Cavallerizza ir-reale: uno spazio ritrovato

Welcome in Cavallerizza (foto di Diana Carolina Rivadossi)

“C’erano mucchi di cose raggruppate al centro stesso della stanza. In altre sembrava che gli abitanti dovessero tornare da un momento all’altro. I letti avevano ancora le lenzuola, c’erano documenti sul tavolo e alcuni vestiti ancora appesi” così racconta uno dei ragazzi che si prende cura della Cavallerizza Reale.

Voluta dal duca Carlo Emanuele II, vide la luce in qualità di accademia reale per i futuri cavalieri del Re nel 1740.

Durante le sere d’estate i giovani cadetti avranno forse passeggiato per gli appartamenti o per gli attigui giardini reali in cerca di frescura e riposo: chi in attesa di licenza, chi di una missione. Al mattino si saranno alzati di buon’ora per studiare e apprendere le antiche arti della scherma e della danza ma anche per studiare letteratura, storia, italiano e francese mentre il rumore sordo degli zoccoli dei cavalli risuonava sull’acciottolato dinanzi.

Poi venne il tempo del silenzio. Caduta la monarchia, i dipendenti di casa Savoia continuarono ad abitare nei loro appartamenti in una sorta di isolamento e di tempo rarefatto in una cittadella fortificata al centro di quella che non moltissimi anni prima era stata la capitale d’Italia. Nel frattempo Torino curava le sue ferite di guerra puntando sull’industrializzazione, sul lavoro e su una possibile integrazione dei nuovi arrivati dal Sud Italia. Da questa corsa frenetica all’innovazione e al futuro, i beni artistici erano penalizzati e della Cavallerizza non si parlava più di tanto.

Gli ingressi di via Rossini e di Via Verdi erano ancora sigillati da grandi portali in legno massiccio, poi quello in via Rossini venne portato via per un ipotetico restauro, insomma sparì tra illazioni e dicerie e e rimase un varco ad interrompere l’architettura della via.

Successivamente lo stabile, dimentico del suo glorioso passato, cominciò a decadere. Venne il tempo dell’abbandono complicato da lutti e sfratti.

Il tempo fermo: 14.45 — Foto di Diana Carolina Rivadossi

La Cavallerizza sembrava persa in un tempo fermo segnato da un orologio alle ore 14.45. Da questa ora simbolica prese il nome l’assemblea Cavallerizza 14:45 indetta dai cittadini il 23 maggio 2014, con lo scopo di salvare la struttura dall’oblio ed innalzarla a polo culturale delle arti, una accademia libera in cui sperimentare le diverse arti performative. Esistono diversi dipartimenti: arti visive, arti psichiche, arti teatrali ed arti musicali.

Alcuni artisti han cercato di far rivivere gli ambienti recuperando i mobili, le cornici, gli specchi anneriti dagli anni. Pare quasi che nel buio antiche presenze si aggirino per le sale di allora. Sarà per questo che in alcune sere, ora affollate dai giovani, si lascia una sedia libera? Perché i fantasmi non si sentano esclusi dal tempo presente? Qualcuno racconta che ci siano ancora alcuni abitanti di un tempo. Ancora ci si muove in punta di piedi per le camere comunicanti tra loro attraverso un dedalo di corridoi scuri in un labirinto tanto sconosciuto a noi quanto doveva essere familiare a chi vi abitava allora.

Ora si organizzano dibattiti, workshop creativi e concerti. Dalla manica corta, come viene chiamata l’ala a destra dell’edificio principale, giungono i passi cadenzati della capoeira, l’antico danza marziale brasiliana, mentre alcuni ragazzi si avviano con i propri tappetini all’incontro di yoga o agli incontri per percussionisti. Giorno dopo giorno, riunioni su riunioni; cosa sarà della Cavallerizza detta Irreale che viene paragonata a una fenice che ogni volta risorge dalle sue ceneri?

Onda dopo onda arrivano nuove idee, nuove sinergie. Un ragazzo traccia per le molte stanze dei simboli magici invocando protezione contro l’energia negativa del tempo presente.

Un altro trasporta dei quadri che verranno esposti in occasione dell’apertura dei laboratori di fotografia e pittura. In tasca ha un nastro rosso che servirà a decorare gli alberi dei giardini reali per il Natale mentre tra i capelli ricci ha dei pennelli che serviranno per il tavolo di disegno collettivo. Passa per l’orto ri-nato negli antichi giardini Reali a raccogliere del prezzemolo e del rosmarino per il pranzo collettivo.

Intanto nella nuova cucina una ragazza tritura le carote, mescolando la grossa teglia di patate e dando di tanto in tanto un’occhiata al riso e alle verdure che cuociono. Poi preparerà una zuppa da distribuire ai senzatetto che dormono non molto lontani sotto i portici di Via Po.

L’orto nei giardini reali — Foto di Mario Engel

È quasi sera. La jam session del giovedì attende gli artisti. La caffetterizza, così viene chiamata la sala di ritrovo e accoglienza, risuonerà dei tamburi dei percussionisti e della dolce voce della cantante cinese. I disegnatori prenderanno posto ai tavoli illuminati da candele, dipingendo tra le nuvole dell’incenso e dei corpi che si muoveranno inebriati da musiche mai uguali sulle note dei musicisti.

Il freddo non respinge, porta aggregazione, condivisione di un emozione, di una danza, di un colore su una tela. Dalle finestre dei piani si intravedono i passanti convergere alla Cavallerizza, chi per sentito dire, chi per curiosità in un modo o nell’altro attirati come falene da una luce abbagliante.

Al mattino appena esce il sole i cavallerizzi si dedicano alla pulizia dei porticati e a curare le piante che un ragazzo salva dai mercati dei fiori e che altrimenti verrebbero gettati perché giudicati non più adatti ai consumatori.

Alle volte un pittore porta il cavalletto fuori e dipinge al sole di gennaio. Finito il lavoro escono a stendersi nell’androne che pare l’inizio di una favola. Dalle due scale a specchio piovono dei fogli cuciti tra loro da fili che partono dal soffitto e vanno a cadere dolcemente a terra.

Pensieri volanti — Foto di Mario Engel

Una tazza di tè, un goccio di mirto artigianale portano i profumi della Sardegna e mille lingue di ogni dove si intersecano nel viavai di gente che arriva, saluta e se ne va soddisfatta. Un piccolo porto di mare in montagna per giovani e meno giovani in cerca di spazi in cui collaborare e costruire una città ideale: Taurasia. Qualcuno la chiama così, qualcuno Cavallerizza irreale, qualchedun altro semplicemente comunità, un modo di vivere in collettività.

I propri Sè — Foto di Diana Carolina Rivadossi
Vista reale dal lato della Cavallerizza — Foto di Eduardo Bello
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