Il mercoledì di Amiens, e la scelta degli elettori di Mélenchon

Oggi dedicheremo un po’ di spazio a qualche analisi sul voto del primo turno, e poi parleremo di quanto successo mercoledì scorso ad Amiens in quello che sarà ricordato come un momento clou di questa campagna, delle difficoltà nella ripartenza di Macron dopo il primo turno, delle chances di Le Pen (che proprio stamattina ha annunciato che il suo primo ministro, in caso di vittoria, sarà Nicholas Dupont-Aignan), e infine della grande domanda: che cosa faranno gli elettori di Jean-Luc Mélenchon?

Appunti sul voto del primo turno

La sintesi migliore di chi sono gli elettori di Macron e Le Pen la offre il grafico pubblicato da Libération, basato sui dati di un sondaggio commissionato all’istituto Viavoice dopo il primo turno. Chi ha votato l’ex ministro dell’Economia si definisce ottimista, vede un futuro in cui le cose miglioreranno e giudica la globalizzazione un’opportunità. Per gli elettori di Le Pen, è esattamente l’opposto. La candidata frontista, inoltre, stravince tra gli operai e gli impiegati, mentre Macron va bene (ma non benissimo, superato da Mélenchon) tra le classi medie e molto bene tra i quadri superiori e i dirigenti.

Un altro elemento è poi quello della convinzione: la stragrande maggioranza di chi ha votato Mélenchon, Fillon e Le Pen lo ha fatto perché convinto dal candidato e/o dal programma: per Macron questa percentuale scende a circa il sessanta per cento. Quatrro su dieci dei suoi elettori, quindi, lo hanno scelto per altri motivi, come hanno messo in luce anche Marta Fana e Lorenzo Zamponi in un ottimo pezzo pubblicato su Internazionale — che vi consiglio di leggere -, dedicato a un’analisi dei risultati sulla base dei dati raccolti dall’Ifop:

L’elettorato di Macron è molto meno caratterizzato, e gran parte degli elementi precedenti non sono considerati determinanti da una netta maggioranza di suoi sostenitori. La sua forza, paradossalmente, sta nell’essere percepito come vincente: se infatti il programma politico è considerato la cosa più importante dalla maggioranza dei sostenitori di Mélenchon (80 per cento) e da quelli di Le Pen (86 per cento), per gli elettori di Macron è stata decisiva la sua probabilità di arrivare al secondo turno (78 per cento). 
In estrema sintesi, il successo di Macron appare poco caratterizzato sul piano tematico e politico e ben identificato sul piano sociale e culturale. La sua rendita si basa, di fatto, sulla debolezza di Hamon e Fillon, e sull’ampia visibilità garantitagli dai mezzi d’informazione, che ne hanno fatto l’alternativa più a portata di mano per l’elettorato moderato. Per lui hanno votato sostanzialmente le parti meno in difficoltà della società francese, spaventate dall’ascesa dei populisti di destra e di sinistra (…).
Il probabile prossimo presidente francese, quindi, potrebbe non godere di un mandato politico preciso, ma, piuttosto, potrebbe dover interpretare il ruolo di un salvagente, del protettore dall’avanzata di forze politiche in crescita ma ancora minoritarie, di fronte alla perdita di credibilità di gollisti e socialisti.
Un “rottamatore soft”, che promette di farla finita con l’establishment corrotto ma senza grandi rotture politiche. La medaglia, però, ha un’altra faccia: se Macron ha costruito la sua immagine di argine contro i populismi evitando di presentarsi con nettezza in termini politici, per lui sarà particolarmente ardua la prova del governo, quando dovrà misurarsi con scelte politiche che rischiano di scontentare quanto quelle di Hollande, del cui governo, del resto, è stato ministro.
La transizione, quindi, anche nel caso di vittoria di Macron al secondo turno, è tutt’altro che chiusa e il duello tra due proposte nettamente di destra e di sinistra potrebbe essere solo rimandato alle prossime elezioni.
Milioni di francesi hanno chiesto un cambiamento radicale rispetto alle politiche sociali ed economiche portate avanti da Hollande, e la convergenza al centro contro i populismi non può durare in eterno senza misurarsi con la concretezza delle scelte politiche su lavoro, economia e immigrazione.

