Il paradosso dell’adattamento: l’ambiente si ribella

Niccolò Manzoni
Apr 29, 2019 · 7 min read

Il rapporto tra l’uomo e la natura ha attraversato diverse letture con l’evoluzione del pensiero filosofico e scientifico. Visioni che ci pongono come esseri viventi dotate del diritto di esercitare il dominio sugli altri e sull’ambiente sono state alimentate in parte dalla religione, in parte dal progresso tecnologico. D’altro canto, esistono anche prospettive che supportano l’armonia tra la natura e i suoi abitanti e non vedono un reale confine tra noi e il mondo esterno. Ciò che sorprende è osservare come due idee così diverse possano convivere nello stesso contesto socio-culturale, permettendo così l’esistenza di posizioni radicalmente in contrasto ma perfettamente riconducibili a schemi di pensiero già esistenti. Non è forse il dibattito attorno alla salvaguardia dell’ambiente uno dei più attuali e urgenti di questo decennio?

L’AMBIENTE SI STA RIBELLANDO

Se dobbiamo pensare alla razza umana come una specie abbastanza giovane — rispetto a molte altre presenti sul nostro pianeta — e se volessimo valutare il nostro rapporto con il mondo, occorre pensare a cosa significava vivere 10.000 anni fa. Le minacce della natura, le carestie, i predatori, la vita più breve, l’assenza di medicine: tutti questi elementi hanno stimolato il progresso nel fronteggiare le sfide alla sopravvivenza, pur determinando tutta una serie di conseguenze a livello sia psicologico che ambientale. Tutto è iniziato con lo sviluppo dell’agricoltura, della metallurgia e delle prime civiltà: oggi l’impatto della tecnologia, che rappresenta ormai la nostra principale strategia di sopravvivenza e adattamento, ha trasformato noi e il mondo in cui viviamo, creando nuove sfide per l’essere umano. Come ho accennato nel mio precedente articolo sugli wearable devices, ci piacciono gli angoli, la geometria: è una nostra tendenza ‘naturale’, che ci spinge alla ricerca di un ordine superiore in armonia con un principio matematico. Stiamo trasformando l’ambiente in una fantasia quantificabile, quasi come se non ne fossimo parte, come se fossimo geometria pura. Eppure noi somigliamo più alle piante e all’erba, piuttosto che ai palazzi, alle ferrovie e ai computer per ora. Malgrado ciò, sembra che vogliamo sempre più trasformare il mondo e noi stessi, forzando il pianeta ad assecondare il nostro disagio.

Siamo passati dal subire l’ambiente a imporgli i nostri bisogni, ma ora sta iniziando a ribellarsi.

Sono cambiate molte cose, inclusa la nostra percezione del necessario. È davvero qualitativamente migliore la vita di oggi o sono semplicemente aumentati i nostri bisogni? E soprattutto: siamo in grado di comprendere le conseguenze del nostro modo di vivere/produrre/consumare e trasformarle in azioni concrete di adattamento, piuttosto che di rassegnazione o diniego? Occorre sicuramente agire, ma con coscienza, dopo aver pensato e identificato una direzione.

SPEZZATI TRA IL BISOGNO DI CERTEZZE E IL ‘PANTA REI’

ra i negazionisti, i realisti e i pessimisti, è interessante notare come le diverse sfumature psicologiche di queste posizioni derivino dalla stessa cosa: la paura dell’incertezza.

Stiamo attraversando il paradosso dell’adattamento: siamo di fronte alle conseguenze ambientali degli strumenti e tecnologie che, a loro volta, sono stati sviluppati per rendere la nostra vita più semplice. Sarebbe riduttivo pensare di chiudere la questione affermando semplicemente che dalla soluzione di ogni problema ne nasce uno nuovo e, per gli amanti della retorica, sarebbe anche una contraddizione in termini, dal momento che porrebbe un’altra domanda importante: esistono soluzioni che durano? Riformulata in una maniera più radicale ma, forse, più onesta, quello che questa domanda pone in dubbio è l’esistenza di una certezza, di una verità ultima a cui arrivare. Una speranza che sicuramente appartiene a ogni essere umano e che guida la ricerca scientifica tanto quanto quella spirituale e che, tuttavia, si pone in contrasto un altro aspetto fondante e molto più mutevole della realtà. Viviamo nel cambiamento e, forse ,come specie siamo quella che lo rappresenta meglio, anche se non sempre lo affrontiamo serenamente. Questa è l’unica certezza di cui siamo in possesso e che alimenta le nostre paure, crescendo in rapporto direttamente proporzionale con il numero di problemi che risolviamo attraverso l’evoluzione: con l’aumento dei bisogni percepiti e, di conseguenza, dei tentativi di assecondarli, anche l’angoscia ha un’immancabile ruolo nell’interminabile impresa di mettere ordine nel caos.

