riflessione su come coprire giornalisticamente quel che accade evitando di farsi megafono della propaganda terroristica. Il sensazionalismo intorno ai responsabili di queste atrocità fa il gioco dei terroristi, a prescindere dalla motivazione del loro attacco.
“I suoi migliori alleati — i rumor e i complottismi — sono messi sullo stesso piano delle informazioni verificate e affidabili. I siti e i giornali che diffondono questo tipo di informazioni sono chiamati a riflettere sul proprio operato. (…) Queste riflessioni, queste discussioni, questo adattare le proprie pratiche a quelle di un nemico che utilizza contro di noi le nostre stesse tecniche e pratiche, tutti gli strumenti della nostra modernità, sono indispensabili per spezzare la strategia dell’odio”.
A nostro avviso tutti siamo coinvolti, non solo i media. Dovremmo essere consapevoli che in questo modo facciamo esattamente ciò che queste organizzazioni terroristiche vogliono e nell’assecondare questa dinamica rischiamo di fornire un incentivo a imitare e replicare ancora quegli atti terroristici. Scegliamo cosa pubblicare e cosa no, con consapevolezza e responsabilità.
Chiaramente questo tipo di argomentazioni non ha niente a che vedere con la volontà di proteggere i lettori, i lettori non hanno bisogno della nostra protezione, ha a che vedere esclusivamente con la consapevolezza di essere parte integrante di questa che è anche una guerra mediatica. Si sceglie di non essere megafono, si decide come coprire questi eventi, non ci si fa dettare l’agenda da IS o quel che è. Qui sta il punto cruciale. Scegliere come coprire queste notizie, sottrarsi alla propaganda terroristica è giornalismo, non significa affatto meno informazione.
Qui di seguito parte dell’editoriale di Jérôme Fenoglio di ieri.
Resistere alla strategia dell’odio
Da gennaio 2015 la Francia è diventata bersaglio di sempre più frequenti attacchi terroristici da parte dello Stato Islamico. L’ultimo attacco, quasi due settimane dopo quello di Nizza, in una chiesa cattolica vicino Rouen, in Normandia. Due attentatori, armati di coltelli, sono entrati in chiesa durante la messa del mattino, hanno preso in ostaggio due suore e due fedeli e ucciso padre Jacques Hamel, il sacerdote di 86 anni.
L’attacco in una chiesa cattolica, scrive Fenoglio, aveva l’obiettivo di riuscire dove gli attentati precedenti avevano fallito: scatenare rabbia e ritorsioni e mettere tutto il paese sotto il dominio dell’odio alla ricerca di una vendetta cieca.
Vogliono la guerra civile in Francia
Perché proprio in Francia? La Francia ospita una delle più grandi comunità musulmane in Europa e l’obiettivo dei jihadisti è provocare delle azioni di rappresaglia selvaggia che inneschino una guerra civile religiosa. Non c’è retorica in quello che scrivono e dicono questi teorici della strategia dell’odio. I loro discorsi vanno presi alla lettera. Loro si appellano a una guerra civile in Francia per far credere che l’Occidente sia in guerra contro l’Islam. Essi sperano di porre fine a questa anomalia, questa “zona grigia”, un paese dove le religioni convivono pacificamente in un quadro antico e tollerante, che noi chiamiamo laicità. Vogliono, invece, provocare e spingere alla vendetta “comunitaria”. Non cedere è il primo atto di resistenza e di onore di una società come quella francese e la prima sconfitta inflitta al nemico.
I limiti dell’esercizio critico
Prima della Francia, altri paesi sono stati sfiancati da attacchi terroristici prima di riuscire a fermarli. In tutte le democrazie si dibatte su come combattere il terrorismo. Dopo tutto, la prima missione che noi deleghiamo allo Stato è quella di proteggerci e la valutazione costante e critica delle politiche di sicurezza è un imperativo democratico. Le lacune vanno riconosciute, i dispositivi migliorati.
Ma ci devono essere dei limiti all’esercizio critico condotto dai partiti di opposizione. Le opposizioni non possono lasciar intendere non si capisce mai cosa e, in particolare, che prendendo quella o quell’altra misura miracolosa una nuova maggioranza fermerà la guerra che i jihadisti stanno conducendo contro la Francia. Tutto ciò si rivelerebbe una menzogna e sarebbe uno sfruttamento elettorale di una situazione tragica. Lasciar credere che la Francia si salverà cambiando profondamente significherebbe perdere in un modo ancora più sicuro. Difendere i valori della nostra democrazia implica di non rinunciare a nessuno di essi, anche temporaneamente.