Il contesto di quest’elezione, dunque, è stato determinato da una marcata connotazione di parte dell’offerta politica: l’estrema destra di Le Pen che è arrivata al secondo turno, e simmetricamente il grandissimo risultato di Mélenchon: una forza a sinistra del PS non prendeva così tanti voti dal 21 percento del partito comunista francese nel 1969. Ma anche il forte ancoraggio a destra e a sinistra dei candidati socialista e repubblicano usciti dalle primarie, Hamon e Fillon. Nonostante questo, molti elettori hanno cercato rifugio in una “terza via” situata al centro (o “centrale”, come Macron continua a ripetere), attirati da un programma di rinnovamento che possa avvenire in modo non troppo radicale. Come se fosse un’altra occasione di dare una possibilità al “sistema” — pur scegliendo un candidato, Macron, che ha costruito la sua ascesa creando una formazione che quel sistema comunque ambisce a superare e ricomporre: “rottamatore soft” appare quindi una definizione appropriata.

Il sentimento dominante di molti francesi è che gli ultimi dieci anni, con la presidenza prima della destra di Sarkozy e poi della sinistra di Hollande, siano passati in una situazione di sostanziale immobilismo o quasi. Le attese per un cambio di passo sono quindi molto alte. Macron ha alimentato durante questa campagna delle aspettative molto alte (un po’ come cinque anni fa era capitato ad Hollande) e la sua responsabilità — e difficoltà — più grande se diventerà presidente sarà quella di esserne all’altezza: molto dipenderà già dall’esito delle elezioni legislative e dal Parlamento che ne uscirà (che per questo seguiremo con altrettanta attenzione di quella dedicata alle presidenziali).

Amiens, o del momento-clou

Mercoledì si è svolto uno dei quegli episodi che segna la storia di una campagna elettorale. Una battaglia propagandistica-mediatica tra i due candidati condotta a margine di una vertenza sindacale piuttosto dura, che è entrata prepotentemente nel dibattito elettorale come un simbolo: della crisi industriale, dei modi in cui farvi fronte, della delusione nei confronti della politica molti lavoratori che du questa crisi subiscono gli effetti sulla propria pelle. La vicenda è quella dell’impianto della multinazionale degli elettrodomestici Whirlpool di Amiens — la città in cui Emmanuel Macron è nato -, che da mesi è a forte rischio di chiusura in vista di una delocalizzazione della produzione.

Macron, che su questo argomento era stato interpellato lo scorso 6 aprile in tv dal regista ( e candidato alle legislative) François Ruffin — il quale lo aveva rimproverato di non occuparsene -, aveva promesso che si sarebbe recato a parlare con i rappresentanti sindacali dell’azienda. Mercoledì mattina, dunque, Macron è andato ad Amiens. Mentre parlava con i sindacalisti in una sala della Camera di commercio (perché i dirigenti dell’azienda non gli avevano concesso di incontrarli all’interno della fabbrica), si è sparsa la voce che, ai cancelli dell’impianto — presidiati da mesi dagli operai — era arrivata Marine Le Pen, in una visita a sorpresa, non annunciata a nessuno.

La candidata del Front National — che in tutti i suoi comizi recenti aveva sempre fatto accenno alla vertenza Whirlpool — non è rimasta a lungo. Il tempo di fare alcuni selfie con gli operai, di rassicurarli sul fatto che lei intende «salvare lo stabilimento», e di dire ai pochi giornalisti presenti di essere «esattamente dove dovrei, in mezzo ai dipendenti di Whirlpool che resistono a questa globalizzazione selvaggia (…). Non sto mangiando dei pasticcini con dei rappresentanti che in realtà rappresentano soltanto se stessi»: quanto è bastato, però, per mettere a segno un grande successo propagandistico, dimostrando a tutti di sapere molto bene come fare campagna, e spiazzando — almeno per qualche ora — il suo avversario.

​Immediatamente informato, Macron ha deplorato l’«uso politico» fatto da Le Pen della vicenda, e ha deciso che nel pomeriggio anche lui sarebbe andato nel parcheggio della fabbrica per parlare direttamente con gli operai. Al suo arrivo, è stato accolto da urla, fischi e grida «Marine présidente!», e dopo qualche minuto di tensione ha iniziato a confrontarsi con gli operai, non prima di aver chiesto ai giornalisti di farsi da parte. L’intera discussione, durata circa quaranta minuti, è stata trasmessa in diretta su Facebook da uno dei suoi collaboratori (qui Libération l’ha trascritta tutta).

