L’arte di essere felici

“Povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più”.

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Nel giugno del 2012 si tenne a Rio de Janeiro la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, a distanza di vent’anni dal summit della Terra (1992) tenutosi sempre nella città brasiliana, e per questo rinominato “Rio+20”.

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Un appuntamento rilevante al quale parteciparono numerosi leader mondiali, rappresentanti di Paesi, Ong, gruppi della società civile e dirigenti aziendali. Gli obiettivi della manifestazione erano diversi, dalla riduzione della povertà e delle ingiustizie sociali alla promozione della crescita economica garantendo, tuttavia, la tutela dell’ambiente. “Il futuro che vogliamo”, titolava la locandina dell’evento, attraverso uno sviluppo sostenibile. La cerimonia di apertura della conferenza venne inaugurata dagli interventi dell’ex Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, dell’ex presidente del Brasile Dilma Rousseff e da altri funzionari.

Esauriti i convenevoli prese parola l’allora presidente dell’Uruguay, José “Pepe” Mujica.

Figura storicamente rilevante, durante gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo, José Alberto Mujica Cordano aderì al Movimento di liberazione nazionale (Mln) “Tupamaros”, il cui nome venne ripreso dal romanzo “Ismael” (1888) di Eduardo Acevedo Díaz, scrittore e attivista politico uruguayano di fine ottocento.

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I “Tupamaros”, legati a storiche e romantiche figure latinoamericane come José Gervasio Artigas, protagonista della Rivoluzione del Río de la Plata del 1810, e Túpac Amaru II, a capo di una rivolta indigena contro gli Spagnoli del Perù coloniale nel 1781, furono un gruppo guerrigliero marxista-leninista ispirato dalla Rivoluzione cubana e per la difesa dei diritti dei lavoratori della canna da zucchero.

“Pepe”, tra le numerose azioni guerrigliere, partecipò nel 1969 all’occupazione di Pando, città adiacente alla capitale Montevideo, ricevette diverse ferite da arma da fuoco e fu arrestato quattro volte, l’ultima delle quali nel 1973, dopo il golpe militare organizzato dal presidente Juan María Bordaberry, rimanendo in prigionia per oltre dodici anni e venendo liberato solo nel 1985 allorché la democrazia costituzionale fu ristabilita. Durante gli anni ’90 fu eletto dapprima come deputato nella circoscrizione di Montevideo e poi, a ridosso del nuovo millennio, come senatore; nel marzo 2005 venne nominato Ministro dell’agricoltura e solo quattro anni più tardi, il 29 novembre 2009, dopo aver sconfitto al ballottaggio l’esponente del Partido Nacional, Luis Alberto Lacalle, fu eletto presidente dell’Uruguay.

Il 20 giugno del 2012 l’ex guerrigliero Tupamaro prese parola alla conferenza delle Nazioni Unite. Salì sul palco rialzato cosicché tutti potessero osservarlo. Prese posto dietro un grosso leggìo blu raffigurante la bandiera delle Nazioni Unite, che ne copriva quasi totalmente la figura, lasciando scoperto solo il volto e la testa canuta. La grande sala delle conferenze si riempì di un silenzio totale, come se i presenti fossero consapevoli che, da lì a qualche minuto, sarebbero stati testimoni di uno dei discorsi più belli e significativi della storia. Avvicinò con le mani i due microfoni posti sopra il leggìo e, dopo una breve pausa, iniziò il proprio discorso ringraziando tutti i presenti, il presidente Rousseff e il popolo brasiliano.

“Esprimiamo la profonda volontà, come governanti, di sostenere tutti gli accordi che questa nostra povera umanità possa sottoscrivere, tuttavia permetteteci di fare alcune domande a voce alta”. Parole umili e decise con le quali il presidente uruguayano cominciò la sua orazione, che lasciavano trapelare preoccupazione sul destino di “questa nostra povera umanità”.

“Cosa succederebbe al pianeta se gli indù, in proporzione, avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare?”.

Mujica volle sottolineare come l’inquinamento atmosferico mondiale tenda ad aumentare sempre più, causando un surriscaldamento globale continuo e provocando lo scioglimento dei ghiacciai, causa ultima di disastri naturali in ogni anfratto della Terra e dell’estinzione di varie specie animali. Le opulente società occidentali hanno promosso un modello di sviluppo che, se fosse realizzabile per tutti gli abitanti della terra, provocherebbe il collasso del pianeta.

Questa considerazione fece giungere Mujica all’affermazione che “la sfida che abbiamo davanti è di una portata di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica!”.

Una crisi politica e sistemica, che ha contribuito alla crescita di una società corrosa dall’avidità e inquinata dalla competizione. Abbiamo creato questa civilizzazione nella quale viviamo, figlia del mercato, figlia della competizione e che ha portato un progresso materiale portentoso ed esplosivo. Ma l’economia di mercato ha creato una società di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione. Stiamo governando la globalizzazione o è la globalizzazione che ci governa? È possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?”.

Il sistema di mercato che l’uomo ha portato alla ribalta, che ha preso come modello di sviluppo, non solo ha sovvertito i rapporti di forza, ponendo gli uomini stessi in posizione subalterna alle forze finanziarie ed economiche, ma li ha anche svuotati della propria umanità riportandoli allo Stato di natura hobbesiano nel quale ogni uomo è lupo per il proprio simile. La critica all’economia di mercato è totale.

“Il problema è il mercato perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta e così rimaniamo in un circolo vizioso. […] Ma questo iperconsumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. Non possiamo continuare, indefinitamente, ad essere governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato”.

Allo stesso modo pose sotto accusa la concezione capitalistica del lavoro, inteso non come realizzazione esistenziale dell’uomo ma come strumento utile al sostentamento di una civilizzazione dedita all’iperconsumo irrazionale e ingiustificato.

“I miei compagni lavoratori lottarono tanto per le otto ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le sei ore. Colui che lavora sei ore poi cerca due lavori, pertanto lavora più di prima. Perché? Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra…e la vita gli è già passata davanti. È questo il destino della vita umana?”.

Solo dopo aver sviluppato questi concetti, rilevanti ma collaterali, giunse ad esternare la propria idea sul senso della vita. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e fugge via, rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare”.

Nella semplicità di quelle parole riassume come la cecità di pochi, dettata dal profitto, sia divenuta morbo per tutti. È la felicità il fine ultimo dell’uomo. Tutto ciò che l’uomo può controllare, come il mercato, dev’essere in funzione della felicità umana e non il contrario. Conseguenzialmente, una gestione razionalizzata del mercato, figlia di una chiave culturale differente, entrerebbe in piena armonia con il rispetto e la tutela dell’ambiente.

“Lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore per laTerra e delle relazioni umane. Precisamente, perché questo è il tesoro più importante che abbiamo, la felicità”.

Testo integrale del discorso

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