François Bayrou si allea con Macron, Marine Le Pen rifiuta di parlare con i giudici

La leader del Front National non perde comunque consenso ed è sempre in testa ai sondaggi al primo turno. A sinistra siglata l’alleanza socialisti-verdi, mentre quella con Mélenchon resta improbabile. L’inchiesta sullo scandalo che coinvolge Fillon e la moglie passa dalla procura ai giudici istruttori

Daniele Lettig
Feb 25, 2017 · 16 min read
François Fillon e Emmanuel Macron (Fonte: France 3-Maxppp)

Quella che sta per finire può essere considerata a tutti gli effetti la settimana in cui la campagna elettorale per le presidenziali è entrata nella fase decisiva, per diversi motivi. Innanzitutto, inizia oggi — e durerà fino al 17 marzo — il periodo in cui i candidati devono raccogliere le 500 firme di eletti (sindaci, presidenti di dipartimenti e regioni, deputati nazionali, europei e regionali) necessarie affinché la loro candidatura sia valida. In secondo luogo, perché negli ultimi giorni si sono consolidate due alleanze importanti: quella tra il leader del partito centrista MoDem François Bayrou ed Emmanuel Macron e quella tra il leader dei verdi Yannick Jadot e Benoît Hamon. L’accordo verdi-socialisti ha rilanciato il dibattito su una possibile candidatura unitaria della sinistra, che comprenda anche il movimento “France insoumise” di Jean-Luc Mélenchon, ma l’ipotesi pare irrealizzabile. Nel frattempo, sia Macron che Mélenchon hanno presentato i rispettivi programmi economici, con tanto di cifre precise.

Quanto a François Fillon, è di ieri la notizia che la Procura nazionale finanziaria ha aperto un’informazione giudiziaria nei suoi confronti: le indagini sul “Penelopegate” entrano duque in una nuova fase, in cui tuttavia Fillon può ritenersi un po’ più tranquillo. Il candidato repubblicano sembra essere riuscito a mettersi alle spalle lo scandalo e ad avere definitivamente riunito il partito dietro a sé. La sua posizione nei sondaggi, inoltre, sembra essersi consolidata dopo il calo seguìto allo scoppio dell’affaire, e Fillon in tutte le rilevazioni è dato a poca distanza da Emmanuel Macron, con cui si gioca il secondo posto. Bisognerà invece attendere ancora qualche giorno per avere dei sondaggi che illustrino più precisamente come si sono distribuite le intenzioni di voto dei smpatizzanti di Bayrou.

Il primato al primo turno, comunque, resta saldamente in mano a Marine Le Pen, che non risente per nulla dei problemi con la giustizia che continuano a pioverle addosso: l’ultimo in ordine di tempo, l’arresto della sua segretaria — — nell’ambito dell’inchiesta sugli impieghi fittizi al Parlamento europeo. Gli investigatori, tra l’altro, avrebbero voluto ascoltare direttamente la leader del FN, che però si è rifiutata di incontrarli sostenendo che lo farà solo dopo le elezioni legislative.

L’inchiesta sul “Penelopegate” passa nelle mani dei giudici istruttori: una notizia non così cattiva per Fillon

Venerdì 23 febbraio la Procura nazionale finanziaria (PNF) — che ha svolto per un mese le indagini preliminari sulla vicenda dei pagamenti fittizi alla moglie di François Fillon, Penelope — ha reso noto con un comunicato di aver deciso di aprire una “informazione giudiziaria” a carico di ignoti per i reati di uso improprio di fondi pubblici, abuso di beni sociali, complicità e ricettazione, traffico di influenza e tmancato rispetto degli obblighi di dichiarazione all’Alta autorità sulla trasparenza della vita pubblica: il materiale raccolto finora sarà quindi affidato ai giudici istruttori (tre al posto di uno solo vista la complessità del caso), che saranno incaricati di proseguire l’inchiesta.

In questa nuova fase, gli avvocati dei coniugi Fillon potranno accedere agli atti, e il candidato repubblicano potrà essrre convocato in qualsiasi momento in vista di una possibile “messa sotto accusa”, oppure per essere sentito nella posizione intermedia di testimone assistito. Alla fine della loro istruttoria, i giudici dovranno decidere se ordinare un non luogo a procedere oppure mandare sotto processo gli eventuali imputati.

