Il futuro delle notizie
Fake news, qualità delle notizie e business model: com’è il futuro del giornalismo?

Possiamo fidarci di Google e Facebook? Possiamo affidare a queste piattaforme il futuro della gestione delle news?
Fake news
Dopo le elezioni americane il dibattito sulle fake news da tema per gli addetti ai lavori è diventato argomento di moda. Chi è responsabile per le false notizie che girano sui social network, Facebook che ne permette la circolazione o chi le scrive? O forse l’utente, che prende per vero qualsiasi cosa veda condivisa sulla sua timeline?
Di recente anche in Italia se n’è parlato, e alcuni noti fabbricanti di notizie false sono stati chiusi. Ma perché creare notizie false? Perché le notizie esagerate, che sono spesso false, ottengono più click, click che portano a siti pieni di banner pubblicitari, e quindi a ricchi introiti per chi le scrive.
Il principale timore è che il dilagare di queste pratiche possa minare le basi stesse della democrazia in cui il ruolo della stampa è proprio quello di informare i cittadini per offrire loro una visione più ampia e completa possibile.
Anne Appelbaum del Washington Post sottolinea come il fact checking tradizionale non riesce a funzionare sempre e che l’unico metodo a lungo termine resta l’educazione dei lettori a saper riconoscere una falsa notizia, non fidarsi di tutte le foto che vedono sui social.
Anche Facebook dal canto suo vuole fare la sua parte, e per questo ha assunto di recente 3000 persone che andranno a filtrare i contenuti ritenuti falsi o pericolosi.
Tuttavia gli effetti delle fake news sulla democrazia, benché abbiano tenuto banco per diverse settimane su tutti i media, non sono così nefasti, ancora. Infatti, una ricerca di Stanford e NYU ha dimostrato che in realtà gli elettori americani non sono stati particolarmente influenzati dalle false notizie circolate sui social poiché TV e radio restano ancora protagonisti nel modo in cui i cittadini si informano.
Ma il problema del giornalismo non sono solo le fake news. C’è infatti un problema ben più grande a monte, la sostenibilità stessa del sistema. Problema di cui si parla da anni senza che qualcuno abbia ancora trovato la formula magica che vada bene per tutti e garantisca quegli stessi utili su cui il calo drastico delle copie cartacee ha fortemente inciso.
Che futuro per il giornalismo?

Rasmus Kleis Nielsen (Director of research at Reuters Institute of Journalism, University of Oxford), durante l’evento Il Futuro delle notizie, che si è tenuto al Parlamento Europeo a marzo, è stato ottimista a riguardo.
“Oggi grazie agli smartphone possiamo leggere news in qualsiasi momento, guardare un video della BBC come di una startup indiana. Produrre contenuti è diventato molto più economico, tanto dal lato della produzione che da quello della distribuzione.”
Ma la domanda resta, chi paga?
“A seconda del business model la risposta può cambiare: per il Financial Times (da subito) o il NY Times (dopo i primi 10 articoli al mese) è il lettore che paga, per la BBC il grosso del budget è di natura pubblica ma ci sono anche revenues anche dalle licenze sui contenuti creati e concessi a terzi.”
E la pubblicità?
“Quello è un modello che non funziona più — continua Nielsen — chi lavora solo in quel modo sta perdendo soldi. La tecnologia cambia, ma questo non è un problema né per gli advertisers né per i lettori, in questo settore lo è solo per gli editori. Questi però devono accettare che non viviamo in un mondo marxista, esiste la concorrenza, il mercato, e solo i contenuti di valore possono generare valore.
Inoltre i giornali dovrebbero guardare maggiormente alle proprie entrate economiche oltre che agli articoli da pubblicare, e non lasciare il futuro del proprio business ad una sola attività, ma diversificare, in modo da diminuire il rischio di possibili perdite in un settore con gli utili di un altro. Il vecchio mercato editoriale non tornerà indietro, questo è assodato.”
Uno sguardo al panorama italiano
Se guardiamo al panorama italiano, quanto detto da Nielsen è confermato dalla scelta di molte testate editoriali di entrare nel settore degli eventi. Diversi sono i giornali che da qualche anno organizzano eventi per i propri lettori. I motivi vanno da quelli squisitamente economici, nell’ottica anche di una diversificazione del rischio, alla necessità di rafforzare e costruire una forte community intorno al proprio brand.
