Turchia, la marcia per la giustizia riuscirà a contrastare Erdogan?

Un momento della “Marcia per la giustizia”, 6 Luglio 2017. Foto di Ozan Kose/AFP/Getty Images

(Aggiornamento 10 luglio, ore 8:46)

Due milioni di manifestanti. Per gli organizzatori sono questi i numeri della partecipazione all’evento conclusivo della “Marcia per la giustizia” partita il 15 giugno scorso da Ankara e terminata ieri pomeriggio ad Istanbul. Per il governo i partecipanti sarebbero stati 175mila, circa un decimo di quanto dichiarato dagli organizzatori.

“Ormai tutti dovrebbero sapere che il 9 luglio rappresenta un primo passo. Una nuova fase, una nuova storia, una rinascita “, ha dichiarato Kemal Kilicdaroglu, leader del CHP, aprendo il suo intervento dal palco, dopo aver percorso da solo l’ultimo dei 450 chilometri del tragitto.

Questa protesta è stata “l’atto politico più pacifico della storia”. “Abbiamo marciato in nome di una giustizia inesistente. Abbiamo marciato per i diritti delle vittime, dei parlamentari e dei giornalisti rinchiusi in prigione. Abbiamo marciato per i docenti licenziati dalle università. È assolutamente vergognoso che in una democrazia i professori universitari siano cacciati con decreti di emergenza”, ha detto Kilicdaroglu riferendosi alle leggi emesse a seguito del tentativo fallito di colpo di stato del 15 luglio 2016.

Kilicdaroglu ha poi rivolto al governo di Ankara un elenco di richieste formulate in 10 punti, promettendo di continuare a lottare fino a quando non saranno tutte soddisfatte, tra cui porre fine allo stato d’emergenza, che scade tra 10 giorni, e che dovrebbe essere rinnovato per la quarta volta, ristabilire una democrazia parlamentare salda, porre fine alla povertà e alla disoccupazione e perseguire una politica estera pacifica ed equa.


«Questo è solo l’inizio. Continueremo con nuove azioni fino alle [elezioni presidenziali] nel 2019». La “Marcia per la giustizia”, guidata da Kemal Kilicdaroglu, 68enne leader del Partito Popolare Repubblicano (CHP), la principale forza di opposizione nel Parlamento turco, sta per arrivare al carcere Maltepe di Istanbul, ultima tappa del percorso.

Migliaia di manifestanti sono partiti il 15 giugno scorso dalla capitale della Turchia, Ankara, e hanno iniziato una marcia di 425 km per protestare contro la condanna a 25 anni di carcere nei confronti di Enis Berberoglu, deputato del CHP, detenuto proprio a Maltepe, e la reazione politica repressiva del presidente Erdoğan dopo il fallito colpo di Stato dello scorso luglio.

Il percorso della “Marcia per la giustizia”, via Guardian

«Stiamo affrontando un regime dittatoriale. La nostra marcia continuerà finché non ci sarà giustizia in questo paese», aveva dichiarato tre settimane fa ai giornalisti presenti ad Ankara, Kilicdaroglu, prima di partire verso Istanbul con in mano un cartello con la scritta “giustizia”.

Solo alcuni giorni fa la direttrice di Amnesty Turchia, Idil Eser, è stata arrestata (insieme ad altri sette attivisti per i diritti umani) dalla polizia turca con l’accusa di appartenere “a un’organizzazione terroristica”.

Il leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, via Hurriyet

Questa è una manifestazione di disobbedienza civile perché richiama i principi di non violenza della “marcia del sale” (organizzata nell’aprile del 1930 in India da Mahatma Gandhi contro la tassa sul sale, imposta dal governo britannico a tutto il paese), ma è anche un’occasione per ricordare a Erdogan che l’opposizione in Turchia ha ancora voce, spiega il leader del CHP in un’intervista al Financial Times. Secondo il quotidiano finanziario britannico, la reazione di Erdogan nei confronti della marcia sarà “un’importante indicazione di come (…) intenda affrontare il dissenso” dopo la vittoria al referendum sulla riforma costituzionale proposta dal suo partito.

Non è ancora chiaro se la marcia confluirà in un nuovo movimento nazionale. Di sicuro, si sta rivelando un momento aggregativo e a volte festoso: ad accompagnare i manifestanti, venditori di kebab, bande che suonano canti che inneggiano ai diritti, alla legge, alla giustizia e persino una coppia che ha deciso di sposarsi in un campo dove la marcia aveva fatto sosta. «Anche oggi, che è il giorno più felice della nostra vita, continuiamo a resistere», ha detto lo sposo, Murat Erinc, mostrando una foto con la moglie.

Enis Berberoglu è il primo deputato del CHP a essere detenuto dal fallito colpo di Stato dell’anno scorso. Da allora sono stati arrestati 11 deputati dell’HDP, la terza forza politica turca, più di 50mila persone sono state imprigionate e oltre 150mila sono state licenziate o sospese dal loro posto di lavoro. Secondo il sindacato dei giornalisti, sono circa 160 i giornalisti imprigionati e 130 gli organi di stampa chiusi in Turchia.

Can Dundar ed Erdem Gul, via Guardian

Berberoglu è accusato di “rivelazione di segreto di Stato”: nel 2015 avrebbe dato al quotidiano di opposizione, Cumhuriyet, un video (risalente all’anno prima) che mostrerebbe furgoni dell’intelligence turca trasportare armi verso la Siria. All’epoca il governo negò le accuse dicendo che i furgoni, proprietà dell’intelligence di Stato, stavano trasportando aiuti umanitari ai turkmeni che stavano combattendo contro il Presidente siriano Assad e lo stato islamico. Erdogan accusò Can Dundar ed Erdem Gul di Cumhuriyet di minare la reputazione della Turchia. Due anni fa i due giornalisti vennero arrestati e tenuti in carcerazione preventiva per tre mesi con l’accusa di spionaggio. Dopo essere stati scarcerati, nel maggio 2016 sono stati condannati a 5 anni di reclusione per rivelazione di segreto di Stato. Da dieci mesi Dundar vive in esilio in Germania. Gul è in Turchia, libero, ma il suo caso è ancora aperto.