La decisione dei magistrati, riassume il Monde,

ha un doppio merito: allontanare dalla Procura il sospetto di aver sabotato la campagna del candidato della destra alle presidenziali — con il sospetto sempre presente di legami tra Procura e Governo, in mancanza di una riforma costituzionale [che renda la Procura indipendente dal potere esecutivo] — e, soprattutto, ripulire la procedura da tutti i difetti che hanno denunciato gli avvocati della famiglia Fillon, che giudicano l’inchiesta del tutto «illegale».

Per Fillon si tratta di una «boccata d’ossigeno» perché i suoi avvocati potranno allungare i tempi chiedendo un pronunciamento della corte d’Appello ed eventualmente della Cassazione, lasciando così a lui tutto il tempo di partecipare alle elezioni. Se poi dovesse vincere, Fillon sarà coperto dall’immunità presidenziale per tutto il suo mandato.

Questa nuovo passo avanti dell’indagine arriva in un momento in cui il candidato repubblicano sembra essere riuscito a mettere da parte lo scandalo. Fillon ha infatti rafforzato la sua posizione nel partito grazie all’appoggio di Sarkozy e Juppé: con l’ex presidente — che aspira al ruolo di “padre nobile” del partito gollista — c’è stata una decisa riconciliazione dopo gli aspri scontri della campagna per le primarie; da parte sua il sindaco di Bordeaux ha ribadito il suo sostegno a Fillon in un post sul prorio blog.

Inoltre, dopo la perdita di consensi immediatamente successiva all’esplosione dell’affaire, Fillon ha ripreso una posizione stabile e vicina a Macron nelle intenzioni di voto, ed è difficile che possa scendere ancora. Il bacino di voti dei simpatizzanti repubblicani non è stato intaccato più di tanto dalla vicenda, e tra loro il sostegno a Fillon resta alto: il 70 per cento non vuole che si ritiri. Tuttavia, la campagna dell’ex primo ministro risente di qualche problema organizzativo e il programma degli appuntamenti è stato molto ridotto: in più, a ogni incontro in giro per la Francia, Fillon viene accolto dai militanti di “France insoumise” con gli slogan «Fillon, rendi il denaro!»

La strategia del candidato repubblicano, comunque, è ormai quella di non parlare più dell’affaire che lo coinvolge assieme alla moglie, concentrandosi sul programma (in settimana ha modificato ancora, lievemente, le sue proposte sulla sanità pubblica) e sugli attacchi agli avversari. Lo dimostra il comizio tenuto proprio venerdì sera a Maison-Alfort, nell’hinterland a Sud di Parigi, in cui Fillon non ha minimamente accennato alla comunicazione della procura, mentre ha abbondato con le stoccate ai suoi concorrenti.

Se Le Pen e Mélenchon sono accomunati secondo Fillon dalla visione «di una Francia ripegata su se stessa, una sostra di comunismo nazionale», gli attacchi principali l’ex primo ministro li ha rivolti a Emmanuel Macron, «che vuole dsalvare il socialismo senza dirlo» e il cui programma economico «avrebbe potuto firmarlo Hollande. È una zuppa tiepida, mentre la Ftrancia ha bisogno di una trasformazione economica». Quanto al sostegno di François Bayrou al leader di “En Marche!”, Fillon ha buon gioco a ripetere che «sei mesi fa Bayrou lo strigliava, oggi gli propone un’alleanza. Lasciamo le banderuole girare tra di loro. Noi non giriamo con il vento».

Le Pen sfida i giudici…

Anche per Marine Le Pen questa settimana è stata particolarmente calda sul fronte giudiziario: il primo atto si è svolto lunedì scorso, mentre lei era in visita in Libano (dove peraltro martedì è stata al centro di un’altra polemica: infatti è ripartita senza incontrare il Gran Mufti Abdellatif Deriane — la massima autorità musulmana sunnita del paese — perché si è rifiutata di indossare il velo per entrare nella moschea in cui era stato organizzato il loro appuntamento, nonostante fosse stata informata di questo obbligo, previsto dal protocollo).