Si pensi al rinomato Festival di Internazionale, appuntamento fisso di ottobre a Ferrara, al Tempo delle donne del Corriere della Sera, alla Repubblica delle Idee. Esempio diverso è quello offerto da Wired, visto che Condè Nast, società editrice di Wired, decise in concomitanza con l’insediamento del nuovo direttore nel giugno 2015, di chiudere l’edizione mensile cartacea di Wired per passare ad un’edizione monografica, di pochissimi numeri l’anno. Motivo? Una nuova politica di digital first, giustificata dal fatto che le attività digitali e gli eventi rappresentano l’80% del fatturato di Wired. Wired ha quindi cambiato modello di business, concentrandosi su online ed eventi, modificando edizione e distribuzione della versione cartacea.
Sempre restando in casa nostra, una testata conosciuta come il Post, attiva solo online, ha raggiunto l’utile solo dopo 5 anni. E l’ha raggiunto senza neanche mettere un paywall. Scelta che invece è stata abbracciata l’anno scorso dal Corriere della Sera, che chiede un abbonamento ai suoi lettori dopo i 20 articoli letti al mese online.
Ancora diverso è il caso del settimanale Pagina 99. Esce nel weekend, in un formato che ricorda più un quotidiano, ma con foto a colori e carta di qualità, e pubblica online solo 2 o 3 articoli al giorno. Una scelta controtendenza rispetto al digital first. Diciamo un digital che accompagna, integra il settimanale, grazie anche ad un ottimo uso dei social con video che fanno da trailer agli articoli che si leggeranno sul cartaceo.
In Europa
In Europa una via di mezzo è quella di Politico.eu, edizione europea dell’americano Politico, fondato da due ex giornalisti del Washington Post. Esce in formato cartaceo una volta a settimana, distribuito in hotel di lusso, bar alla moda come quelli della catena Exki e, ovviamente, al Parlamento Europeo. Non si trova in edicola ma ci si può abbonare. Online è free, nessun paywall, ma, se si vogliono notizie più approfondite e prima degli altri, si può sottoscrivere un abbonamento pro. Il target è molto specifico: policy manager, politici, giornalisti. Ovviamente su Politico non troverete le notizie generaliste. Troverete invece, tra le altre cose, notizie sponsorizzate, spesso da colossi hi-tech che vogliono veicolare un messaggio più che vendere un prodotto. Questo funziona proprio perché Politico è letto da lettori interessati a un certo tipo di contenuti. Una nicchia molto specifica dunque, come quella del Financial Times o di Economist.
A proposito di Economist, l’anno scorso John Elkann, presidente di Exor, finanziaria che ne detiene il 43,4%, dichiarava che in 10 anni Economist è passato da un passivo di 6 milioni a un attivo di 30, e la raccolta pubblicitaria è passata a incidere dal 50% a meno del 25% del fatturato. Questo vuol dire più abbonamenti per una community forte di lettori, affezionati a un prodotto ritenuto di qualità, che produce anche documentari e podcast e che si è da poco aperto anche ai non abbonati con un blog su Medium e permettendo ai lettori di interagire con la redazione e scoprire come nasce il giornale. Una grande novità per un giornale in cui i nomi dei giornalisti non sono mai menzionati per scelta editoriale.
Ovvio che, come in questi casi, poter contare sull’uso della lingua più conosciuta in tutto il mondo e considerata la lingua della comunicazione, rende le cose più facili. Vero anche che nulla vieta alle redazioni di tutto il mondo di fare lo stesso. Qualcuno comunque già lo ha capito da tempo, come The Next Web, sito olandese che si occupa di tecnologia e ha quasi 1 milione di like su facebook. In Italia ci sono gli esempi delle edizioni internazionali de il Sole 24 Ore, Corriere della Sera o ANSA.
De Correspondent, il giornale nato dal crowdfuding
C’è poi il caso De Correspondent, la startup editoriale nata in Olanda nel 2013 da una campagna di crowdfunding (ne avevamo parlato anche qui).
È proprio il suo fondatore e direttore, Rob Wijnberg, che al panel è il primo a parlare di prodotto editoriale in sé.
Cosa sono le news? Come possiamo migliorare il prodotto editoriale rendendolo più sostenibile?
“Cos’è una notizia? Come possiamo migliorare i giornali rendendoli più sostenibili?” — queste alcune delle domande da cui parte Wijnberg.
“I giornalisti, spiega, al momento sono meno fidati dei politici dall’opinione pubblica. Se non fai un prodotto di valore, non riconquisterai la fiducia dei lettori. Il motivo di questo calo di valore, continua Wijnberg, è che, specialmente online, il cliente è passato dall’essere il lettore all’essere l’inserzionista. È per lui che si scrivono articoli”.
Del resto le notizie sui gattini non sono notizie scritte in funzione del lettore, per informarlo. Sono notizie che servono ad attirare la sua attenzione per avere più click, visualizzazioni e quindi ricavi dai banner. Ma è una strategia cieca, che può far quadrare i conti nel brevissimo periodo, con un costo per la credibilità di un giornale difficile da coprire nel lungo periodo.
