El negro: un ritmo da Oscar

Da dj in una radio locale a regista acclamato. La straordinaria carriera di Iñárritu.

Alejandro González Iñárritu

“Sono fortunato a essere qui stasera, ma molti altri non hanno avuto questa possibilità. C’è una battuta del film che recita Glass al suo figlio di razza mista: “loro non ti ascoltano, vedono solo il colore della tua pelle”. La nostra generazione ha una grande opportunità: quella di liberarci da tutti i pregiudizi e assicurarsi una volta per tutte che il colore della nostra pelle diventi irrilevante quanto la lunghezza dei nostri capelli”.

Era il 29 febbraio 2016 e Alejandro González Iñárritu aveva appena ricevuto dall’Academy l’Oscar come miglior regista per il film Revenant. Quel giorno il regista messicano è entrato nella storia, diventando il terzo regista al mondo ad aver vinto la statuetta per il secondo anno consecutivo, dopo John Ford nel 1942 e Joseph L. Mankiewicz nel 1950.

Alejandro González Iñárritu nasce nel 1963 a Città del Messico. Da giovane attraversa due volte l’Oceano Atlantico lavorando come mozzo su una nave cargo e decide di vivere un anno in Europa con solo mille dollari. Tornato in Messico, studia comunicazione, conduce programmi radiofonici e compone colonne sonore per alcuni lungometraggi. Si avvicina al cinema negli anni ’90 fondando una sua casa di produzione, la Z Films, che in pochi anni diventerà la più grande e influente di tutto il Paese. Ma la vera svolta avviene quando incontra lo sceneggiatore Guillermo Arriaga con cui inizia una lunga collaborazione. (Le loro strade si divideranno solo nel 2006, in seguito a una furiosa lite tra i due). Da quel momento in poi el negro, come viene chiamato in Messico per la sua carnagione scura, realizza alcuni tra i film più universalmente acclamati dalla critica. Nel 2000 esce la sua prima opera, Amores Perros, che gli regala la prima nomination agli Oscar come miglior film straniero e la vittoria della critica al Festival di Cannes. Nel film Iñárritu racconta la vita di una Città del Messico crudele e straziante attraverso tre storie legate tra di loro.

La violenza dilagante nel suo Paese, unita al successo internazionale ottenuto con Amores Perros, lo spinge a trasferirsi a Los Angeles. Un rapinatore che spacca la mascella a sua madre, suo padre che viene infilato nel bagagliaio di una macchina e tenuto in ostaggio per ore, il tentativo di furto dell’auto e le valigie rubate a San Miguel de Allende durante una vacanza gli rendono la vita insostenibile. Questi episodi e la tragica situazione in cui si trova il Messico iniziano a condizionare anche il suo modo di fare film: “la violenza era diventata una realtà sociale dolorosa nel mio Paese. Circondato da tutta quella sofferenza ho iniziato a non trovarla divertente nei film”.

Con 21 grammi (2003), titolo che richiama il peso dell’anima, e Babel, in cui le storie di persone apparentemente lontanissime tra loro si troveranno unite dal destino, si conclude la sua cosiddetta “Trilogia della morte”. I tre film, tutti con la sceneggiatura di Guillermo Arriaga, condividono la stessa struttura narratologica: sviluppi paralleli del racconto, storie diverse che si intrecciano tra di loro e sfasatura dei piani temporali. Protagonisti assoluti della trilogia sono il dolore e la violenza, trattati con un certo pessimismo. Grazie a Babel, Iñárritu diventa il primo regista messicano a essere nominato all’Oscar per la miglior regia. Biutiful (2010), il suo film successivo, in cui racconta la storia di un uomo costretto a fare i conti con la morte a causa di un cancro, gli fa guadagnare la seconda nomination agli Oscar per il miglior film straniero. Con questa pellicola, la prima eseguita senza la collaborazione di Arriaga, il regista messicano sembra voler sancire l’inizio di una nuova fase della sua carriera abbandonando una delle scelte stilistiche principali nella costruzione dei suoi film e raccontando la storia di un solo personaggio in modo lineare, senza nessun salto spaziale o temporale.

Il regista messicano alla premiazione degli Oscar

Le prime statuette arrivano, però, nel 2014 con Birdman, candidato a nove premi Oscar: Iñárritu riceve quelle per il miglior film, la miglior regia e la miglior sceneggiatura originale. Il film, dal ritmo brillante e con un’ironia pungente, ha spiazzato gli spettatori, discostandosi completamente dallo stile abituale del regista. La storia segue le vicende dell’attore Riggan Thompson (interpretato da Michael Keaton) che, stanco di non essere riuscito a slegarsi dal ruolo di Birdman, il personaggio dei fumetti alato e mascherato che ne ha determinato il successo, cerca di rilanciare la sua carriera ripartendo dal teatro. Decide di riadattare il testo di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e di dirigerlo in un celebre teatro di Broadway. Invece di frammentare la storia in una pluralità di vicende e piani narrativi, questa volta Iñárritu decide di circoscrivere il racconto all’interno del teatro nell’arco di soli tre giorni.

