Panarchia: un innesto culturale

Oltre il confine di chi i confini non li vede

“ La libertà ha i suoi inconvenienti e i suoi pericoli, ma alla lunga finisce per giovare sempre” [M. A. Deschamps].

Un innesto culturale è il termine più appropriato visto che vi parlerò dell’illuminazione ideologica di Paul Émile de Puydt, un botanico belga, appunto, che nel 1860 pensò la panarchia.

Venerdì 19 maggio 2017, Salone Internazionale del Libro di Torino, Sala Avorio, una delle stanze più piccole dell’evento, quasi fossimo una setta in fase di nascita, qui ho avuto il mio primo approccio con questa metodologia. All’ incontro hanno partecipato molti tra scettici, curiosi e speranzosi di nuove idee, tutti intenti ad ascoltare la presentazione della prima antologia italiana (seconda al mondo) sulla panarchia, curata da Gian Piero de Bellis.

Forse sarebbe meglio però dover fare le dovute spiegazioni, cos’ è quindi la panarchia?

Il panarchismo è una filosofia politica che enfatizza il diritto di ogni individuo a unirsi e lasciare liberatamente la giurisdizione di qualsiasi governo abbia scelto. É una causa con mille domande da proporre, per riassumere è l’idea che possano coesistere, nello stesso territorio, vari sistemi politici e varie giurisdizioni, principio già esistente in Italia: ad esempio la legge italiana poi la legge sportiva, quella stradale ecc, questo si chiama pluralismo giuridico, quindi non è così assurdo da pensare.

La panarchia, secondo Aviezer Tucker, sarebbe la risposta alla crisi del cosiddetto Stato westfaliano. Nel 1648, la Pace di Westfalia aveva chiuso la stagione delle guerre di religione europee ratificando un principio formulato un secolo prima ad Augusta ed espresso nella massima Cuius regio, eius religio. Vale a dire: alla popolazione stanziata entro ogni territorio corrisponde un sistema di regole da rispettare, protestante oppure cattolico, secondo la confessione del sovrano. E a ogni sovrano, inoltre, è dovuto il riconoscimento da parte degli altri sovrani, che devono guardarsi dall’ interferire nei reciproci affari.

Se il XX secolo ha segnato la crisi westfaliana, ovvero la crisi dello Stato-nazione, comportando una condizione di “sovranità limitata”, determinata da rapporti di forza geopolitici, il XXI sembra annunciare il suo definitivo tracollo. Un multiculturalismo ipocrita e incapace di darsi un sistema di norme fondamentali. Nelle parole di Bauman: “Un sistema che riconosce la legittimità di culture diverse dalla nostra, ma ignora o rifiuta quanto vi è di sacro e non negoziabile in tali culture. Questa mancanza di autentico rispetto risulta profondamente umiliante”.

È per questo che, secondo i “panarchici”, la riflessione sulla coesistenza tra ordinamenti giuridici diventa urgente. Le differenti culture evidentemente continuano a esistere, ma non ci sono più frontiere capaci di separarle.

Uno dei relatori dell’incontro è stato Leonardo Caffo, filosofo e saggista italiano che si è offerto di farci comprendere qualcosa in più.

Reputi la panarchia una metodologia fattibile?

“La panarchia è connessa all’ anarchia, Thoreau il mio filosofo preferito era un convinto anarchista. L’idea che si possa vivere in micro comunità non statali la dove il governo coincida con l’autonomismo morale, mentre la panarchia è un po’ diversa, non è l’eliminazione dei governi ma è l’idea che ci si possa attaccare e staccare a un governo a piacimento e sulla base dei propri spostamenti e delle proprie esperienze di vita. Facendo un esempio, c’è una connessione con lo Stato di Israele, che ha concepito una sovranità senza un territorio che lo coincide, prima di aver riconosciuto la sovranità territoriale post seconda guerra mondiale in qualche senso il popolo di Israele esisteva già però era scorporato dai confini un popolo quindi che andava al di là dei confini, la panarchia istituzionalizza queste cose. Nella sua follia è una delle poche idee radicali applicabili, non nel senso forte del termine, noi accettiamo che lo Stato possa eccedere i confini territoriali che ha. A macchia di leopardo se uno andasse a sommare tutte le ambasciate italiane in giro per il mondo il territorio italiano sarebbe più grande del territorio italiano, “l’Italia è più grande dell’Italia”, è una frase vera. Tu pensa se noi avessimo la possibilità di attaccarci e staccarci dai governi come una cittadinanza mobile e sulla base dei governi in cui arrivi diventi di quel governo. Thoreau inizia “disobbedienza civile” dicendo “ il migliore dei governi è quello che non ci governa” ma in attesa che questo accada”il miglior governo è quello che ci governa meno. La panarchia prende alla lettera queste cose, l’idea di farti decidere come e da chi farti governare in base alla tua storia ed esperienze di vita, sarebbe un buon modo per risolvere l’immigrazione, diventerebbe come se fosse nato un nuovo bambino e nient’altro.”

