“È stato incastrato”. Giulio Regeni è finito in un gioco sporco di spie e infiltrati

Episodio 2: Giulio voleva aiutare i lavoratori ma si è trovato a fare i conti con degli infiltrati e con un sindacalista, che lo avrebbero incastrato

Parte 2 (episodi 1 2 3)

Di Martino Galliolo

Giulio Regeni sarebbe finito in un gioco sporco di spie e servizi deviati. Giulio voleva aiutare i lavoratori ma si è trovato a fare i conti con degli infiltrati e con un sindacalista, che lo avrebbero incastrato. Il 25 gennaio, Giulio Regeni veniva rapito al Cairo. Era la sera del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir dalla “primavera araba” del 2011. Nove giorni dopo, il 3 febbraio, il cadavere di Giulio Regeni veniva ritrovato in uno sterrato di Giza. Lo stesso giorno in cui il ministro italiano Federica Guidi era in visita al Cairo. Non potevano essere tutte coincidenze. Qualcuno voleva approfittare della situazione per dare un messaggio. E lo ha fatto torturando e uccidendo Giulio in modo atroce. È importante anche il contesto, il 21 febbraio l’Eni ha diffuso un comunicato stampa in cui rendeva noto l’accordo con l’Egitto per lo sfruttamento del giacimento di gas di Zohr.

Le parole del padre Mahoud, il religioso copto che per primo ha benedetto la salma di Giulio al Cairo, continuano a tornarmi in mente: “Un uomo cosmico, usato come capro espiatorio”. Da chi e perché?


Giulio Regeni era un ricercatore italiano di 28 anni, originario del piccolo comune di Fiumicello nella regione del Friuli Venezia-Giulia, stava svolgendo la tesi del dottorato per l’università di Cambridge al Cairo. Studiava i diritti dei lavoratori e i sindacati indipendenti dei venditori ambulanti, e raccoglieva le loro storie. Era il 25 gennaio, il quinto anniversario della “primavera araba” in Egitto.

Giulio se ne era andato di casa per studiare all’estero ancora prima dei 18 anni, parlava molto bene l’arabo egiziano, e in passato aveva collaborato un think tank della Oxford Analytica. Ma soprattutto era in contatto con i sindacati indipendenti dei venditori ambulanti al Cairo. Quei venditori che sono sempre per strada, tra cui si nascondono spesso informatori della polizia e infiltrati dei servizi di sicurezza. Giulio non lo sapeva ma stava per fare i conti con tutto questo. Tutto per 10 mila sterline.


“Mi parlava dei lavoratori, dei sindacati, d’amore e di arte” racconta in una intervista Amr Asaad, professore di economia aziendale al Cairo. “Era infaticabile, intelligente e davvero serio”. Era innamorato. “Mi chiedeva quali fossero i luoghi più romantici dove portare una donna: la sua ragazza sarebbe venuta a trovarlo al Cairo”. Era generoso. “Stringeva amicizia con gli ambulanti, li andava a trovare sul lavoro, li ascoltava e parlava a lungo con loro”. Era coraggioso. “Mi disse di voler partecipare ad un bando di 10 mila sterline indetto da un’organizzazione inglese per il sindacato degli ambulanti e che lo aveva riferito a una delle sue fonti all’interno del sindacato”.

Questo forse è stato l’unico errore di Giulio Regeni.

“Giulio tornò a casa il 20 dicembre per trascorrere le vacanze di Natale e ritornò il 2 Gennaio. Una settimana prima dell’anniversario della rivoluzione mi disse che non sarebbe uscito di casa a partire dal 18 Gennaio, eccetto in casi di necessità. Aveva capito che la situazione non era sicura”.

“Al suo ritorno, per il momento, aveva accantanto l’idea del bando” racconta Amr Asaad.

