Un dialogo con Mario Carrieri

Fino al 4 novembre 2018 in mostra con “Amata Bellezza. Fiori e Visioni a Villa Carlotta”

Mario Carrieri, fotografo

Com’è nato il tuo interesse per la fotografia?

Da giovane non avevo nessuna passione per la fotografia. Mio padre Raffaele, che era il critico d’arte della rivista “Epoca”, mi trovò un lavoro nell’archivio fotografico del giornale. Cataloga­vo migliaia di negativi e odiavo i fotografi! Per evadere dall’archivio iniziai a fare il fotoreporter per la rivista, passando poi a fare l’operatore e il regista di cortometraggi, molti pubblicitari, per Carosello. Smisi di lavorare nel cinema per dedicarmi alle fotografie di Milano, Italia, libro che uscì nel 1959. Da allora il mio rapporto con la fotografia non si è più interrotto.

Il rapporto con tuo padre, Raffaele, poeta e critico d’arte legato a molti degli artisti e dei letterati più importanti del Novecento, quanto ha influito sulle tue scelte?

Sono nato sotto un Modigliani e mia madre invece che con il latte mi allattava con l’arte. Mio padre era amico di Picasso e di molti artisti stranieri e italiani… Campigli, de Chirico e tanti altri. Per non parlare dei poeti che frequentavano casa nostra, in particolare Quasimodo e Ungaretti.

Agli inizi della tua carriera hai lavorato in campo cinematografico, producendo vari corto­metraggi. Cosa resta di questa esperienza negli scatti di Amata bellezza?

L’eredità più importante del mio lavoro come regista emerge nell’illuminazione delle mie ope­re. Uso proiettori cinematografici, più intensi e drammatici, non mi interessa la luce morbida dei fotografi.

Quali artisti senti più vicini alla tua sensibilità?

Appartengo alla tragica categoria dei visionari, di cui facevano parte El Greco e Caravaggio, artisti in cui tutto precipita ed è espressione del dramma esistenziale. Tra i pittori del Novecen­to per me sono fondamentali Francis Bacon e gli espressionisti astratti americani, specialmen­te Willem de Kooning.

Cosa ti ha spinto a concentrarti sui fiori?

Non mi sono concentrato solo sui fiori. Di per sé non mi interessano i fiori come “soggetti” solamente naturalistici o estetici. Mi affascina invece fotografarli come “creature” in cui l’estre­ma bellezza s’infrange nella loro stessa fatale caducità. Svelare ed esprimere così una sorta di pathos universale, come se i fiori fossero gli attori di una immaginaria tragedia.