Lunedì, dunque, la sede del Front National a Nanterre — poco fuori Parigi — è stata perquisita dalla polizia che indaga sulla vicenda dei compensi indebitamente erogati dal Parlamento europeo agli assistenti di diversi deputati frontisti. L’inchiesta del giudice istruttore che ipotizza i reati di truffa, falso, ricettazione e appropriazione indebita è stata aperta lo scorso dicembre (dopo che già dal marzo 2015 la procura aveva inziato a indagare), in seguito alla segnalazione dell’ufficio antifrode del Parlamento europeo (OLAF). Gli accertamenti dell’OLAF hanno spinto il Parlamento a chiedere a Le Pen di restituire 340 mila euro pagati indebitamente alla sua guardia del corpo Thierry Légier e alla sua capo di gabinetto Catherine Griset: i due infatti, pur essendo pagati dalle istituzioni europee come assistenti dei deputati del FN, avrebbero in realtà lavorato per il partito.

Mercoledì 22, Légier e Griset sono stati interrogati dai magistrati, e Griset è stata messa formalmente sotto inchiesta per ricettazione di denaro frutto di appropriazione indebita. La stessa sera, Marine Le Pen ha reagito in un’intervista al telegiornale di TF1, contestando le accuse e dicendo che l’inchiesta non è altro che un’«ingerenza della giustizia» nella campagna elettorale, che «non deve essere turbata» da «un’inchiesta che potrebbe svolgersi più tardi o che avrebbe potuto svolgersi prima».

Sempre mercoledì, i giudici avrebbero voluto ascoltare in un’audizione libera — una situazione simile a quella che in Italia si chiama “persona informata dei fatti” — anche la stessa Le Pen, che però ha rifiutato di presentarsi e ha mandato una lettera in cui ha scritto che non risponderà ad alcuna convocazione dei magistrati fino a dopo le elezioni legislative (il cui secondo turno è previsto per il 18 giugno).

Le Pen al momento non è indagata — anche se non è escluso che possa esserlo in futuro — e con il suo rifiuto, stigmatizzato dal primo ministro Bernard Cazeneuve e anche da Emmanuel Macron, non rischia nulla: in quanto deputata europea gode infatti dell’immunità parlamentare, e per obbligarla a un colloquio i magistrati dovrebbero chiederne la revoca, con una procedura lunga e dall’esito incerto.

…ma la sua popolarità non ne risente

Al contrario di quanto è capitato a Fillon, Le Pen per ora non è per nulla indebolita da questa inchiesta (e dagli altri affaires che coinvolgono il Front National, riepilogati qui da L’Obs): anzi, tutti i sondaggi continuano a darla stabilmente in testa al primo turno (seppure battuta al secondo).

Nel sondaggio settimanale di “Les Echos”, Le Pen è sempre nettamente battuta al secondo turno, anche se a inizio settimana il distacco era minore — 58 peer cento a 42 contro Macron e 56 contro 44 contro Fillon. Fonte: http://www.lesechos.fr/elections/presidentielle-2017/0211829036607-sondage-quotidien-lecart-au-second-tour-entre-macron-et-le-pen-sest-creuse-cette-semaine-2067678.php#xtor=EPR-3045-%5Bnl_presid%5D-20170224-%5BProv_%5D-2240351%402

I motivi sono diversi, come ha messo in luce sul Guardian il politologo Jean Garrigues:

Primo, la natura delle accuse: nel caso del Parlamento europeo si tratta di finanziamenti al partito, non di arricchimento personale di Le Pen. (…) Secondo, tra i votanti del Front National c’è un forte riflesso di autodifesa e vittimizzazione — una ferma convinzione che esista un complotto dei politici al potere e del sistema contro di loro. E inoltre c’è una certa indulgenza nei confronti di Le Pen — i suoi sostenitori sentono di aver bisogno di lei per combattere il sistema.

Un punto di vista analogo è quello di Jean-Yves Camus, direttore dell’Osservatorio sul radicalismo politico, secondo cui «per l’elettorato [di Le Pen] tutto questo è una cosa minima in rapporto a ciò che hanno accumulato i partiti di governo negli ultimi anni. Il fatto di non essere mai stata al potere le dà come un’assicurazione sulla vita, che gli altri non hanno».

Bayrou sta con Macron

Dal punto di vista politico, la notizia più importante di questa settimana è stata l’annuncio di François Bayrou: mercoledì il leader del MoDem — la cui decisione era attesa da mesi — ha infatti detto in una conferenza stampa che non si candiderà alle presidenziali, e sosterrà Emmanuel Macron — nei confronti del quale negli ultimi mesi non aveva risparmiato le critiche per la mancanza di un programma e per la vicinanza al mondo delle grandi banche e imprese.