La vera novità, però, sta nell’aver realizzato l’intero film come se fosse stato girato tutto in un lunghissimo piano sequenza di quasi centoventi minuti: una scelta registica decisamente anticonvenzionale e con pochissimi precedenti nella storia del cinema. La Steadicam che si muove incessantemente nei corridoi del teatro e sul palcoscenico permette allo spettatore di seguire il protagonista attraverso i suoi occhi, diventando così testimone della sua crisi e della successiva rivincita. La decisione di girare il film come se fosse realizzato con una sola sequenza non è casuale, ma ragionata fin dal momento della scrittura. “Mi sono reso conto, e probabilmente sono l’ultima persona al mondo ad essersene resa conto, che noi viviamo le nostre vite senza alcun montaggio”, ha affermato Iñárritu. “Dal momento in cui apriamo gli occhi viviamo in un formato Steadicam, e l’unico montaggio è quando parliamo delle nostre vite oppure ci affidiamo ai ricordi. Perciò volevo che questo personaggio fosse sommerso da una realtà ineludibile, e che il pubblico dovesse vivere queste tre giornate disperate accanto a lui”.

In un video del New York Times, Iñárritu racconta una scena del film. In questa scena Riggan Thompson (Michael Keaton) vede per la prima volta Mike Shiner (Edward Norton), il giovane attore teatrale che reciterà nel suo spettacolo, e ne resta affascinato: “È una lunga scena di dialogo, quindi volevo che la telecamera si muovesse costantemente. Un’inquadratura fissa sarebbe stata troppo noiosa”.

Qui il link al video sottotitolato in italiano

Agli Oscar del 2015, mentre tutti celebravano Birdman, Iñárritu aveva la testa da un’altra parte: “Durante la cerimonia continuavo a ricevere sms che mi dicevano che il nostro set si era allagato. Ero lì a farmi fare le foto con l’Oscar in mano e nel frattempo pensavo, cazzo, tra 36 ore devo girare”.

Le riprese di Revenant, infatti, sono tutt’altra storia rispetto a quelle di Birdman. Nel film viene raccontata la storia di Hugh Glass (Leonardo Di Caprio), un cacciatore di pelli vissuto tra il XVIII e il XIX secolo, famoso soprattutto per essere sopravvissuto allo scontro con un grizzly. Spinto dalla vendetta, malandato e pieno di ferite, affronta un lungo viaggio a piedi alla ricerca degli uomini che lo avevano lasciato a morire e che hanno ucciso suo figlio. Iniziate nell’ottobre del 2014 ad Alberta, in una zona talmente isolata che occorrevano due ore di viaggio per raggiungerla, le riprese sono andate avanti fino all’estate del 2015. La troupe si è spostata per una dozzina di location tra il Canada, gli Stati Uniti e l’Argentina: una più gelida e impervia dell’altra. E non sono state per niente facili. Alcuni membri della troupe hanno abbandonato il film in corso d’opera per le troppe difficoltà incontrate durante le riprese e Iñárritu, utilizzando una metafora che ricordasse la sua passione musicale, ha affermato che “come regista, se noto un violino che non è accordato, è mio compito portarlo via dall’orchestra”. Il regista, inoltre, ha deciso di girare il suo film utilizzando esclusivamente la luce del sole ed essendo stato girato in inverno e in luoghi isolati, spesso aveva a disposizione solo una o due ore di tempo per portare a casa lunghe riprese.

Fin dalla prima scena del film, un bellissimo piano sequenza, Iñárritu mostra la sua intenzione: narrare la storia di Hugh Glass mettendo al centro la forza spaventosa della natura, senza farle fare solo da sfondo. Le atrocità a cui è sottoposto il protagonista scorrono sullo schermo con una tale intensità che non permettono allo spettatore di distogliere lo sguardo, fino a fargli vivere sulla sua pelle tutto quello che prova Glass. Dice il regista messicano: “È quel genere di film in cui è più importante far vedere, piuttosto che spiegare. Si tratta di andare oltre le parole e i dialoghi. È l’esperienza originaria del cinema: raccontare una storia quasi esclusivamente per immagini è l’omaggio migliore che si possa fare a questo linguaggio”.

La maestria di Iñárritu è innegabile, ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’impegno e la bravura di altri due grandi protagonisti, entrambi poi premiati dall’Academy con la statuetta: Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia, e Leonardo Di Caprio, attore protagonista. Lubezki, che ha lavorato a fianco di Iñárritu già in Birdman, ritrae montagne, volti intorno al fuoco, albe e crepuscoli usando solo la luce naturale. Su Di Caprio è lo stesso regista a spendere parole di ammirazione: “Leo è in grado di farti capire tutto soltanto con gli occhi. E in questo film, che ha così poco dialogo, lui doveva essere in grado di esprimere paura, freddo, tristezza, rabbia e tante altre emozioni simultanee soltanto con il linguaggio del corpo. È stato affascinante come ha rapportato il suo corpo al personaggio”.

Anche questa volta Iñárritu racconta una scena del suo film per il New York Times. Hugh Glass sta cercando di sopravvivere in una grotta vicino a un fiume, quando viene raggiunto da un gruppo di indiani Arikara. “Volevo girare questa scena con un’inquadratura di lunga durata per permettere al pubblico di immedesimarsi con il protagonista, vedere quello che vede lui e provare le sue stesse emozioni”, dice il regista.

Nonostante tutti i riconoscimenti arrivati da Hollywood e dall’Academy anche per Revenant, Iñárritu continua a definirsi come un musicista fallito. Il regista, infatti, aveva tentato la carriera da musicista facendo per anni il dj in una radio di Città del Messico. Ancora oggi, dopo anni, l’attenzione che mette nel sonoro dei suoi film è quasi ossessiva. Per il lungo piano sequenza di Birdman si è ispirato a un brano jazz e ancora prima che venisse girata anche una sola inquadratura del film aveva già registrato la colonna sonora insieme al percussionista Antonio Sánchez. In questo modo, infatti, il regista messicano dalle mille risorse ha potuto abbinare al ritmo le specifiche battute della sceneggiatura, scandendo così la cadenza del film.

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