Sessualità, tecnologia e sexbots: parafilie 2.0 o preludio di una trasformazione antropologica?

Niccolò Manzoni
Aug 27, 2019 · 12 min read

Chi avesse letto il mio ultimo articolo sull’educazione magari ricorderà il breve ma necessario accenno alla sessualità e all’affettività che, in relazione anche all’impatto della tecnologia sulle relazioni, diventeranno — e già lo sono — uno dei temi su cui sarà necessario lavorare con le nuove generazioni. L’esigenza di aprire un dialogo su questi argomenti è forte e chiara a fronte di alcuni fenomeni che mostrano tendenze apparentemente opposte ma in forte correlazione: se da un parte, tramite i media, assistiamo a una sessualizzazione di ogni contenuto e forma di intrattenimento, dall’altra iniziano a comparire preoccupanti conseguenze di questa tendenza che attirano la nostra attenzione, specialmente a livello clinico.

La progressiva pornografizzazione sta portando paradossalmente a una perdita di interesse in quello che è veramente il sesso, un atto con valore intrinseco non solo a livello biologico ma anche relazionale e sociale.

A fare da contorno a questo scenario ci sono il terrore dell’intimità e le angosce legate al proprio corpo, ragioni che spingono un Hikikomori — temine giapponese che indica il fenomeno del ritiro sociale, particolarmente diffuso in Giappone soprattutto tra i giovani ma non solo — a chiudersi nella sua stanza e a isolarsi dal mondo. Come muoverci quindi di fronte a questo sostanziale paradosso?

Se noi possiamo lecitamente avere dei dubbi, certamente il mercato non ne ha nel cogliere quello che è un bisogno di consumo, senza troppo interrogarsi sulla sua origine e sulle possibili implicazioni a livello sociale — come se internet e la tecnologia non avessero già avuto un impatto significativo sulle relazioni, sulle dinamiche psicologiche e sull’equilibrio biochimico del cervello. A partire dai social e dal materiale pornografico online, i sexbots altro non sono che il coronamento dell’innovazione in questo settore. Si tratta di qualcosa ben diverso da un sex-toy (oggetto privo di sembianze umane) o dalle bambole gonfiabili (umanoidi inattive e non intelligenti): parliamo di robot con sembianze umane dotate di intelligenza artificiale, capacità di movimento e una personalità. Oggi tali prodottisiamo sicuri che sarà questo il termine con cui ci riferiremo ad essi? — sono ancora in fase di test e sviluppo, sebbene nel web si trovi qualche fonte che afferma l’esistenza di bordelli con personale composto già di sole bambole robotiche. I pionieri di questa industria promettono che questi bots saranno in grado di percepire il mondo attorno a loro per fornire un’esperienza sessuale il più possibile realistica, oltre a saper interpretare e rispondere a stimoli dell’ambiente. Inoltre, pare ci siano alcuni possibili vantaggi che potrebbero derivare dalla diffusione di questi prodotti, tra cui la riduzione delle malattie sessualmente trasmissibili, della violenza, della prostituzione e del traffico di corpi; potrebbero inoltre avere un valore terapeutico per l’assistenza disabili o per pazienti con disfunzioni sessuali (a un livello puramente comportamentale). Tuttavia, per sostenere realisticamente affermazioni di questo tipo, è necessario un investimento significativo sulla ricerca in questo settore che, forse per la precocità di questo discorso, forse per un fattore di priorità che viene data ad altre questioni, ad oggi ancora manca.

REGRESSIONE ALL’ ’EGOCENTRISMO INFANTILE’ O PARAFILIE 2.0?

Passiamo ora ad una serie di aspetti che preoccupano studiosi e non, sia per comprendere cosa ci ha portato a voler creare dei robot con cui fare sesso, sia per riflettere sulle conseguenze possibili di un’innovazione di questo tipo. Se infatti da un lato si ipotizza che questi bots possano essere in qualche modo d’aiuto, dall’altro però emerge anche il problema della perdita di intimità con i propri simili: l’altro sparisce. I robot non possono dire di no, non c’è il rifiuto: l’approccio è inesistente e l’iter tra bisogno e gratificazione è sempre più breve. In particolare stiamo rinforzando quest’ultimo aspetto di gratificazione istantanea, accentuato dalla tecnologia e, nel settore specifico, anche da Tinder e altre realtà di questo tipo che, seppur risolvendo un problema per chi aveva poco tempo per rimorchiare, ne posticipavano un altro per chi non ne aveva le capacità. Tuttavia regolare i nostri stati emotivi è una competenza che si apprende da bambini, di fronte ai primi ‘no’ dei genitori: la difficoltà con cui la mettiamo in atto denota una sorta di regressione all’egocentrismo infantile, — alcuni studiosi dello sviluppo sostengono che il neonato veda gli altri come delle estensioni di sè e non è ancora in grado di differenziare sè dal mondo esterno — un po’ come se l’altro fosse un prolungamento del proprio desiderio, un oggetto. In aggiunta, c’è la reale possibilità di stravolgere il concetto di privacy e spazio personale e ridimensionare l’importanza di solitudine, in quanto il robot — in un’ottica di adozione di massa — sarebbe disponibile 24 h su 24 per il suo ‘consumatore’. Già gli smartphone hanno aperto la strada a ridurre la nostra capacità di stare da soli e a darci conforto quando ci annoiamo, quando siamo al semaforo o quando siamo su un mezzo di trasporto pubblico; non fatichiamo quindi a immaginare in quali fantasiosi modi dei sex bots potrebbero assorbire l’attenzione ben più di un telefono cellulare. Questa innovazione inoltre rischierebbe di evadere il concetto di consenso e incoraggerebbe l’ipersessualizzazione dei corpi, rinforzando i comportamenti di violenza e parafilici (si definiscono parafilie le pulsioni erotiche che comportano fantasie e attività specifiche che riguardino oggetti, che comportino sofferenza e/o umiliazione, o che siano rivolte verso minori e/o persone non consenzienti).

