L’arte dei mascareri

Dalla produzione delle maschere ai mascareri: la sfida fra low cost e Made in Italy

Pantalone, Colombina, Bauta, Moretta e Gnaga sono solo alcune delle maschere tipiche dello storico carnevale di Venezia, considerato il momento di massima libertà e trasgressione sin dall’epoca della Serenissima.

“Buongiorno siora Maschera” è il saluto che si sente percorrendo le calli veneziane nelle settimane che affollano l’isola di turisti e cittadini: una grande illusione a cielo aperto, una festa in cui è lecito nascondere il proprio volto dietro una maschera di cartapesta, celando la propria identità. Vestiti sfarzosi, maschere di ogni tipo, cortei e volo dell’angelo: tutta la città si ferma pronta a festeggiare il tradizionale evento.

Sebbene la maschera venga ricollegata spesso al carnevale, originariamente non si utilizzava solo durante questo periodo: infatti era permesso indossarla dal giorno di Santo Stefano, data ufficiale di inizio del carnevale di Venezia, fino al martedì grasso che chiude il periodo dei festeggiamenti. In passato si usava mascherarsi anche durante le settimane dell’Ascensione o addirittura nelle feste ufficiali della Repubblica nelle quali però veniva consentito solo l’uso del tabarro e della bauta.

Nella foto il tabarro, mantello nero a ruota, e la bauta, maschera bianca che per la sua forma particolare permette di modificare la voce di chi la indossa

Con il passare dei secoli però, a causa dell’aumento di reati per i quali risultava impossibile identificare un colpevole, vennero progressivamente introdotte delle proibizioni e limitati gli accessi a chi fosse mascherato in determinati luoghi pubblici o privati.

Nonostante ciò, essa è da sempre il simbolo della cultura veneziana e delle sue tradizioni, oltre ad essere stata uno dei prodotti artigianali di maggior successo della città. Simbolo indiscusso del Made in Italy, la maschera ha assunto nel tempo un valore non solo culturale ma anche materiale, visto il procedimento seguito per la sua produzione.

Il materiale utilizzato per la produzione delle maschere è la cartapesta, fatta di carta di quotidiani o stracci che vengono dapprima macerati in acqua bollente e poi triturati. Dopo averli intrisi di collante (o colla di farina), tre strati di carta vengono pressati nei calchi di gesso che hanno la forma della maschera. I fogli utilizzati possono essere di carte semplici come quelle dei giornali ma anche di quelle più costose di cellulosa pura, maggiormente assorbenti e resistenti. La carta viene lasciata essiccare all’interno dello stampo per un paio di giorni, e solo successivamente l’artigiano procede con la decorazione che richiede altrettante tecniche specifiche e l’utilizzo di altri materiali come stoffe, piume o altri accessori.

Sebbene la cartapesta sia un materiale povero e di scarto essa risulta essere adatta alla realizzazione delle maschere grazie alla sua leggerezza, alla facilità nell’indossarla e nel modellarla, e soprattutto grazie alla sua resistenza.

Interno di una bottega veneta

Come si può evincere dalle varie fasi del processo produttivo, il mestiere dei mascareri richiede grande attenzione per i particolari, cura, pazienza e precisione. L’abilità manuale però non è l’unico aspetto importante per riuscire a creare una maschera fedele al personaggio che rappresenta: è infatti essenziale per gli artigiani studiarne a fondo la personalità per poter trasmettere quella forza comunicativa che rende le maschere immediatamente riconoscibili. La qualità del prodotto quindi è data anche dalla capacità di evocare il carattere e i tratti fondamentali del personaggio che rappresenta.

Una professione, quella del mascheraio, tramandata di generazione in generazione. Il primo statuto dei mascareri risale al 1436 ma questa figura professionale è andata diffondendosi rapidamente solo nel ‘700; in particolare nel 1773 si contavano ben 12 botteghe artigianali di maschere di cartapesta. Le tecniche utilizzate, il processo di produzione e i materiali impiegati per le decorazioni rendono le maschere degli oggetti unici e di estremo valore ai quale non si poteva rinunciare, nonostante l’elevato costo.

Negli ultimi anni però anche questo settore ha dovuto fare i conti con la crisi economica e con il cambiamento radicale del mercato a cui storicamente si rivolgeva, mettendo in difficoltà un settore di artigianato puro e vivo. Già da qualche anno infatti i commercianti hanno assistito a un calo delle vendite fino al 50%, un duro colpo alla cultura e tradizione stessa del territorio. Molti dipendenti dei laboratori hanno perso il lavoro e altre botteghe hanno chiuso, incapaci di sopportare i costi di gestione; altri invece hanno deciso di mantenere l’attività, lavorando però solo su ordinazione dei clienti.

Accanto a questi fattori, uno dei più grandi problemi degli ultimi decenni è rappresentato dalla spietata concorrenza tra le attività commerciali. Con la liberalizzazione del settore si è avuta una proliferazione delle vendite delle maschere da artigiani e rivenditori anche non propriamente del settore, arrivando a circa duemila punti vendita solo a Venezia. Molti di questi hanno iniziato a vendere un prodotto a prezzo più basso perché realizzato all’estero, in particolare Albania, Cina o Romania, dove la manodopera e i materiali costano meno. Lo spostamento della produzione verso l’est Europa e l’importazione del prodotto finito viene però venduto agli ignari turisti come prodotto veneziano: tutto ciò ha messo in ginocchio le storiche botteghe venete che continuano a garantire l’intera produzione all’interno della loro attività, mantenendo lo stesso rapporto qualità-prezzo di sempre. Un settore quindi che risente dello stile di vita odierno sempre più alla ricerca del low cost anche a scapito della qualità e della raffinatezza del prodotto.

La stagion del Carnevale
tutto il mondo fa cambiar.
Chi sta bene e chi sta male
Carneval fa rallegrar.

Chi ha denari se li spende;
chi non ne ha ne vuol trovar;
e s’impegna, e poi si vende,
per andarsi a sollazzar.

Qua la moglie e là il marito,
ognun va dove gli par;
ognun corre a qualche invito,
chi a giocare e chi a ballar.

Par che ognun di Carnevale
a suo modo possa far;
par che ora non sia male
anche pazzo diventar.

Viva dunque il Carnevale,
che diletti ci suol dar.
Carneval che tanto vale,
che fa i cuori giubilar.

Carlo Goldoni, La stagion del Carnevale, tratto dal dramma comico La Mascherata (1751)