«Non sono qui per farvi promesse a vuoto» ha detto Macron, impegnandosi a far sì che il «piano sociale» previsto per gli operai licenziati «non venga approvato se non è all’altezza», e promettendo di «ritornare per rendere conto». Ha anche cercato di spiegare che «la risposta alla vostra situazione non è chiudere le frontiere, chi ve lo dice mente», perché in questo modo nessuno investirebbe più in Francia e si perderebbero ancora posti di lavoro. Alla fine del confronto, in cui Macron si è mostrato molto sicuro dei suoi argomenti, e per nulla intimidito dal clima palesemente ostile nei suoi confronti — come si può vedere nel video — ha ricevuto gli apprezzamenti di Ruffin, che gli ha riconosciuto il «coraggio» della sua visita. L’ex ministro, in effetti, se l’è cavata piuttosto bene in una situazione difficile, riuscendo a difendere le sue posizioni e dimostrando di essere in grado di discutere, anche in modo acceso, con persone “maldisposte” (per usare un eufemismo) nei suoi confronti.

Una ripresa “imballata”

Macron, dunque, è scampato a quello che poteva essere un brutto inciampo. L’obiettivo esplicito del “blitz” di Le Pen, infatti, era dimostrare la lontananza del leader di “En Marche!” dalla gente comune “dimenticata” dallo Stato e dall’”élite” politica di cui Macron fa parte, in una strategia ormai collaudata, e il suo arrivo ad Amiens ha colto completamente di sorpresa il suo avversario.

L’episodio di Amiens è stato il culmine di tre giorni difficili per Macron, la cui campagna, dopo la vittoria del primo turno, è sembrata un po’ imballata rispetto alla velocità di Le Pen, e ha dovuto affrontare errori di comunicazione e qualche scivolone. A partire proprio da domenica sera, e dalla polemica nata per la cena con cui Macron ha festeggiato con i suoi collaboratori e sostenitori di nome (come Jacques Attali o Bernard-Henri Lévy) la vittoria al primo turno, alla celebre brasserie “La rotonde” di Parigi (un luogo storicamente frequentato da molti intellettuali e che oggi, proprio per il nome e la storia, è meta di molti turisti ma ha prezzi non popolarissimi). Una cena che alcuni hanno paragonato a quella con cui Sarkozy festeggiò la sua vittoria del 2007 al ben più prestigioso Fouquet’s. Nei confronti di Macron, tuttavia, le critiche principali si sono appuntate su un atteggiamento giudicato “troppo sicuro”, come se la vittoria fosse già certa, mentre manca ancora il secondo turno.

«Manu, riscendi?» dal piedistallo, si chiedeva “Libération” mercoledì mattina

L’ex ministro, insomma, è stato accusato di pensare di avere già vinto e di sottovalutare Le Pen. In particolare, François Hollande — che pure già lunedì aveva annunciato il suo voto per Macron — ha espresso martedì la sua forte preoccupazione perché «tutti hanno guardato al risultato [di domenica] come a un ordine d’arrivo. E ci si è dimenticati che comunque Le Pen è al secondo turno. (…) Penso che occorra essere molto seri e determinati, pensare che nulla è già compiuto perché un voto lo si merita, lo si conquista». «La sfida — ha detto ancora Hollande — è che il Front National sia il più debole possibile» al secondo turno: «per un Paese, non è la stessa cosa avere l’estrema destra al 20, 30 o 40 per cento».

Da giovedì, comunque, Macron sembra essere ripartito di buona lena: in visita nella banlieue parigina di Sarcelles, ha ricevuto un’ottima accoglienza e ha avuto modo di dire che «Le Pen non può venire in un quartiere come questo perché vi vuole cacciare, vuole dividere la Francia». E nei suoi interventi successivi — in tv giovedì sera, e in un comizio a Châtellerault, ieri, ha rivolto attacchi sempre più decisi alla sua avversaria. Un modo per smarcarsi dalle accuse di sottovalutarla, e di ricordare agli elettori il “pericolo FN”: pericolo che però le dinamiche degli ultimi anni hanno ormai un gran parte sdoganato, fino a farlo arrivare al secondo turno con il maggior numero di voti mai raccolti nella sua storia.

Per Macron, dunque, «domenica molti elettori hanno deciso di far arrivare il FN al secondo turno. Hanno deciso di voltare la pagina di molti decenni di vita politica in Francia. Noi dobbiamo ricominciare in un contesto inedito, in un momento molto grave». Molti «non hanno realizzato che cosa stava succedendo» ha aggiunto: «i francesi non hanno avuto solo un accesso di collera. Il partito del Front National non è come gli altri. Nel nostro paese c’è un indebolimento morale a cui non ci possiamo rassegnare». Per questo, il leader di “En Marche!” ha stigmatizzato l’atteggiamento privo di «spirito di distinzione» di Jean-Luc Mélenchon, che non ha dato esplicita indicazione di voto in suo favore: «abbiamo dei profondi disaccordi (…) ma condividiamo una cosa, il poter dibattere in un quadro repubblicano. È la nostra differenza con il Front National e lui l’ha dimenticata».