“Quando gli chiesi il motivo, Giulio mi rispose che era rimasto infastidito da quello che aveva definito come un tentativo di sfruttamento da parte di uno dei sindacalisti con i quali si incontrava regolarmente. Gli aveva chiesto di procurargli un telefono e aveva accennato che voleva il suo aiuto per trasferirsi all’estero”.

Quell’uomo sarebbe Mohammed Abdullah, il dirigente del sindacato dei venditori ambulanti di Cairo Est. Nella redazione di Al-Masry al-Youm, il dirigente dei sindacato degli ambulanti, Mohammed Abdullah, aveva rilasciato un’intervista in cui dimostrava di conoscere Giulio molto bene: “L’avevo incontrato più di dieci volte. Sono andato con lui alla stazione Ahmed Hilmi e avevamo incontrato insieme alcuni venditori. Eravamo stati anche a Eliopoli per incontrarne degli altri”. In un’altra intervista, Rabie Yamani, consulente dello stesso sindacato, aveva dichiarato: “Con Giulio avevamo parlato di come aiutare gli ambulanti e come accrescere la loro sensibilità nei confronti dei sindacati”.

Yamani ci ha mostrato anche degli sms ricevuti da Giulio — scrivono i reporter Ahmed Ragab e Mustafa al-Marsafawir. “In un messaggio si davano appuntamento per incontrarsi il 17 gennaio in piazza Tahrir, ma poi Giulio aveva rinuciato e si era scusato annullando l’incontro. Non potrà incontrarlo a causa di quelle che il ricercatore ha chiamato nell’sms “circostanze fuori del suo controllo”.

“Tutti gli ambulanti che hanno avuto a che fare con Giulio soffrono ogni giorno. Il suo unico obiettivo era aiutarci” — ha dichiarato Yamani.

Al contrario, Mohammed Abdullah sembrava indifferente. “Prima che Giulio partisse per la pausa natalizia mi aveva avvicinato parlando di un progetto per noi ambulanti con una organizzazione britannica. Da quel momento ho iniziato a diffidare di lui. Ho cominciato a stargli alla larga, non mi sentivo a mio agio con lui”. Quasi volesse prendere le distanze da Giulio.

Giulio, secondo le testimonianze, non voleva abbandonare il progetto di aiutare gli ambulanti ma voleva farlo senza che Mohammed Abdullah interferisse. Questo gli sarebbe costato la vita.

Una delle piste principali secondo i reporter egiziani e altre fonti, è quella della possibile ritorsione del dirigente del sindacato degli aumbulanti nei confronti di Giulio Regeni. Avrebbero incastrato Giulio, facendo in modo di metterlo nelle mani dei servizi segreti quella sera del 25 gennaio. Dato il profilo del ricercatore, l’intento era farlo passare per un analista dei servizi stranieri o un sabotatore del regime.

Anche se “tutti gli scenari restano aperti” — ha dichirato più volte il procuratore generale di Giza Ahmed Nagi incaricato dell’inchiesta.


Hoda Kamel, è la responsabile dei problemi sul lavoro all’Egyptian Center for Economic and Social Rights, la sua attività costante e la fitta rete di relazioni sono il motivo per il quale il dottor Rabab al-Mahdi, consulente di ricerca all’American University al Cairo, aveva suggerito a Giulio che Kamel sarebbe potuta essergli d’aiuto per le sue ricerche.

“Ci siamo incontrati più o meno sei volte”, ha dichiarato Honda Kamel ai reporter di Al-Masry al-Youm. “La prima riunione con Giulio si era svolta a ottobre 2015 all’ufficio del nostro centro, ci incontrammo per dargli un’idea sulle esperienze delle unioni indipendenti”.

Giulio era consapevole della situazione al Cairo. “Non era in nessun modo provocatorio. Non si era fatto crescere i capelli e non girava per le strade in shorts. Non portava accessori al polso o anelli sulle dita. Aveva sempre i capelli puliti e si vestiva in maniera normale. Aveva portato con sé una giacca e un quaderno” — descrive Hoda Kamel nell’intervista.

