Mostar e Sarajevo durante il conflitto. Foto di Paolo Siccardi

Viaggio studio nell’ex Jugoslavia, giorno #1

Piccolo diario di 29 studenti piemontesi alla scoperta del conflitto nei Balcani

Giorno #1, Mostar

“Ma voi lo sapete come si beve davvero il caffè bosniaco?” ci chiede Zerina, la titolare del caffè vista Stari Most, il ponte vecchio.
A Mostar ci accoglie una giornata torrida, cielo terso e nuvole in lontananza che promettono temporale pomeridiano.

I 29 studenti in viaggio studio sono i vincitori del progetto di storia contemporanea del Consiglio regionale. Da 34 anni manda migliaia di studenti a comprendere meglio, dal vivo, le tragedie dei decenni passati.

Attenti, preparati, curiosi, belli. Arrivano da Asti, Verbania, Vercelli e Pinerolo.
Dopo una notte in nave e il viaggio da Spalato, c’è Tamara ad aspettarci. Era piccola quando c’era la guerra, racconta, “mi ricordo che si mangiava male e non potevo giocare in strada perché era pericoloso, non molto di più”.

Troviamo una Mostar cambiata rispetto agli anni passati.
Molti turisti, selfie a ripetizione sul ponte, proliferazione di negozi di souvenir. Quasi come se fosse in atto una trasformazione, a voler cominciare una percorso che prescinda dal dramma del conflitto.
È anche molto meno plastica la varietà di culture che qui coabitano. Il velo delle ragazze musulmane, gli occhi azzurri dei croati si disperdono nel serpentone di folla tra i negozi.

Il campanile di San Francesco

Tamara ci racconta del campanile di San Francesco, 108 metri, ricostruito dopo la guerra, il più alto dell’intera ex Jugoslavia, più alto — in segno di sfida — di qualsiasi minareto.
I minareti. Fioriscono sulle colline, tutti uguali, quasi fatti in serie. Li ritroveremo identici anche a Sarajevo. “È la risposta dell’Islam — ci dicono — vengono costruite con importanti finanziamenti dall’Arabia Saudita”.

Dallo Stari Most si vedono il campanile e il minareto

Il ponte, lo Stari Most, oggi ricostruito, venne abbattuto dalle milizie croate il 9 novembre 1993, a quattro anni di distanza esatta dalla caduta del Muro di Berlino, la nuova pagina che aveva dato la speranza dell’Europa dei popoli drammaticamente fallita qui nei Balcani.

C’è una singolare ricorrenza di date in questa parte del continente. Un’altra data simbolica è il 28 giugno. “I Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire”, diceva Churchill.

Quel ponte, oggi ricostruito, da sempre rappresenta le due anime di Mostar, quella orientale e musulmana e quella occidentale, cattolica, vissute in armonia per secoli.

In città i segni visibili della guerra sono sempre meno, i ragazzi li cercano con curiosità per trovare una rispondenza con ciò che han studiato prima di arrivare qui.

Foto di Paolo Siccardi
La nuova sinagoga in costruzione

Fra poco nascerà anche la nuova Sinagoga, forse un segno che presto si potrà tornare alla centenaria convivenza pacifica che ha caratterizzato questi luoghi. Una speranza che ritroviamo anche nelle parole di Tamara: “Oggi non c’è molto amore, ma l’amore tornerà. A me non interessa se qualcuno è serbo, croato, bosniaco. Cattolico, musulmano od ortodosso. Però le nostre scuole, ce ne sono 14 a Mostar, insegnano ancora su libri di storia che raccontano tre conflitti diversi”.

La strada verso Sarajevo è segnata dall’imponenza placida delle acque verdi della Neretva.

Ci fermiamo a Jablanica, dove sorge il museo dedicato alla seconda guerra mondiale e all’ultimo conflitto, a pochi passi dal ponte. Qui il maresciallo Tito condusse la battaglia della Neretva contro le forze dell’Asse. L’operazione conosciuta come la “quarta offensiva nemica” o “battaglia per i feriti” costituì un successo strategico per le forze partigiane jugoslave che, nonostante la situazione apparentemente disperata e le gravi perdite, riuscirono a sfuggire alla manovra d’accerchiamento tedesca e ad infliggere una dura sconfitta ai reparti italiani e dei collaborazionisti cetnici schierati sul fiume.
Raccontano che da queste parti si aggiri un sedicente storico che ricostruisce la storia del ponte abbattuto da Tito per depistare i nemici e far credere che i partigiani sarebbero passati da un’altra parte. Invece, in una notte, fu costruito sullo stesso posto un rudimentale ponte di corde che servì a far passare nottetempo le truppe e i feriti. Lo “storico” mostra — dicono — con ampi gesti delle braccia e indomita prosopopea anche i resti del ponte abbattuto qui visibili. Un unico particolare: sono del set di Forza 10 da Navarone, celebre film del 1978 con Franco Nero.

Il rito del “bosanska kafa” spiegato da Zerina

Il caffè bosniaco, bosanska kafa, “si beve così. Mischiare leggermente in superficie con il cucchiano. Poi prendi la zolletta di zucchero, la intingi nel caffè e la succhi poco alla volta. Bevi la prima tazzina, lentamente. Quando versi la seconda devi fare piano piano, sennò viene giù tutto il fondo, e ripeti con la seconda zolletta. Ci vuole il giusto tempo per bere il caffè”.
Ciao Zerina.

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