Riguardo a quest’ultimo punto c’è però un’altra faccia della medaglia che a parer mio va presa in esame molto attentamente: l’oggettificazione e l’umiliazione sono appunto dinamiche ricorrenti in certe pratiche sessuali che, tuttavia, prevedono il consenso da parte di tutti coloro che ne sono coinvolti. Occorre quindi saper fare una distinzione tra preferenze sessuali e comportamenti violenti e danneggianti, poichè si può essere consenzienti al sadismo. Si tratta infatti di vere e proprie subculture che vivono la sessualità attraverso dinamiche di controllo, svilimento dell’altro, violenza e ‘tortura’. In quest’ottica però, si potrebbe quindi concepire che una persona possa trarre piacere proprio dal fatto che stia facendo del sesso con un oggetto inanimato. Forse a questo punto, saremmo di fronte alla comparsa delle parafilie 2.0, il cui confine percettivo con il sesso tra umani rischierebbe di sbiadire sempre di più (senza però mai sparire nella sostanza) con il progressivo sviluppo tecnologico di questi bots.

Bisogna però fare attenzione a non generalizzare questo discorso in maniera imprecisa: non si può affermare che coloro che sono disposti a pagare per del sesso o a sperimentare un sexbot siano tutti parafilici, misogini o sadici.

La prestazione a pagamento ad esempio non corrisponde necessariamente alla ricerca di una gratificazione sessuale e lo stesso vale per i sexbots, la cui ideazione mette ancora più in evidenza la mancanza di umanità dell’atto. Ciò che implicitamente viene messo in evidenza è, preferenze sessuali a parte, la crisi dell’intimità e della reciprocità: dapprima oggettifichiamo le persone, per poi tentare di umanizzare un oggetto che, a detta dei primi sperimentatori, “non è assolutamente distinguibile da una persona vera, se non per il fatto di essere completamente in controllo”. La mancanza di umanità quindi è la condizione di partenza, a cui si può ovviare attraverso un processo di sensibilizzazione all’affettività, ma anche all’accettazione del diverso e al riconoscimento dei bisogni dell’altro. Dunque, l’unica cosa su cui si può andare certi è che rieducare alla comunicazione, all’ascolto e allo scambio, quello vero, può aiutare a prevenire il rischio di perdere il controllo su quella che sembra essere l’apoteosi della prostituzione umana. Occorre veramente prendere coscienza della necessità e dell’urgenza di questo confronto, soprattutto di fronte ai primi accenni che sul web compaiono in relazione ai ‘child sex robots’, riguardo ai quali invito i lettori a informarsi.

ALCUNI RISVOLTI ANTROPOLOGICI DA CONSIDERARE

Se davvero vogliamo cercare di contribuire a stimolare un processo di rieducazione affettiva evitando inutili voli pindarici nell’immaginare le conseguenze della commercializzazione dei sex bots, è necessario vedere lo scenario attuale e comprenderne l’intelaiatura psicologica sottostante. Innanzitutto, vorrei specificare che ci riferiremo a ‘uomo’ e ‘donna’ non tanto pensando esclusivamente all’aspetto biologico o ad un’univoca situazione eterosessuale, ma più per coglierne l’evoluzione storica antropologica dei due sessi e per afferrare il senso della relazione tra due polarità che sono molto differenti ma imprescindibilmente legate. È nella relazione infatti che si definiscono le polarità e che si può percepire la bellezza dell’incontro, accompagnata anche da tutta una serie di angosce che rischiano di innescare meccanismi di difesa pericolosi. Gestire la frustrazione di un rifiuto iniziale ad esempio non è molto gradevole: lo psicologo clinico canadese Jordan Peterson traduce il rifiuto di una donna in un corrispettivo verbale simile a un “se dipendesse da me, il tuo corredo genetico si estinguerebbe e non sopravviverebbe a questa generazione”. Ovviamente il riferimento agli uomini è tutt’altro che casuale, bensì voluto poichè rappresentano in percentuale la maggioranza di questo mercato — proporzione che molto probabilmente non resterà immutata in futuro — . Tuttavia, le ragioni per cui questi ‘tools’ potrebbero attirare l’attenzione delle donne sono molteplici.