A Giulio, in base al racconto di altre fonti, era stata scattata una foto durante un incontro del sindacato degli ambulanti, l’11 Dicembre 2015. L’ansia per quella foto all’inizio sembrò condizionare il suo comportamento ma dopo il rientro dalle vacanze natalizie il ricercatore sembrava più sereno.

L’ultima riunione con la Kamel si era svolta il 19 gennaio, sei giorni prima della scomparsa di Giulio. “Mi fece domande riguardo al salario minimo in Egitto, quando è entrato in vigore e chi ne beneficiava”.

Non sapeva che quella era l’ultima volta in cui vedeva Giulio Regeni.


La sera del 25 gennaio Giulio Regeni doveva raggiungere piazza Tahrir. Lo stava aspettando un amico con cui doveva prendere un taxi. “Sto uscendo”, gli aveva detto Giulio al telefono. Quella sera le forze di sicurezza egiziane erano di pattuglia nelle strade in stato di massima allerta per evitare il ritorno di una protesta in piazza Tahrir e altre manifestazioni contro il governo attuale dell’ex generale Abdel Fattah al Sisi. Dopo aver lasciato l’appartamento, il ricercatore si stava spostando a piedi tra il quartiere di El Dokki nella periferia del Cairo, sulla sponda sinistra del Nilo, e il centro della città. Era diretto dalla stazione della metropolitana di Buhouth a quella di Bab Al Louq, circa cinque chilometri in linea d’aria più a ovest, quando due uomini lo hanno fermato, gli hanno chiesto i documenti e poi lo hanno fatto salire su una macchina. C’erano dei filmati a testimoniarlo ma sono svaniti nel nulla. Dei video che erano stati visti dagli esercenti del quartiere, prima che si cancellassero dalla memoria del circuito delle telecamere di sicurezza.

L’amico che doveva incontrare Giulio era Gennaro Gervasio, professore del dipartimento di scienze politiche alla British University del Cairo. Dovevano incontrarsi nella piazza Bab al-Louq. Da lì sarebbero dovuti andare insieme a festeggiare il compleanno di Hassanein Kishk, professore di sociologia al Centro Nazionale per la Ricerca di Sociologia e Criminologia.

Ma Giulio, lo sappiamo, quella sera non è mai arrivato in piazza Tahrir.

La distanza dall’appartamento dove viveva il ricercatore al numero in via Yanbaa e la fermata della metro Buhouth è di quattro centro metri. Ci vogliono cinque minuti a percorreli a piedi. Giulio è scomparso nel raggio di quei quattro centro metri. E secondo le dichiarazioni del procuratore Ahmed Nagi, le celle telefoniche hanno agganciato il telefono cellulare e registrato gli ultimi movimenti proprio lì, tra le 19.45 e le 20.31.

Giulio aveva chiamato Gennaro alle 19.40 per dirgli che stava uscendo di casa per dirigersi verso la metro. Aveva anche scritto alla sua ragazza ucraina Valeria, su Skype, circa alla stessa ora, dicendole che stava uscendo da casa. A partire dalle 20.31 chi provava a chiamarlo trovava la segreteria telefonica. Il telefono era spento o irraggiungibile.

Il professore Gennaro Gervasio nei giorni successivi alla scomparsa di Giulio, aveva confessato il suo rammarico agli amici: “Perchè abbiamo deciso di incontrarci a Tahrir? Era meglio incontrarci a casa di Giulio, era più vicino alla casa di Hassnein Kishk”.