Percepiamo un dualismo, una separazione tra la spinta a creare un senso e la consapevolezza che quel senso sarà temporaneo. È proprio questa consapevolezza a generare una quantità non indifferente di angoscia, a cui si può reagire in diversi modi: accettandola e aumentando la resilienza o utilizzando altre difese psicologiche. In particolare, visto che l’imprevedibilità è la vera fonte di inquietudine, un modo per sopportarla è rendere prevedibile uno shock o un evento negativo. Diversi esperimenti hanno infatti dimostrato che, somministrando una scossa a un numero di soggetti, il gruppo che sapeva quando l’avrebbe ricevuta mostrava un’attivazione fisiologica minore, spaventandosi di meno. Quindi paradossalmente, traiamo conforto quando siamo noi artefici di una sventura che ci colpirà in maniera più o meno devastante: a livello cerebrale, la consapevolezza dell’evento stressante corrisponde all’attivazione della nostra corteccia prefrontale e a una deattivazione delle parti limbiche e più emotive. Questo discorso vale per tante cose anche più a lungo termine, tra cui il vizio, l’autosabotaggio, le cattive abitudini e il procrastinare. Lo stessa tendenza ci aiuta a spiegare il nostro ancora esitante approccio all’emergenza dell’ambiente. Si tratta di un modo inconscio per avere controllo sull’ansia legata all’incertezza del futuro: nella paura di un destino che non si vuole far realizzare non si fa niente per evitare che accada, rendendolo un atto volontario. È una specie di ribellione all’incertezza, cercando di sentirsi potenti, di avere voce in capitolo e controllo su qualcosa: uno schema di pensiero e di comportamento che si ritrova in molti atteggiamenti, correnti di pensiero, movimenti politici e culturali che, consapevolmente, lottano per la separazione e per la distruzione. A modo loro quindi, stanno disperatamente cercando di mostrare a se stessi e al mondo che esiste una certezza realizzabile, quella del caos, e di ridicolizzare i tentativi degli altri di avere fede nell’ordine e nel mistero fondante della vita.

Tornando alla questione ambiente e senza perderci in ulteriori insight nei meccanismi di autosabotaggio dell’essere umano, l’unica vera ragione per rimandare la presa in mano della situazione è l’ansia. Al contrario, prendere volontariamente la scelta di andare in contro alla ragione dello stress ci pone in una posizione diversa, offensiva e non difensiva, attivando il sistema fisiologico che ci predispone alla ‘lotta’. A questo proposito, sono già numerosi, seppur insufficienti, i fronti su cui si sta combattendo la battaglia della conversione di molte fonti di inquinamento per il pianeta.

IL POTERE INDIVIDUALE

Tra l’ingegneria climatica e planetaria, la riduzione emissioni, la diffusione delle pratiche di riciclo e la ricerca nelle energie rinnovabili, si può dire che la battaglia per la salvaguardia dell’ambiente è iniziata. Esattamente. Siamo appena all’inizio, per diverse ragioni. Non è semplice capire a cosa dare priorità, sia per ragioni politiche che economiche, nell’azione concreta. Tuttavia, i fattori che frenano sono spesso dettati da criteri molto a breve termine e piuttosto relativi al presente, senza considerare troppo le conseguenze di queste scelte. Sicuramente, ciò che rallenta di più la transizione a un tipo di vita più sostenibile è la mancanza di una vera posizione condivisa, probabilmente dettata dal fatto che la responsabilità è troppo diffusa. Essendo qualcosa che colpisce tutti, la tendenza psicologica più immediata è vedere il problema come collettivo, piuttosto che come qualcosa che ci tocca in prima persona, e questo ci rallenta sia nella riflessione che nell’azione.

Quello che manca è la consapevolezza del potere individuale delle persone, dei gruppi e delle aziende che possono dettare dei trend e delle nuove direzioni.

C’è il bisogno di diffondere una vera e propria cultura in questo senso, anche se non c’è troppo tempo. Occorre però trovare un meccanismo psicologico per far adottare alle masse delle nuove abitudini di consumo e comportamento. L’idea di un indice di ecosostenibilità, legato alle scelte individuali di consumo e spostamento, potrebbe stimolare la consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte e della propria responsabilità. A questo proposito esistono già dei tentativi di questo tipo, ma sono ancora a uno stadio iniziale (questo sito permette di calcolare la propria impronta ambientale). Il sistema politico-economico, il valore dei materiali, dei lavori e delle attività, l‘insieme di credenze/norme di base della cultura di riferimento: tutti questi fattori convergono nel determinare il risultato finale.

Innalzare la coscienza di massa è un lavoro difficile, da operare attraverso educazione, media e iniziative collettive. Noi di VISIONARI incoraggiamo attivamente la presa in mano della situazione attraverso un dialogo aperto riguardo alle direzioni da prendere sia a livello pratico che a livello di consapevolezza individuale e, successivamente, collettiva.


Niccolò Manzoni, Dottore in Clinical Psychology for Individuals, Families and Organizations presso Università degli Studi di Bergamo


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