Le considerazioni di Domenico Quirico sulla sua esperienza siriana, la natura del Male e la sconfitta del giornalismo

Rebecca De Fiore
May 24, 2017 · 6 min read
Domenico Quirico

Per conoscerlo, il Male, venite con me nelle stanzette sudice, nella botola infame e nelle luride prigioni dove dei siriani tenevano sempre la luce accesa perché la voglia di dormire, irresistibile e agognata, venisse interrotta e pesasse tanto da far dimenticare tutto e ogni cosa.

Domenico Quirico, uno dei più grandi inviati di guerra del nostro giornalismo, ha presentato Ombre dal fondo, il suo ultimo libro, durante la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Con i suoi racconti ci ha condotti dove impera, smisurato, l’orrore della guerra. Nulla eguaglia per potenza narrativa le pagine di coloro che hanno realmente vissuto l’offesa del Male.

Le verità del Male

Non è un’entità assoluta, il Male. Si tratta di uomini che compiono azioni terribili contro altri uomini. Quelli di Daesh non sono mostri, combattono per un ideale che li giustifica. L’esposizione, il contatto quotidiano con uno scenario come quello siriano, determina una trasformazione interiore negativa, terrificante e lentissima. Senza scampo, per tutti. Chi vive ad Aleppo, o in quelle terre, a poco a poco diviene un’altra persona. “Io stesso ho subito un cambiamento — racconta Quirico — una sorta di divaricazione tra la vita quotidiana e quella lavorativa. E questa ti inghiotte, si allarga e ti divora, inesorabile. Una sofferenza collettiva che unisce, l’anormalità che diviene normalità”.

L’Occidente non conosce le verità di una guerra, le centinaia di immagini che appaiono in televisione non trasmettono nulla. Si dovrebbe entrare in esse per percepire le urla, i bombardamenti, l’angoscia, la paura. I luoghi di socialità cambiano totalmente, le scuole sono chiuse, non esistono più strade, indirizzi. Ci si ritrova nelle stanze degli edifici in rovina, mentre l’unico modo per attraversare le città è la costruzione di passaggi che riparano dal nemico. Spesso si ricorre a tendaggi strategici, che non permettano al cecchino di prendere la mira.

“Tutto questo ti entra dentro e ti possiede. La mia terapia è continuare a immergermi nel Male. Ho visto uomini torturare bambini per quindici giorni spaccandogli tutte le ossa, ma tenendoli in vita scientificamente”. Noi vediamo l’Hollywood della Siria. Ma ciò che accade in quelle terre è ben più complesso, vi è una totalità dell’esercizio del Male sugli uomini.

La sconfitta del giornalismo

Lo scopo del giornalismo deve essere quello di fornire una testimonianza diretta. Se non si vive in prima persona un avvenimento, non si ha il diritto di raccontarlo. Ed è questo, infatti, l’unico modo per provare ancora a incidere sulla sensibilità delle persone. “È sbagliato separare l’atto giornalistico dall’esperienza umana, perché è quando queste entrano in contatto che si ha il passaggio dall’esperienza alla coscienza. Io devo commuovermi e suscitare nei miei lettori la stessa commozione”. Un giornalista deve raccontare che la vita è anche dolore, sofferenza, violenza, male, e non solo scrivere storie a lieto fine.

“Cosa ho ottenuto con gli articoli che ho scritto? Cosa resta oggi del mio lavoro?”, si chiede Quirico. “Se mi guardo intorno vedo solo guerre, morti in mare e partiti xenofobi che prendono milioni di voti. La verità è che il giornalismo ha fallito. Se la gente non conosce o non vuole sapere, la colpa oltre che della politica è anche dei giornalisti, che non sono più in grado di commuovere. Io stesso con il mio lavoro non ci sono riuscito, per questo mi ritengo responsabile quanto voi”. Il giornalismo contemporaneo è stato sconfitto dalla sua incapacità di narrare. Se la gente ha paura dei migranti, innocenti che sbarcano senza avere niente, è anche perché non si conoscono le loro storie. Le ingiustizie che vivono ogni giorno, l’odio che li perseguita. I giornali non sono riusciti a dargli un volto, per noi sono solo numeri o etnie.

Quirico non può non riferirsi alla guerra in Siria, paese a cui si sente fortemente legato e dove, nonostante sia stato tenuto prigioniero cinque mesi, continua a tornare. La guerra in Siria, infatti, è stata una gigantesca sconfitta del giornalismo. “Cosa ha fatto la stampa per la Siria? Nulla. Dopo anni di conflitto e migliaia di vittime, non siamo riusciti a mobilitare le persone. Neanche una manifestazione è stata fatta, nessuno che dicesse «non ci deve essere più nemmeno un morto»”.