Il passato del FN che ritorna, e la nuova puntata dell’affaire degli impieghi fittizi al Parlamento europeo

Uno dei primissimi passi fatti da Le Pen immediatamente dopo il primo turno, lunedì, è stato auto-sospendersi da presidente del Front National: l’obiettivo dichiarato era quello di proporsi non come rappresentante di un partito (e perdipiù del FN), ma «di tutti i francesi». La sua decisione, tuttavia, ha avuto conseguenze impreviste, e non positive. Infatti, a norma dello statuto, il posto di presidente ad interim è stato preso dal primo dei vice, ovvero Jean François Jalkh, deputato europeo e uomo di fiducia di Marine e già prima del padre Jean-Marie. Bene: Jalkh ha resistito tre giorni. Immediatamente dopo la sua nomina, infatti, un giornalista di La Croix ha pubblicato sul suo blog parti della tesi del 2005 di una ricercatrice, Magali Bounaza: in essa compariva un’intervista a Jalkh, che metteva in dubbio l’esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento nazisti.

Jalkh ha prima smentito e annunciato una denuncia, ma Bounaza ha detto di possedere una registrazione del colloquio e lo ha raccontato nei dettagli, spiegando anche che era stato proprio Jalkh a venire sull’argomento delle camere a gas. Venerdì, infine, Jalkh ha lasciato l’incarico: verrà sostituito dal segretario del FN, e sindaco di Henin-Beaumont (il “feudo” di Le Pen, nel Nord-Ps de Calais) Steeve Briois.

Il caso-Jalkh dimostra, ancora una volta, che l’opera di “de-diabolizzazione” del FN ha permesso di mascherare e far dimenticare a molti le posizioni scomode di molti suoi esponenti e quadri, che tuttavia ogni tanto riemergono. E ricordano a molti francesi — soprattutto quelli più anziani, gli elettori più attivi cioè meno propensi all’astensione — sia che il FN è nato richiamandosi alla tradizione del governo collaborazionista di Vichy, sia che «esiste una filiazione diretta e rivendicata» tra il FN e l’OAS, l’organizzazione clandestina nata per organizzare una resistenza armata all’abbandono dell’Algeria da parte della Francia.

Nel 1962 l’OAS cercò di assassinare Charles De Gaulle, che oggi Marine Le Pen cita come riferimento ideale e politico in ogni suo discorso. (Curiosità: il fallito attentato contro De Gaulle è al centro del celeberrimo libro di Frederick Forsyth Il giorno dello sciacallo, da cui fu tratto un film di grande successo).
E giovedì sera Macron si riferiva proprio a questo episodio quando ha attaccato frontalmente Le Pen: «è la rappresentante di un partito che ha condotto degli attentati contro il generale De Gaulle, e che ha ancora dei figli dei suoi protagonisti tra le sue file».

Oltre al riaffacciarsi del passato del FN, Le Pen ha vissuto la nuova puntata di un’altra questione, le cui conseguenze però arriveranno solo tra diversi mesi. Si tratta sempre della faccenda dei pagamenti fittizi di assistenti parlamentari al Parlamento europeo, che in realtà avrebbero lavorato a tempo pieno per il partito. L’ultima novità in merito, arrivata mercoledì, è che la richiesta di revocare l’immunità a Le Pen e agli altri deputati europei del FN coinvolti, avanzata dai magistrati francesi che stanno indagando sull’affaire, è stata trasmessa alla Commissione giuridica del Parlamento, che dovrà decidere se accoglierla oppure no. La procedura comunque ha tempi lunghi, e una decisione non verrà presa prima dell’autunno.

Il giorno successivo, poi, è arrivata anche la notizia che il Parlamento europeo — proprio in base alle risultanze dell’inchiesta francese — ha rivisto verso l’alto l’ammontare dei fondi che sarebbero stati indebitamente percepiti dal FN: si tratterebbe non di 1,9 milioni di euro, come ipotizzato nel 2015, ma di ben 5 milioni, che il Parlamento potrebbe chiedere al partito di restituire.