Il cliente di un giornale è la società civile, non gli investitori.
Ed è per questo che proprio ai lettori si sono rivolti quando sono partiti con la raccolta in crowdfunding. Una raccolta che, oltre a finanziarli, ha avviato la creazione di un rapporto diverso con i lettori, un rapporto di fiducia.
Tutto questo partendo dal prodotto, un giornale che vuole rendere i cittadini migliori, informandoli con notizie rilevanti.
“Con la carta stampata, il 60% del budget degli abbonamenti se ne va in costi di stampa e consegna, non è investito nel contenuto. Grazie al digitale più del 70% finanzia il lavoro dei giornalisti. Con 3 milioni di euro di ricavi non possiamo competere con i grandi colossi editoriali. Ma noi produciamo 4 pezzi ogni giorno, quando il Guardian ne produce 300. Che però nessuno leggerà”.
Il rapporto tra le Tech company e i media
Ma non tutti pensano che il digitale sia la salvezza, anzi. Lo stesso Wijnberg, parlando dei colossi Google e Facebook, pensa che in realtà abbiano inventato, più che un nuovo modello di business, una nuova moneta, i dati personali. E questo andrà a cambiare anche gli altri mercati, non solo quello editoriale.
I big della tecnologia devono pagare i giornali
Meno ottimista, e più tradizionalista sul sistema dei giornali, è sembrato infatti Francois Le Hodey (IPM Group, publisher of La Libre Belgique).
Le Hodey mette subito le mani avanti negando di essere contro Google e Facebook, anzi, di lavorare assieme a loro. Tuttavia, secondo lui, queste piattaforme dovrebbero pagare per avere il permesso di pubblicare le news, e la legge dovrebbe garantirlo.
Senza questi introiti — dice — ci saranno meno risorse per i giornali, il che porterà a una minor produzione di contenuti e meno distribuzione degli stessi.
Ovviamente Le Hodey abbraccia appieno la proposta della Commissione Europea sulla riforma del Copyright, con cui gli editori otterrebbero il diritto di farsi pagare da chi pubblica i link ai loro articoli, ogni qualvolta questo link incorporasse uno snippet, ovvero un estratto della notizia.
“Per avere uno snippet hai bisogno di un articolo, quindi di un giornalista che lo scriva, che deve essere pagato”.
Peccato che il punto chiave, ovvero il perché a pagarlo dovrebbe essere una piattaforma che fondamentalmente indirizza traffico verso questi stessi siti di informazione, non è così forte come lo slogan da propaganda.
La posizione di Google
A sottolinearlo è Marco Pancini (Senior Policy Advisor, Google).
“Google facilita la diffusione di notizie online e questo rafforza il pluralismo dell’informazione, fondamentale per una società democratica.
Il servizio di Google News nacque dalla volontà di alcuni ingegneri dell’azienda di connettere più facilmente gli utenti alle notizie. Questa volontà vive ancora oggi con l’assistenza e la collaborazione che c’è tra Google e le testate giornalistiche. Un ecosistema che la Digital News Initiative vuole contribuire a rafforzare offrendo migliori strumenti agli editori per la condivisione delle notizie. Perché grazie a una tecnologia come quella AMP, Google aiuta i giornali a far sì che le notizie siano caricate più velocemente sugli smartphones. Ma perché questo sistema win-win possa funzionare, deve essere guidato da motivi commerciali, non legislativi.”
Ovvio il riferimento all’art. 11 della riforma sul copyright di cui sopra. In Spagna infatti è già passata una legge nazionale che imponeva a Google di pagare una licenza agli editori per fornire il suo servizio Google News. Google, invece di pagare, ha scelto di chiudere il servizio in Spagna con conseguente calo di traffico verso i siti di informazione spagnola.
Gli editori insomma vorrebbero far pagare a Google e Facebook il permesso di ospitare i loro contenuti perché dal loro punto di vista senza i contenuti da loro prodotti, loro non avrebbero nulla da mostrare. Peccato che potrebbe valere anche il discorso opposto: senza i social dove condividere i contenuti interessanti, meno persone andrebbero a leggerli.
Quello tra i big tech e il mondo delle notizie è e deve restare una sinergia tra due mondi che restano strettamente connessi ma che hanno business model diversi.
Qualche soluzione
Per quanto riguarda il modello di business, è evidente come siamo ben lungi dall’avere una formula valida per tutti. Per ora si procede per tentativi, con modelli cuciti addosso al proprio target di lettori, lasciando da parte il mantra che i conti si pagassero con i click sui banner.
La strada da fare è ancora lunga ma anche ricca di possibilità e dimostra come il giornalismo di qualità goda ancora di buona salute quando mette al centro i lettori.
