La discesa in campo

Alessandro Magini
Jan 31, 2017 · 5 min read

Il videomessaggio con cui Silvio Berlusconi entra in politica

“L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti.” È il 26 gennaio del 1994, e con queste parole Silvio Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo”, in un videomessaggio registrato in casa sua e poi spedito alle redazioni dei principali telegiornali del paese. Tre di questi sono di sua proprietà, e saranno soltanto il Tg4 e Studio Aperto a trasmettere la registrazione integrale della durata di nove minuti e trenta secondi. I direttori dei Tg del servizio pubblico ne mandano in onda soltanto un riassunto. È un momento cruciale per la vita politica italiana, quel 1994. Due anni prima è esploso lo scandalo di Tangentopoli, la perdita di consenso e fiducia nei partiti tradizionali è irreversibile. Si scioglie la Democrazia Cristiana, e con lei l’intero sistema partitocratico italiano. Il leader del Partito Socialista italiano Bettino Craxi, raggiunto da una serie di avvisi di garanzia, fugge in Tunisia dove morirà da latitante. Si scioglie quindi anche il PSI, poi il Partito Liberale, quello Repubblicano e quello Socialdemocratico. Il Partito Comunista Italiano, in seguito al crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, ha cambiato nome nel ’91 con la svolta della Bolognina. Adesso si chiama Partito Democratico della Sinistra e nel suo simbolo la falce e il martello sono stati notevolmente ridimensionati, pur senza scomparire del tutto. È in questo clima di assoluta incertezza che il Cavaliere, già noto all’opinione pubblica per le sue attività imprenditoriali, irrompe nella scena politica. La decisione di fondare un partito, Berlusconi la accarezza già da qualche tempo. Le sue aziende sono in crisi e la Fininvest è coinvolta nelle inchieste della magistratura milanese. Ma la sua preoccupazione più grande è quella di perdere l’impero televisivo. Se fino a quel momento era stato Craxi, con una serie di leggi “ad personam”, a garantire Mediaset, con la caduta in disgrazia del leader socialista Berlusconi si sente scoperto nei suoi interessi. È lo stesso Craxi, prima di lasciare l’Italia per evitare l’arresto, a consigliare all’imprenditore milanese di fondare un partito. Ma nella galassia berlusconiana non tutti sono d’accordo con la scelta del capo. Ad opporsi sono Fedele Confalonieri e Gianni Letta, mentre a spingere per un ingresso nell’agone politico sono Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Con quel videomessaggio si gioca tutto: le elezioni sono fissate per il 27 e il 28 marzo, soltanto due mesi dopo la messa in onda del suo discorso.

La televisione è il suo mondo e Berlusconi sa come usarla. Sceglie un’atmosfera familiare e confortevole: è seduto sulla scrivania di casa, alle sue spalle le foto di famiglia con le figlie piccole e dei libri disposti volutamente in un leggero disordine, perché “sia chiaro che vengono usati, non sono lì per arredare” commenterà il giorno dopo su la Repubblica la giornalista Concita de Gregorio. Indossa un doppiopetto blu e una camicia bianca, blu anche la cravatta. La voce è seria, il tono solenne e l’espressione è severa, legge gli appunti da alcuni fogli che ha sul tavolo, ma sembra averli quasi memorizzati perché per lunghi tratti guarda fisso nella telecamera. Il primo attacco ad Occhetto, segretario del PDS e rivale alle prossime elezioni arriva dopo appena venti secondi dall’inizio del video: “Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.” E poi ancora: “Gli orfani e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del Paese (…) Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro telegiornali pagati dallo Stato, leggete la loro stampa. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna. Per questo siamo costretti a contrapporci a loro.”

La parola libertà è la più ricorrente, compare cinque volte nel discorso, undici se si considerano anche i suoi composti (liberale, liberista, liberaldemocratico). Poi c’è il richiamo alla nazione, con le parole Italia, italiano e paese presenti sei volte. I verbi più utilizzati sono vogliamo e crediamo, mentre a colpire di più, tanto da diventare un’espressione colloquiale nella lingua italiana, è “scendere in campo”, presa in prestito dall’ambito sportivo. Sorride solamente dopo sei minuti dall’inizio del video, quando, compiaciuto, annuncia il nome del nuovo soggetto politico: Forza Italia. Il secondo sorriso arriva nel finale, quando dopo l’ultimo passaggio, in cui promette di realizzare “insieme un grande sogno: quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno più prospera e serena più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo (…) un nuovo miracolo italiano”, si abbandona sullo schienale della sedia con espressione soddisfatta, di chi crede di aver fatto centro. Il messaggio è semplice, non ci sono passaggi sintatticamente complessi né proposizioni subordinate, mentre sono frequenti le ripetizioni e le frasi fatte.

Il giorno dopo le reazioni dei commentatori saranno sprezzanti, così come quelle degli avversari politici. Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, scrive che “Berlusconi è un grandissimo regalo fatto alle sinistre”, mentre Achille Occhetto reputa “risibile e inaccettabile il discorso di Berlusconi, che al massimo potrebbe gridare Forza Milan”. Sbagliano entrambi, il primo non immagina che il Cavaliere detterà l’agenda politica del paese per i successivi vent’anni, mentre il secondo di lì a poco perderà le elezioni contro la coalizione guidata da Berlusconi e si dimetterà dalla carica di segretario del partito. Ma a sottovalutare l’ingresso di Berlusconi in politica sono un po’ tutti. Nessuno sembra capire l’efficacia di quella cassetta, né la sua innovazione in termini di comunicazione. Eppure il passaggio dalla prima alla seconda repubblica sta anche in quel messaggio video: di colpo le tribune politiche con Moro, Berlinguer e La Malfa che rispondono in un italiano perfetto e complesso al tempo stesso alle domande dei cronisti parlamentari sembrano reperti di archeologia. L’imprenditore lombardo ha appena comunicato con milioni di italiani senza mediazione, è entrato nelle loro case in un rapporto diretto, non ci sono infatti domande di giornalisti né commenti. Ma solo un uomo che si presenta come “nuovo”, e che promette un futuro di prosperità senza entrare nei dettagli del suo programma, forte della sua potenza mediatica, della sua ricchezza e dei sui successi di imprenditore. Vent’anni dopo, Trump.

Il testo integrale del discorso

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