Alcune fonti, che hanno preferito rimanere anonime, hanno riferito a Al-Masry al-Youm che il telefono cellulare di Giulio è stato acceso nuovamente per pochi minuti nella mattina del 26 gennaio, il giorno successivo alla sua scomparsa. Il telefono di Giulio aveva squillato ma non aveva risposto nessuno, prima che venisse spento di nuovo. Il quotidiano ha consegnato al procuratore capo Ahmed Nagi queste informazioni che potrebbero rivelare il luogo in cui Giulio si trovava nel giorno seguente alla sparizione

“Il procuratore ci ha risposto dicendo di non poter né confermare né smentire. Quando abbiamo chiesto il rapporto finale dell’autopsia, il procuratore ha lanciato uno sguardo al grosso fascicolo poggiato sulla sua scrivania, contenuto in una cartella blu, con sopra una grande scritta in nero con la parola “omicidio”. Poi ha sollevato la testa, sorriso, e ha rifiutato di rilasciare qualsiasi informazione contenuta nel rapporto, che era stato depositato il 14 Febbraio. “Rivelare questi dettagli aumenterebbe le difficoltà del caso e ridurrebbe le possibilità di catturare i responsabili”, ha detto procuratore capo Ahmed Nagi. Ma ha aggiunto che il rapporto “aveva identificato il lasso di tempo preciso durante il quale Giulio era stato torturato”.

Una fonte interna all’Autorità di medicina legale che ha visto la relazione finale prima che venisse consegnata alla procura ha fornito alcuni dettagli in più: “Il giovane è stato torturato per cinque giorni alterni, non continui. La tortura non è stata ininterrotta”.

Le fonti dell’accusa hanno riferito che Hisham Abdel Hamid, direttore del dipartimento di medicina legale al Cairo, ha fornito le conclusioni dell’autopsia sul corpo di Giulio Regeni nel corso di una testimonianza davanti a rappresentanti della procura, ha scritto la Reuters. Abdel Hamid ha detto che le ferite sul corpo di Regeni risalgono a diversi intervalli di 10–14 ore”.


Alle prime luci dell’alba del 3 febbraio, la giornata di Ahmed Khaled, autista di minibus, sembrava una come tante altre. Aveva caricato tutti i passeggeri e dato inizio al suo viaggio di routine sulla strada del deserto tra il Cairo e Alessandria d’Egitto. Una gomma anteriore a terra, lo aveva costretto ad accostare e fare scendere i passeggeri sullo spazio che separa il tunnel che porta in Piazza Rimaya e quella stradina che lentamente sale e curva a destra, perdendosi nel deserto che lambisce le Piramidi. Secondo la dichiarazione di Khaled al pubblico ministero del Cairo, mentre sostituiva la ruota numerosi passeggeri si erano messi a urinare in quello spazio tra il tunnel e la strada.

È così che poco distante hanno scorto il corpo di un giovane uomo.

Quel corpo ormai senza vita era il cadavere di Giulio Regeni. Abbandonato in uno sterrato di Giza, un’area contingua al Cairo. Torturato e massacrato di botte per giorni, prima di essere ucciso con un colpo violento alla nuca. Gli assassini di Giulio, prima di liberarsene, hanno anche cercato di bruciare il suo corpo.

La zona dove hanno ritrovato il corpo di Giulio si chiama “Città 6 ottobre”, tra complessi industriali, sede dei media, golf club e ville con le palme, c’è anche uno dei principali uffici della Amn el Dawla, una sezione dei servizi segreti egiziani della Sicurezza di Stato. Non molto distante si trova anche il “Kilo 10.5”, uno dei principali campi di detenzione della Sicurezza Centrale dove vengono portati i prigionieri politici.

Il procuratore Ahmed Nagi, ha dichiarato che “la morte del giovane è stata lenta e dolorosa”. Alcuni testimoni sentiti dall’Associated Press hanno affermato che il corpo ritrovato era seminudo, con segni di accoltellamento e evidenti bruciature.


All’interno dell’obitorio, quando è arrivato il corpo senza vita di Giulio la confusione regnava sovrana. Due medici legali erano sul punto di iniziare l’autopsia dopo la prima mezz’ora spesa negli esami preliminari, quando, improvvisamente, hanno ricevuto l’ordine di fermarsi. Questo è quanto ci è stato riferito da una fonte interna che ha preferito rimanere anonima — riporta Al-Masry al-Youm. Ai due medici era stato ordinato di aspettare il capo della struttura Hisham Adel-Hamid, perché potesse sovrintendere alla stesura del rapporto finale.


