Le maschere

“Dimmi che maschera indossi, ti dirò che volto hai” — Cortazar

Anna è una donna minuta. Novant’anni di racconti, quarantacinque chili di ricordi che dormono in un campiello di Venezia.

Adora il Carnevale. Mette lo stesso abito da anni. È di velluto rosso, ampio, con una crinolina e merletti sulle maniche. Indossa sempre una parrucca di boccoli bianchi, un ventaglio e una maschera dorata.

Per strada la gente la guarda: lei seduce sorridendo con gli occhi.

Non parla quasi mai: la voce la tradirebbe. Accentua solo lo sguardo nascosto, lascia sprofondare le rughe negli occhi sorridenti. Cammina ancora veloce, solo il vestito la rallenta.

Ha labbra asciutte, sono sempre state così. In quei giorni ringiovaniscono. E non per il rossetto rosso. Per civetteria.

A Carnevale Anna seduce, ammalia, guarda tutti, affascinante. Non più nonna, né madre, né moglie. È una giovane dama del ‘700.

Ha una settimana per essere un’altra persona.

Un nuovo modo di vivere se stessi, per avere un’altra chance pur mantenendo la propria individualità. Un travestimento oltre le barriere, un espediente per accomunare tutti i ceti sociali e tutte le età. Per esorcizzare, curare, realizzare un sogno. Una maschera per diventare una principessa, un pirata, una mucca. Per vincere una paura o per entrare in contatto con un mondo che altrimenti ci brucerebbe, che non ci accoglierebbe nudi.

A Carnevale il re diventa povero, la vecchia torna bambina. E che succede se il leone si imbatte nel cacciatore? E quando la cheerleader incontra il giocatore?

Le maschere come un modo per trovare un’intesa a pelle, per riconoscersi in chi ha deciso di scegliere la nostra stessa finzione. Le maschere per completarsi e avvicinarsi, la bottiglia e il vino, il ketchup e la maionese, la spina e la presa di corrente. Eleganti, triviali, specchio della società, strumenti per essere per qualche giorno senza schemi.

E nei libri?

C’è Cortazar che vede le maschere come cicatrici, Tolstoj che le prende come rifugio contro l’incapacità di riconoscersi, Pirandello che ne trova centomila in ogni uomo, imposte dalla società per nascondere il nostro, unico, nessuno.

Nel teatro greco avevano una funzione magica. Le maschere trasformavano la persona che le indossava, fino al punto di farla diventare un essere divino. Erano segno delle tappe fondamentali della vita, simboli da utilizzare nei riti di passaggio, parte integrante delle cerimonie dionisiache. Indossando le maschere gli attori non interpretavano una parte, ma diventavano re, satiri, schiavi, animali, dei, demoni. E non solo.

La maschere servivano anche a dominare gli spiriti della natura e a condizionarli a proprio favore. E se Wilde sosteneva che solo con una maschera l’uomo potesse dire la verità, Shakespeare cercava quella che si adattasse alle sue intenzioni nascondendolo al contempo.Per Nietzsche, invece, le maschere “crescono continuamente intorno ad ogni spirito profondo grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”.

“Magari avessi anch’io l’età per farlo” .

Disse una signora guardando Anna davanti Piazza San Marco.

Lei sorrise dietro la maschera dorata.

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