Bayrou ha fatto all’ex ministro dell’Economia un’«offerta di alleanza» e ha spiegato che uno dei motivi principali della sua scelta è sbarrare la strada a Marine Le Pen. «Bisogna cambiare le cose — ha detto Bayrou — e farlo in fretta. (…) Siamo in una situazione di estremo rischio. a uesta situazione eccezionale occorre una risposta eccezionale».

Nel suo discorso, Bayrou ha chiesto a Macron delle garanzie sul programma: una legge «di moralizzazione della vita pubblica, specialmente contro i conflitti di interesse»; una riforma della legge elettorale per introdurre il metodo proporzionale alle elezioni legislative (occorre «una vera alternanza, un vero cambiamento delle pratiche» politiche, che si può raggiungere solo dando più rappresentatività a tutti i partiti); «il riconoscimento del valore e della giusta remunerazione del lavoro», che suona un po’ come una ripresa delle critiche che Bayrou aveva fatto alla legge che porta il nome di Macron e che ha liberalizzato molti settori economici e aumentato le possibilità di apertura domenicale per i negozi.

Il 62 per cento dei francesi è favorevole all’alleanza Macron-Bayrou, secondo questo sondaggio Odoxa-FranceInfo (http://www.francetvinfo.fr/elections/sondages/info-france-info-62-des-francais-estiment-que-francois-bayrou-a-pris-une-bonne-decision-en-soutenant-emmanuel-macron_2070609.html)

Qualche ora più tardi, Macron ha detto all’agenzia AFP di «accettare l’alleanza proposta da François Bayrou», che segna «una svolta della campagna» e «della vita politica». Giovedì, poi, i due si sono incontrati di persona: al termine del colloquio Bayrou ha detto che il suo ruolo è quello di «fare di tutto per aiutare» Macron, mentre il capo di “En Marche!” ha aggiunto che «questa alleanza è la condizione di un’unione più larga che è la condizione per un cambiamento della vita politica».

I perché dell’alleanza (e i possibili rischi per Macron)

Le ragioni del sostegno di Bayrou a Macron — che oltre all’apporto in termini di voti ha un elevato peso specifico sul piano politico — sono diverse: innanzitutto, Macron ha occupato lo stesso spazio politico che negli ultimi dieci anni era stato di Bayrou. Se quest’ultimo infatti — come scrive FranceInfo—«si definisce “centrista”, Emmanuel Macron rivendica un posizionamento “centrale”, e i due hanno la stessa visione politica sull’Europa o sul “superamento della distinzione tra la sinistra e la destra”».

Bayrou — che è un politico cui il fiuto non manca — ha inoltre capito che vista la voglia di rinnovamento che segna questa fase politica (simboleggiata dall’esclusione progressiva di Sarkozy, Juppé, Hollande, Valls), una sua candidatura — che nel 2007 e nel 2012 era quella di un outsider — stavolta sarebbe stata percepita in modo diverso, con il rischio di un risultato deludente. Fermo da mesi tra il 5 e il 6 per cento nei sondaggi, il capo del MoDem ha quindi deciso che l’opzione migliore era il sostegno a Macron.

Per quanto riguarda Macron, le incognite dell’alleanza con Bayrou sono tre: la prima è che non è detto che tutti i voti dei sostenitori del leader centrista convergano verso “En Marche!”: una parte dei simpatizzanti di Bayrou potrebbe votare Fillon.

Le altre due le illustra bene Politico:

Bayrou, che ha partecipato alle presidenziali tre volte, è 26 anni più vecchio di Macron e proietta un’immagine di radicamento sulla terra che contrasta bruscamente con la reputazione di prodigio politico dell’ex banchiere trentanovenne che vola alto ed è corteggiato dalle startup.

Bayrou è anche un politico schietto, ben conosciuto dal pubblico francese. Se dovesse prendere un ruolo prominente nella campagna di Macron, potrebbe fare ombra al candidato o forzarlo a fare un passo indietro su alcune delle sue proposte economiche più liberali.

Bayrou ha detto di non aver presteso nessuna contropartita in termini di candidature alle legislative in cambio della sua rinuncia, e in effetti pare che nell’incontro con Macron si sia paerlato soltanto del programma. Tuttavia, risulta difficile pensare che, nel caso l’ex ministro vincesse le elezioni, a Bayrou non possa spettare un posto importante nel governo (se non addirittura la carica di Primo ministro).