Inoltre, non bisogna mai dimenticare che i jihadisti uccidono molti più musulmani che non musulmani. Da Kabul, questa settimana, a Istanbul, all’inizio di luglio, passando per una serie di attentati a Baghdad tra giugno e luglio, centinaia di civili, uomini, donne, bambini, sono morti o sono stati mutilati a vita su ordine del totalitarismo islamista. Tutto questo aiuta a comprendere la complessità della battaglia contro IS.
Questa battaglia si gioca sul territorio francese, sicuramente, ma ancora di più in Iraq e Siria. Lì, la lotta anti-jihadista si inscrive nella guerra di religione che devasta l’Islam e che si alimenta del crollo di due Stati, Damasco e Baghdad. La vittoria contro IS passa per la conquista delle due città di cui lo Stato Islamico ha fatto le sue capitali: Mosul in Iraq e Rakka in Siria. Ma il fenomeno jihadista (e la seduzione che esercita in Medio Oriente e nelle altre parti del mondo) non si spegnerà fino a quando questi due Stati non si ricomporranno nel rispetto delle diversità etniche e religiose delle loro popolazioni.
Evitare la glorificazione postuma
Da noi, questa battaglia non può essere considerata solamente come una questione di forze armate o di ordine pubblico, dei servizi di intelligence e di personale politico. È una battaglia che riguarda tutte le componenti della società e, in primo luogo, di quelle che costituiscono il nostro panorama mediatico così come è stato rimodellato dalla rivoluzione digitale. Senza la consapevolezza delle aziende che controllano i social network, i nuovi mass media, sarà difficile resistere alla strategia dell’odio. I suoi migliori alleati — i rumor e i complottismi — sono messi sullo stesso piano delle informazioni verificate e affidabili.
I siti e i giornali che diffondono questo tipo di informazioni sono chiamati a riflettere sul proprio operato. Dal primo attentato terroristico ad opera di IS, Le Monde ha più volte modificato il proprio operare. In particolare, ha deciso di non pubblicare le immagine tratte da documenti di propaganda o di rivendicazione dell’IS. Dopo l’attentato di Nizza, non pubblicherà più le fotografie degli autori degli attentati per evitare gli effetti di un’eventuale glorificazione postuma. Altre discussioni su come dare le notizie sono in corso.
Queste riflessioni, queste discussioni, questo adattare le proprie pratiche a quelle di un nemico che utilizza contro di noi le nostre stesse tecniche e pratiche, tutti gli strumenti della nostra modernità, sono indispensabili per spezzare la strategia dell’odio. Lo dobbiamo a tutte le vittime delle azioni dell’IS, lo dobbiamo alla memoria di padre Jacques Hamel, ucciso nella sua chiesa.
Qui altri spunti di riflessione su media e terrorismo.
Alla fine di un’azione terroristica, spesso l’assassino muore. È solo ora che ha inizio il suo programma. È necessario che l’orrore del suo atto venga amplificato migliaia di volte affinché il suo obiettivo politico sia reso possibile. Bruce Hoffman, nel suo libro Inside Terrorism, sottolinea il ruolo delle “ripercussioni psicologiche oltre il bersaglio o la vittima immediata” dell’atto di terrore. L’obiettivo del terrorismo non è solamente uccidere, ma “dare forza e potenza dove non ce ne sono, attraverso la pubblicità generata dalla loro violenza”. Come dimostra IS, la divulgazione è la “seconda ondata” del terrore. È il megafono. Senza divulgazione, il terrorismo è solo corpi morti.
Gli eventi hanno fatto emergere tante emozioni e spinto a un esame di coscienza sulle cause, con molti che hanno speculato sul ruolo dei media. Secondo il prof. Michael Jetter, i media giocano un ruolo fondamentale per soddisfare gli obiettivi degli attentatori — amplificando il senso di terrore ben oltre la portata dell’azione originaria.
“Non è mirata alle vittime attuali. Non si stanno rivolgendo ad alcune persone in particolare. L’ampia copertura dei media in questo momento è esattamente quello che i terroristi vogliono,” ha detto Jetter, aggiungendo che alcune delle prime pagine dei giornali tedeschi subito dopo gli attacchi sembravano, a leggerle, commissionate dai gruppi terroristici.
“Se ISIS avesse voluto concepire una prima pagina, avrebbe scritto esattamente così.”