Le carte che Le Pen può giocare per vincere

Queste ombre sulla gestione del partito, e sulle idee dei suoi membri, non sembrano comunque avere effetti negativi troppo vistosi sulla dinamica di Le Pen, che, come l’episodio di Amiens dimostra, è una candidata che non va assolutamente sottovalutata: ieri ha ricevuto l’importante appoggio di Nicholas Dupont-Aignan, che al primo turno ha preso il 4,7 per cento dei voti e che ha annunciato di aver stretto un «patto di governo» con la leader del FN. E stamattina, in una conferenza stampa congiunta, Le Pen ha annunciato che se verrà eletta nominerà Dupont-Aignan primo ministro, «appoggiato da una maggioranza parlamentare coerente e unita per l’interesse nazionale. Con lui, costituiremo un governo di unità nazionale» con persone «scelte per le loro competenze e il loro amore per la Francia».

Tutti i sondaggi condotti dopo il primo turno danno Le Pen perdente con un numero di voti che sarebbe all’incirca del 40 per cento — comunque una percentuale molto alta, più del doppio di quanto ottenuto dal padre nel 2012. Pare insomma difficile che Le Pen possa riuscire a raccolgliere più del doppio delle preferenze del primo turno, ovvero i circa sedici milioni necessari per vincere. Tuttavia, come ricorda FranceInfo, ci sono alcune circostanze che potrebbero giocare a suo favore:

a) il livello dell’astensione, e soprattutto quello degli elettori che hanno votato Mélenchon al primo turno;

b) la linea che Le Pen seguirà tra i due turni: da un lato, presentarsi come più “presidenziale” (rinunciando alla carica di presidente del FN), dall’altro, spingere in particolare sui temi sociali come il lavoro (Amiens insegna), attaccando Macron per il suo passato di banchiere d’affari e accusandolo di «voler dichiarare guerra ai lavoratori»;

c) la sua performance al confronto tv che si terrà mercoledì 3 maggio;

d) il verificarsi di altri episodi come l’uccisione del poliziotto sugli Champs-Elysées, con il tema della sicurezza che ritornerebbe prepotentemente al centro della campagna.

Il tema dell’astensione, e della scelta degli elettori di Mélenchon, è molto probabilmente il più importante. Già in marzo il ricercatore del Cevipof Serge Galam spiegava sempre a FranceInfo che «Le Pen può vincere, anche con delle intenzioni di voto inferiori a quelle del suo avversario, se c’è un forte scarto tra il tasso di partecipazione a favore dell’uno e dell’altra»: cioè se tra chi si dice favorevole a Macron l’astensione sarà molto più alta rispetto a chi simpatizza per Le Pen — che come abbiamo detto più volte ha un elettorato molto fedele. Potrebbe essere il caso, in particolare, degli elettori che «dichiarano che non andranno a votare (…) per Emmanuel Macron, ma unicamente contro Marine Le Pen».

La scelta degli elettori di Mélenchon

Questa è proprio la scelta cui si trovano di fronte gli elettori che al primo turno hanno votato per Jean-Luc Mélenchon. Se molti infatti hanno detto che voteranno senz’altro Macron, “turandosi il naso”, per sbarrare la strada a Le Pen, tanti altri sono decisi a optare per l’astensione, e una parte potrebbe votare direttamente Le Pen — il cui programma, soprattutto sulle tematiche sociali, ha molti punti in comune con quello di “France Insoumise”.

Secondo un sondaggio condotto da Opinionway per “Les Echos”, al secondo turno il 50 percento di chi ha votato Mélenchon sceglierà al secondo turno Macron, il 33 per cento si asterrà e il 17 per cento voterà Le Pen. Cifre analoghe a quelle di un altro sondaggio, condotto da Elabe per “l’express”.

Marine Le Pen non fa mistero di puntare a raccogliere la preferenza dei voti di Mélenchon, e ieri ha diffuso un video in cui si indirizza esplicitamente a loro, dove li invita a «metter da parte le liti» e cioè che li divide per «voltare pagina» e «non lasciare la guida della Francia a Emmanuel Macron», «il cui progetto è agli antipodi di quello che [chi ha votato Mélenchon] ha sostenuto».

Dopo che Mélenchon ha rifiutato di dare esplicitamente un’indicazione di voto, i 440 mila sostenitori che si sono registrati sul sito di “France insoumise” sono stati chiamati a scegliere — in una votazione online che si chiuderà mercoledì — che consegna dare agli elettori: astenersi, votare bianco o nullo, votare Macron; votare Le Pen non è tra le opzioni perché, a quanto si legge sul sito, «il movimento France Insoumise è, per definizione, legato ai valori repubblicani “libertà, uguaglianza, fraternità”».