Il programma economico di Macron

Macron intanto continua nei suoi viaggi all’estero, per consolidare la sua reputazione a livello internazionale: a marzo tornerà a Berlino, mentre all’inizio della settimana è stato a Londra, dove vivono 300 mila francesi, in una visita che ha avuto un grande successo. Tra l’altro, l’ex ministro è stato anche ricevuto dalla premier Theresa May, e ha difeso la propria strategia di sfida aperta al Front National: «quando gli estremisti e gli anti-globalizzazione vincono le elezioni, è forse il momento migliore perché la Francia decida di fare l’opposto».

In attesa del suo programma completo, che sarà reso noto il 2 marzo, in una lunga intervista pubblicata su Les Echos di venerdì 23 febbraio e in un’altra in diretta su BFM TV, Macron ha invece illustrato nel dettaglio le sue proposte economiche. Le sfide che la Francia deve affrontare, ha detto il leader di “En Marche!”, sono principalmente due: l’introduzione di riforme strutturali che aumentino la competitività delle imprese e rendano più efficace la spesa pubblica, e la lotta alla disoccupazione.

Secondo Macron, le riforme — oltre a rendere più efficiente lo stato — sono il mezzo migliore per rassicurare i partner europei, Germania in primis, e rilanciare l’Unione europea, partendo dalla creazione di «un vero bilancio [unico], controllato democraticamente e gestito da un ministro dell’Economia e delle Finanze della zona euro».

Quanto alla disoccupazione,

sarà davvero il cuore del mio progetto: investimenti, formazione professionale, diminuzione delle trattenute e riforma del mercato del lavoro. Su quest’ultimo punto, ci sarà una decentralizzazione dei negoziati tra le parti sociali: (…) le imprese e i settori produttivi potranno derogare [alla legge nazionale] con degli accordi. È necessario accettare più flessibilità, non ho paura di questa parola, per adattare il nostro diritto del lavoro ai cambiamenti in corso.

Il piano di investimenti che propone Macron. Fonte: “Les Echos” (http://www.lesechos.fr/elections/emmanuel-macron/0211826576981-emmanuel-macron-mon-projet-economique-2067359.php#xtor=EPR-3045-%5Bnl_presid%5D-20170223-%5BProv_%5D-2240351%402)

Macron propone di «rendere la nostra spesa pubblica più efficiente finanziando la trasformazione del nostro modello di crescita. Ciò passa attraverso tre grandi idee. Intanto il rispetto degli impegni europei restando entro il 3 per cento» del rapporto deficit/PIL. Poi, un piano di tagli alla spesa pubblica da 60 milardi di euro — da raggiungere attraverso una riorganizzazione della macchina dello Stato a tutti i livelli (spesa assistenziale, ministeri, enti locali: Macron prevede tra l’altro la dismissione di 120 mila posti nel pubblico impiego attraverso il meccanismo del blocco del turn over) — a cui si affianca specularmente un piano di investimenti da 50 miliardi e la riduzione delle tasse per le imprese dal 33 al 25 per cento.

Quindici miliardi saranno destinati a «un piano di formazione ambizioso per i giovani e chi cerca un lavoro», altri quindici a investimenti rivolti alla transizione ecologica ed energetica, il resto a «la moderinzzazione delle amministrazioni pubbliche (digitalizzazione), all’agricoltura, ai trasporti locali, alla sanità».

L’alleanza verdi-socialisti è cosa fatta

Dopo una lunga trattativa, giovedì sera il leader dei verdi (EELV) Yannick Jadot ha confermato al telegiornale della rete pubblica France 2 il ritiro della sua candidatura e il suo sostegno a Benoît Hamon: l’accordo definitivo tra verdi e socialisti era stato raggiunto nel pomeriggio, e Jadot lo ha definito «formidabile per la speranza». Per essere definitivo, dovrà venire approvato dai 17 mila votanti delle primarie EELV in una consultazione online questo weekend: un passaggio che sembra scontato, visto che quando la discussione con Hamon era iniziata il 90 per cento si era detto favorevole a un’alleanza.