Oltre il confine

Oltre il confine era il tema del Salone del libro di quest’anno. E Domenico Quirico sui confini ha un’idea ben precisa. “Io odio le frontiere, dover mostrare il passaporto quando viaggio. Il posto che più mi piace è il deserto proprio perché non ci sono confini. Davanti alla sua immensità si dimenticano le meschinità degli uomini. Nel deserto si possono percorrere chilometri senza incontrare mai un muro, un filo spinato, qualcuno che ti dica di fermarti”. Se i tuareg non conoscono confini, i migranti, invece, devono farci i conti ogni giorno. Ma hanno deciso di infrangerli e di ignorarli, mostrando tutta la debolezza delle frontiere. “I migranti sono i negatori viventi dei confini, li deridono e li immiseriscono con il loro camminare. Io amo i viaggiatori della Migrazione perché li hanno scavalcati e aboliti con determinazione, coraggio e speranza”.

Le responsabilità dell’Occidente

Occidente. Una definizione ormai priva di significato, esistente nella sua forma ma priva di concretezza. “Quali sono i valori che uniscono me e Trump? Nessuno. Non vi è appartenenza, solo coincidenze. La Russia è Occidente? La possibilità di poter acquistare la stessa auto in America o in Italia è Occidente? I responsabili della guerra in Siria sono coloro che accettano quest’ultima ridicola rappresentazione”. Cosa prevale tra democrazia e geopolitica? La seconda, senza dubbio. L’Italia, l’Europa intera, insieme ai soliti paesi, come Iran e Arabia Saudita, hanno permesso che centinaia di persone morissero nel silenzio, per comodità finanziaria e strategie politiche. Altrimenti non si spiegherebbe un progetto tanto folle quanto miope. È colpevole chi cerca di allontanare il problema geograficamente, chi afferma “aiutiamoli a casa loro”, ignorando che queste dinamiche ci riguardano da vicino. Oggi assistiamo a un’insensibilità totale, all’assenza di rimorso, di un comando etico proprio dell’essere umano. Misericordia laica, carità, sensibilità, commozione si rivelerebbero le risposte politiche più efficaci.

Incontro con l’autore

Ha detto che il giornalismo è in crisi perché non riesce più a commuovere le persone. Come si può fare per risolvere il problema? Qual è la strada che deve prendere il giornalismo?

“Il giornalismo, sostanzialmente, è selezionare ogni giorno nell’immensa quantità di avvenimenti che si verificano, scegliendo ciò che si ritiene importante. Ogni mattina in un giornale si fa questo lavoro di scelta tra il superfluo e l’indispensabile. Il criterio di selezione deve tornare ad essere rigorosissimo. Bisogna scartare tutto ciò che è chiacchiera, e di cui sono pieni i giornali. Non bisogna necessariamente riempire le pagine: non è il numero che conta, ma cosa ci metti dentro. Un pezzo scritto bene basterebbe, il resto è tutta roba inutile: l’esperto americano che si intervista spesso è un cretino, spesso ne sa meno di noi. Per essere un buon giornalista, quindi, si deve selezionare in modo impietoso ciò che conta, ciò che continuerà ad angosciarci o a interessarci per tempo. E bisogna rifiutare il concetto della velocità come aspetto fondamentale del giornalismo: non è importante dare la notizia per primo, se non hai verificato che è vera”.

Ma se non si riescono a commuovere e a mobilitare le persone è davvero solo colpa del giornalismo?

“In parte è responsabilità del giornalismo, in parte è dovuto alla crisi delle ideologie. La verità è che non c’è più coscienza, rabbia, non ci si indigna più. Magari pensiamo ad aumentare i nostri diritti, ma ci dimentichiamo che c’è gente che non li ha, neanche quello di vivere. Ai migranti non diamo neanche un pezzo di carta per potersi muovere, e questa è la più assoluta mancanza di libertà. Sono costretti ad aspettare senza poter fare nulla, rischiando di essere respinti dopo un anno. Occupiamoci di questo nei giornali. Non intervistiamo Salvini un giorno sì e un giorno no, andiamo davvero a cercare i migranti”.

Cosa ne pensa dei giovani volontari italiani che vanno a combattere in Siria con lo Ypg?

“Questa non è la tua guerra e non lo sarà mai. Quindi più che partecipare alla guerra facendola, io penserei ad aiutarli in altro modo. C’è gente che fa delle cose straordinarie per le persone che soffrono in quei paesi senza imbracciare il fucile. C’è qualcosa che non mi convince nella scelta militare. Penso sia più importante operare all’interno di ONG serie o aiutare nella ricostruzione. E poi è fondamentale informare, diffondere la coscienza della necessità di lasciar entrare coloro che fuggono dal proprio paese. Il viaggio è un diritto, non è una facoltà”.

Virgola

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