In un video pubblicato ieri sera sul suo canale YouTube, Mélenchon ha ribadito la linea ufficiale, anche se ha lasciato intendere chiaramente la sua opposizione a Le Pen. «Andrò a votare» ha detto il leader di “France Insoumise”, «ma non dirò per chi. Anche se non bisogna essere grandi intellettuali per indovinare cosa farò». «Quello che ci viene chiesto» da Macron, ha aggiunto, «non è un voto anti estrema destra ma un voto di adesione»: «noi non aderiamo al suo progetto. Questo non mi impedirà di fare ciò che sento come mio dovere». «La mia opinione è in vista sui miei abiti da cinque anni» ha detto infine, mostrando la spilla che porta sempre al bavero e che richiama il triangolo rosso dei deportati nei campi nazisti: «C’è una sola persona che ha dei dubbi sul fatto che io possa votare per il Front National? (…) Tra i quasi 7 milioni di persone che hanno votato per me sono quasi certo che soltanto una parte minima che voterà Front National».

Mélenchon ha poi spiegato, rivolto ai suoi elettori, che non intende dare indicazioni esplicite «perché voi possiate restare uniti. Perché ciascuno di voi, qualunque sia la decisione che prenderà, possa rimanere coerente al voto che ha espresso alle presidenziali e possa continuare ad esserne fiero». «Non avete bisogno di me per sapere ciò che dovete fare», ha ribadito più avanti. Mélenchon, dunque, non vuole dividere il suo campo dando un’indicazione esplicita: lo scopo di questa decisione è molto probabilmente legato alla battaglia per le elezioni legislative che inizierà subito dopo il secondo turno, e in cui “France Insoumise” cercherà di capitalizzare in parte il quasi 20 per cento raccolto alle presidenziali. Ciò non toglie che sia una scelta irrituale, specialmente per una forza di sinistra, e potenzialmente rischiosa.

Bonus: i Républicains puntano tutto sulle legislative

Dopo la delusione delle presidenziali, e con Fillon che ha annunciato che tornerà a essere un «semplice militante», l’obiettivo principale dei Républicains sono ormai le elezioni legislative, in cui puntano ad ottenere la maggioranza dei seggi per imporre la coabitazione al nuovo Presidente della Repubblica. Per farlo, tuttavia, dovranno fare tutti gli sforzi per unirsi passando oltre le — sanguinose — faide interne che attraversano il partito, sul piano tanto politico quanto personale. Il presidente del Senato, Christian Jacob, ha ricevuto l’incarico di guidare una direzione collegiale della campagna, e pare che tutti i “tenori” repubblicani si siano trovati d’accordo almeno su un punto: un cambio di piattaforma programmatica rispetto a quella portata avanti da Fillon, che possa rivolgersi «a tutti i francesi» e recuperare in parte il sostegno «delle classi popolari che non ci hanno votato», come ha detto Eric Woerth. Idea condivisa da Alain Juppé, che vorrebbe che il partito si rinnovasse in direzione «umanista, liberale ed europeista» — insomma, verso posizioni meno “estreme” di quelle di Fillon (e Sarkozy), cambiando direzione rispetto all’inseguimento dei temi di Le Pen che ha caratterizzato il partito da almeno una decina d’anni.

Nonostante la sconfitta del 23 aprile, i repubblicani hanno delle chances di conquistare la maggioranza, se appunto riusciranno ad unirsi e a condurre una campagna efficace: sono un partito fortemente radicato localmente e la loro situazione è leggermente migliore di quella dei socialisti, che oltre allo smacco delle presidenziali e alle divisioni interne (che, come ha osservato il Monde di oggi, lo rendono un partito «in coma indotto, che spera in un ipotetico risveglio alle legislative», e che sembra sempre più destinato a esplodere) paga anche la delusione dei francesi per gli ultimi cinque anni di governo. Inoltre, la base repubblicana attendevano cinque anni la rivincita popola sconfitta del 2012, e le elezioni di quest’anno erano la grande occasione: perciò — ed è quello che i dirigenti sperano — potrebbero mobilitarsi per far sì che il partito riesca ad ottenere la maggioranza. Sarà comunque una battaglia complicata. Quel che è certo è che anche a destra la resa dei conti — nascosta dall’etichetta del “rinnovamento” — è appena iniziata, e dopo la tregua in vista delle legislative riprenderà in tutta la sua ampiezza.

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