Dopo molte critiche sulla mancanza di collaborazione da parte delle autorità egiziane sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, il 10 marzo l’Egitto ha invitato le autorità italiane al Cairo per partecipare alle indagini sul caso.

Il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, incontrerà i magistrati che stanno indagando sulla morte di Regeni al Cairo la prossima settimana. La decisione è arrivata dopo un colloquio con l’ambasciatore egiziano in Italia e l’iniziativa è stata confermata anche dal ministro della giustizia Andrea Orlando. È una svolta nei rapporti tra i due Paesi, perché fino a poco prima il procuratore di Giza aveva dichiarato che avrebbe condotto le indagini in autonomia.

La notizia della trasferta in Egitto del procuratore capo di Roma, è seguita alla risoluzione non vincolante del Parlamento europeo per sospendere gli aiuti militari all’Egitto, in seguito al “rapimento, alle torture selvagge e all’uccisione” di Regeni. Il testo è stato approvato da una ampia maggioranza, con 558 voti a favore, 59 astensioni e 10 voti contrari.

“Non è un caso isolato”. La risoluzione del parlamento europeo ha sottolineato come l’omicidio del ricercatore italiano è avvenuto in un contesto di torture, sparizioni forzate e uccisioni di persone che si trovavano nelle mani della polizia. E ha stilato un elenco dei “prigionieri di coscienza” in Egitto, gli oppositori finiti in carcere per motivi politici: tra di loro la attivista e avvocato Mahienour el Massry, il blogger Alaa Abdel Fattah e lo studente Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein. La mozione ha ricordato anche gli attacchi alla libertà di stampa e le esecuzioni di massa dei membri dei Fratelli musulmani, il partito dell’ex presidente Mohamed Morsi, deposto dai militari del generale Abdel Fattah al Sisi nel luglio 2013.


Giulio Regeni è diventato la vittima numero 341. L’Egyptian Commission for Rights and Freedoms ha registrato 340 casi di sparizioni forzate nel corso di soli due mesi, dall’inizio del 2016 — una media di tre casi al giorno.

“Il 17 febbraio 2016 il Centro Nadeem per la gestione e riabilitazione delle vittime di violenze e tortura, fondato nel 1989, ha ricevuto una ordinanza amministrativa di chiusura da parte delle autorità del governatorato del Cairo nelle quali affermavano che il centro aveva violato i termini e le condizioni del suo permesso, ma senza fornire ulteriori dettagli” — ha denunciato l’organizzazione Human Rights Watch.

“Le forze di sicurezza egiziane, in particolare la Sicurezza Nazionale del Ministero degli Interni, hanno torturano regolarmente le persone in stato di detenzione e nel corso dell’ultimo anno sono scomparse forzatamente decine di egiziani, a volte per dei mesi interi. L’ordine di chiudere il Centro Nadeem è arrivato subito dopo l’apparente tortura e omicidio del dottorando italiano Giulio Regeni al Cairo.


“Una persona che stava facendo ciò che faccio io — ricerca sul campo in Egitto — è stata assassinata” scrive il ricercatore e docente di Harvard Jean Lachapelle sul Washington Post.

“Queste lesioni sono state interpretate come segni di tortura, poiché somigliano alle stesse subite dai molti egiziani che si sono trovati a fare i conti con le forze di sicurezza del Paese in passato. Di fronte a quello che potrebbe essere il primo caso di uccisione da parte della polizia di uno studente straniero in Egitto, il MEA (associazione degli studi in medio oriente) ha di recente inviato un avviso di pericolo ai propri membri”.

Cosa possiamo fare per questa tragedia? E ancora, ci sono altri ricercatori a rischio?