Tuttavia, non tutti nel partito sono d’accordo con la scelta di Jadot, che per la prima volta dal 1974 farà sì che al primo turno delle presidenziali non ci sia un candidato verde: è infatti forte l’insofferenza verso il PS di molti quadri e simpatizzanti, che sostengono che l’accordo siglato dai due partiti nel 2012 conteneva già alcuni dei punti riproposti quest’anno, nessuno dei quali è stato rispettato.

L’intesa tra Hamon e Jadot, pubblicata sul sito del Monde, prevede diverse cose: un piano di uscita progressiva dal nucleare e una tassa sulle fonti fossili per accelerare il passaggio a quelle rinnovabili; un ripensamento dei «grandi lavori inutili» come il progetto dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes, vicino Nantes, da anni oggetto di contestazioni, e della linea alta velocità Lione-Torino; la proposta di una nuova Costituzione per instaurare una Sesta repubblica dove il Parlamento venga eletto con il sistema proporzionale e il presidente possa fare un solo mandato di sette anni; e ancora l’abrogazione della loi travail. Infine, i socialisti si sono impegnati a non presentare candidati propri alle legislative nei collegi dei deputati verdi uscenti.

Quella con Jean-Luc Mélenchon invece difficilmente si farà

L’alleanza tra verdi e socialisti ha rilanciato la pressione su Hamon e Mélenchon per raggiungere un’intesa per una candidatura unica a sinistra: un appello diretto al leader di “France insoumise” lo ha fatto proprio Jadot poco dopo aver annunciato il suo accordo con il candidato socialista, e altri ne sono stati lanciati in rete e sui media.

Tuttavia, l’ipotesi di un accordo sembra davvero molto difficile. La situazione è quella del gioco delle parti: dopo la rottura dello scorso weekend, con Hamon che aveva detto «non correrò dietro a Mélenchon» e quest’ultimo che aveva sostenuto di non voler «aggrapparsi a un carro funebre» (cioè al PS), giovedì sera il leader di “France insoumise” — intervenuto alla più importante trasmissione politica francese, “L’Emission politique” — era sembrato di nuovo possibilista: «non chiudo nessuna porta», ha detto: «se Benoît Hamon mi dice: “ti propongo il principio di una candidatura unica”, vedrò che cosa offre. Ma non è ciò che ha fatto».

Hamon, il giorno dopo, si è detto disponibile a un incontro da svolgersi nei prossimi giorni per parlare di una candidatura unica, aggiungendo però che è lui ad essere nella posizione migliore per incarnare l’unità di tutta la sinistra. Posizione che, ovviamente, Mélenchon non condivide per nulla: secondo lui, infatti, «la migliore garanzia» perché un programma di sinistra sia realmente applicato è che il candidato sia lui. Per il leader di “France insoumise” un’alleanza con il PS «non avrà luogo, non bisogna sognare. D’altra parte, nessuno la propone. Il primo a dire che manterrà la sua candidatura fino in fondo, sondaggi o no, è Hamon, e io lo comprendo». «Noi non possiamo fare la stampella di una forza politica che non riesce a risalire in sella», ha aggiunto Mélenchon: e la base di “France insoumise”, come racconta bene Libération, è dello stesso avviso

Salvo improvvisi cambiamenti d’opinione, dunque, la speranza di una candidatura unica — che potenzialmente potrebbe puntare a una cifra attorno al 25 per cento dei voti — è destinata a non venire esaudita, e Hamon e Mélenchon continueranno a rimpallarsi la responsabilità del mancato accordo.

Nel frattempo, la scorsa domenica anche Mèlenchon aveva presentato, in un video di cinque ore sul suo canale YouTube, il proprio programma economico, di decisa marca keynesiana. La previsione è infatti quella di un piano di investimenti pubblici da 102 miliardi di euro, grazie ai quali rimettere in moto l’economia e ottenere un effetto moltiplicatore della ricchezza prodotta stimato tra due e tre volte la spesa sostenuta. Gli investimenti dovrebbero essere destinati principalmente all’«emergenza sociale» e a quella ecologica. Un’altra previsione è quella dell’innalzamento dei salari e delle indennità di disoccupazione, accompagnata da una riduzione al 25 per cento delle aliquote per le imprese e da una tassa patrimoniale sui redditi più alti.

Bonus

Ecco come David Duke, ex capo del Ku Klux Klan, vede Marine Le Pen (che probabilmente non ne sarà molto contenta), alla faccia dei suoi tentativi di “dediabolizzare” la propria immagine.

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Daniele Lettig

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