In Italia è applicabile?

“Le teorie radicali sono tutte inapplicabili se no non sarebbero tali ma il vantaggio e che sono talmente radicali che tu le puoi utilizzare per fare qualcosa che prima non ti aspettavi. La prima cosa che bisognerebbe fare è rafforzare l’autonomismo morale che in Italia è molto debole. Affinché si possano sviluppare concezioni panarchiche deve essere forte la capacità di autolegiferarsi, tu sei costretto a farti legiferare sempre da un ente esterno, se sei omosessuale, se vuoi morire, se non ti vuoi fare vaccinare, ad esempio, io sono fermamente convinto che i vaccini servano però sono dell’idea che uno debba autolegiferarsi, se uno vuole morire deve poter morire, il dominio del corpo è tuo. Questa collana è una selezione di idee completamente fuori dal tempo perché servono a ragionare a qualcosa, ci sono cose della panarchia che di per sé non sembrano servire così tanto come per esempio “nessuna tassa senza il consenso espresso dell’individuo” cosa vuol dire, è ovvio che tu debba pagare delle tasse anche se non c’è un consenso, significa però che tu non debba partecipare a cose che ledono il tuo autonomismo morale, per esempio se qui paghi le tasse e con le accise stai pagando ancora la guerra in abissinia a me non va bene, è chiaro che ogni sistema legislativo debba esplicitare ciò che si sta pagando.”

Ho letto che ci sono connessioni con la “società liquida” di Bauman, che ne pensi?

“Io sono convinto che la nostra sia tutto tranne una società liquida anzi è rigidissima, soprattutto per chi è povero. Per esempio, visto che il tema sono i confini, perché si costruiscono muri ovunque se oggi si può prendere l’aereo? Perché c’è chi non può volare come i poveri o i migranti. È rigida perché se dallo stato viene presa una decisione su cui io non concordo devo essere costretto a seguirla. Per esempio c’è stato quel ministro che voleva reintrodurre il servizio militare, c’è un punto della panarchia che dice “nessuna coscrizione militare”, nella mia teoria morale c’è pacifismo tu non puoi costringermi a sparare. I panarchici hanno il grande sogno del pacifismo, del disarmo, ma dov’ è l’errore del libro e della teoria? La presupposizione che l’uomo sia intelligente, in micro comunità si può star bene perché ognuno sa cosa vuole, il punto, lo diceva anche Platone, davvero uno sa cosa vuole? Allora è chiaro che la prima battaglia è culturale, cercare di far capire perché è giusto rafforzare l’autonomismo e indebolire lo statalismo. La panarchia non è contro il governo, ma contro lo Stato che è ben diverso. Tu stai delegando la possibilità del vivere comune a un ente terzo.Confine vuol dire due cose, da un lato vuol dire confinare dall’altro è con-fine, finire insieme. Vuol dire considerare la vita senza costrizioni, queste hanno senso quando c’è immortalità non mortalità.”

Lo scopo di questo libro non è promuovere la panarchia. Da un punto di vista è un tema interessante della storia del pensiero politico, da un altro punto di vista, le frontiere, la nazione, il diritto, tutte una serie di principi che vengono messi in discussione. Testi che vanno dal 1849 a quest’anno. È un libro appassionante perché ci sono testi sconosciuti mai pubblicati spuntati dal nulla., da autori di provenienze diverse. Durante l’incontro l’autore Gian Piero de Bellis ci spiega la sua panarchia:

“il libro è un insieme di testi e paratesti che accompagnano e incuriosiscono, alcuni hanno detto e scritto cose sulla panarchia senza sapere che essa stessa fosse esistente, anche Paul de Puyd ha scritto della panarchia prendendo spunto dalle idee di Gustave de Molinari un altro belga. Lo scopo di questo libro è vedere l’opportunità che si possa vivere senza uno Stato circoscritto, come fosse un utopia ragionevole, noi siamo tutti figli del feudalesimo, la società moderna non si ritrova più in queste ideologie, siamo passati dal micro-feudalesimo al macro-feudalesimo dello Stato-nazione. Dovremmo passare in una terza fase in cui il territorio esiste ma non esiste il territorialismo quindi il monopolio dello Stato sul territorio. In questo testo si discute anche di sicurezza, una sicurezza sociale che diventa autonoma, che puoi cambiare in base ai tuoi bisogni e necessità, con agenzie in emulazione fra di loro. La panarchia voglio chiarirlo non è un ideologia ma è una metodologia, non va a concorrenziare altre idee come anarchia, populismo o altro. La tolleranza religiosa non è una nuova religione ma è permettere a tutti di seguire il proprio credo. Perché non può esserci la tolleranza politica? Nel momento in cui lo Stato perdesse il monopolio sarebbe un metodo fattibile, con agenzie che offrono servizi che ognuno sceglie autonomamente per se. Non appaia che la panarchia sia un qualcosa che non voglia il governo, ci possono essere delle panarchie estremamente organizzate con deleghe ad una attività centrale che gestisce i metodi di un certo gruppo panarchico, comunità volontarie non territoriali.”

Ma la panarchia è conosciuta nel mondo?

Ci risponde Raffaele Alberto Ventura direttore della collana che segue la questione: “Eschaton”, presente anche lui come relatore dell’incontro.

“La panarchia sostanzialmente non esiste, esiste un piccolissimo gruppo di persone, in un libro scritto l’anno scorso nel mondo anglosassone. Questa è la prima antologia sulla panarchia in lingua italiana, io penso che potrà sedurre molte persone, qui ci sono delle basi e dei luoghi comuni abbattuti. Nella panarchia ci possono rientrare molte strade, dal liberale, dall’anarchico al comunitarista, questa è una storia che inizia adesso.”

Hai scritto molti saggi, presto raccolti in un libro, intitolato “teoria della classe disagiata”, c’è un ponte con la panarchia?

“Questi studi prevedono la diagnosi di un problema che riguarda i giovani ma è vero che c’è un ponte. La panarchia è un modo di restituire all’individuo e soprattutto ai gruppi sociali, una serie di cose che sono state via via esternalizzate al mercato e allo Stato. La panarchia è un’idea che si possa costruire un contesto di convivenza che non sia necessariamente vincolato alla legge ma che i gruppi sociali abbiano una capacità spontanea all’auto organizzazione. Questo è collegabile alla classe disagiata perché uno dei punti del disagio è quello che Émile Durkheim chiamava “l’anomia”. Fondatore della sociologia, scrive un libro sul suicidio e in un capitolo influente parla del suicidio anomico, quello dove non c’è una vera spiegazione, ed è una cosa che centra molto con questa teoria, il tema dei suicidi esiste ed il disagio è una parola che ha più connotazioni. L’anomia è una forma di spiegazione di questo disagio, cioè la disarticolazione delle norme sociali che lascia l’individuo abbandonato a se stesso, Durkheim analizza come questa condizione sia abbastanza caratteristica del tempo come una condizione dove un individuo si trova da solo di fronte allo Stato e al mercato (istitituzioni fredde) con una competitività che spinge continuamente a darsi aspettative che non sempre sono raggiungibili per tutti. Una società che permette una mobilità ascendente implica che ce ne sia una discendente, una lotteria dei vincitori e dei perdenti. Quindi la panarchia come sistema politico che restituisce a certi corpi sociali intermedi un ruolo politico importante, rientra in un contesto in cui il disagio individuale trova degli sfoghi e può trovare dei dispositivi di regolazione che oggi per gran parte sono venuti a mancare.”

C’è un confine da superare?

La panarchia immagina che i confini siano qualcosa di parzialmente desueto. Non immagino una società in cui tutto va bene, è chiaro che ci siano tensioni sociali oggi, una forte domanda di confini, io penso che non serva barricarsi nello Stato-Nazione, per me la panarchia può essere un’idea per aiutarci a ripensare l’Europa, una zona al di fuori dei suoi confini territoriali.

Io penso che la panarchia è comunque un’idea per aprire una dimensione che non richiede confini e nazioni ma un rapporto diverso fra individui.”

Per concludere, se avete capito ben poco della panarchia non temete. Potete chiamarla, ideologia, metodologia, metafora, pensiero non importa, la panarchia accoglie tutte le menti e tutti i pensieri è un idea “fuori moda” che al giorno d’oggi è tornata alla ribalta, grazie alla dedizione di pochi studiosi che credono in questa idea. Essendo stata riesumanta non ci resta che aspettare gli sviluppi di continue ricerche fuori dal tempo per riprenderci il nostro presente.

Un ultimo piccolo aiuto tratto dal libro,(pagina 136 del libro Panarchia: un paradigma per una società multiculturale) cosa significa la panarchia (1986).

  • Nessuna tassa senza il consenso espresso dell’individuo;
  • Nessun potere dominante a meno che non sia voluto da alcuni individui e solo per loro;
  • Nessuna decisione a maggioranza, eccetto che per coloro che l’accettano e solo per loro;
  • Nessuna coscrizione militare;
  • Fine dell’essere considerati bersagli in una possibile guerra nucleare;
  • Fine dei confini nazionali e di qualsiasi nemico della nazione;
  • Fine di qualsiasi monopolio o privilegio economico o politico. Rimangono solo quelli che sono basati sul consenso unanime di coloro che li vogliono e sono praticati solo a loro spese.