Una teoria sostiene che le donne selezionano gli uomini attraverso il sesso: secondo questa prospettiva, vengono preferiti i maschi più empatici e altruisti a letto — che quindi si occupano anche della soddisfazione della loro partner — in quanto hanno più probabilità di essere in grado prendersi cura di potenziali figli. Questo adesso è un problema che tocca relativamente gli uomini, ma che in un futuro dovrebbero tenere sempre più in considerazione, onde evitare di diventare solo i fornitori di sperma dei robot. Come ricorda Umberto Galimberti, biologicamente le donne hanno una sorta di potere di vita e di morte, in quanto possono generare i figli e, attraverso l’aborto e la pillola anticoncezionale, scegliere di non farlo: laddove l’uomo a livello archetipico è responsabile della produzione, la donna dentro di sè conserva il misterioso potere della riproduzione. Ed è proprio in questo mistero che la psiche maschile affonda i suoi tentativi di controllo e possesso, arrivando a incontrare una lunga serie di frustrazioni: da una parte vediamo uomini con una psiche atrofizzata che ‘resistono’ malamente ai tentativi delle ‘loro’ donne di cambiarli, dall’altra uomini castrati e adulanti alla ricerca angosciosa del valore di sè nelle attenzioni delle loro ‘amate’. E da questi due immagini contrapposte — la bestia e il cavalier servente (il cosiddetto ‘nice guy’ o ‘beta’)— che sembrano essere le uniche due alternative, hanno origine i sentimenti di confusione e mortificazione, in relazione ai quali viene messo in atto il controllo, l’arma per uccidere l’amore, che invece si nutre di mancanza e di desiderio. Dunque, visto che storicamente la donna sta diventando sempre più indipendente e difficile da controllare, si sceglie qualcosa di più governabile: è in quest’ottica che i sex bots somigliano alla resa dell’uomo, incapace di vivere nella mancanza e di percepirla come un rafforzamento della sua identità e della sua volontà d’azione; si va quindi incontro al sopracitato delirio di (im)potenza egocentrica.

Tuttavia, se da un lato il movimento femminile verso l’autonomia può essere una chiusura alla relazione con il maschile, dall’altro l’indipendenza è una mossa di riscatto per trovare una vera relazione, ben distante da un’idea di soggiogamento.

Per avere una relazione devo concepire di avere un altro da me, che non sarà mai totalmente accessibile e comprensibile, ma il cui essere nasconde un segreto in costante cambiamento che impedisce universalmente di arrivare a dire “ok, ora lo/la conosco”: l’amore infatti è il rispetto e la cura del segreto dell’altra persona, ci sfida a una continua scoperta, o a una guerra eterna combattuta nel buio. In un’epoca in cui il controllo e il giudizio regnano sovrani, questa verità non è certo facile da accettare, men che meno da vivere. Anche se non è il contenuto centrale di questo articolo, bisogna riconoscere che le cose stanno cambiando e che si presenta l’opportunità di scoprire un nuovo modo, forse più maturo ed evoluto, di vivere l‘erotismo. Aveva forse ragione Freud a dire che la libido è la forza trainante e la sintesi dell’impulso vitale, visto che questa crisi dell’eros è traslabile su diversi aspetti dell’uomo moderno: non possiamo andare avanti a ragionare solo come individui, focalizzandoci solo sulla nostra gratificazione personale, ma serve uno shift dal paradigma darwiniano di competizione a uno di relazione e cooperazione. Nasciamo in una comunità e siamo legati ad altri fino al nostro ultimo giorno, poichè siamo parte di qualcosa che si estende al di là dei nostri schemi mentali e confini percettivi.

IL PROBLEMA NON E’ LA TECNOLOGIA

In questo articolo non vorrei soffermarmi sugli attualmente interminabili dibattiti attorno all’identità sessuale, la cui forte oscillazione di questo momento storico minaccia la rigida distinzione tra maschio e femmina, proponendo invece una ‘pericolosa’ fluidità e continuum tra l’idea di maschile e femminile. L’intento invece è quello di riflettere su come l’essere umano nel 2019 vive la sessualità e la relazione. Le premesse di oggi lasciano intravedere possibili risvolti antropologici molto diversi per quanto riguarda lo sviluppo delle dinamiche psicologiche ed erotiche coinvolte: la scelta è sempre tra la nostra evoluzione — che implica confrontarsi con ciò che la rallenta e compiere i passi necessari ad attuarla — o il caos — che deriverebbe dal procrastinare l’accettazione dell’inevitabilità dell’indefinito — , ma probabilmente le due opzioni hanno significati molto diversi per ognuno di noi. Analogamente, si è ormai sbiadita distinzione tra naturale e artificiale. I vecchi principi illuministi ci hanno portato a voler dominare l’universo e a credere che tutto ciò che è naturale è modificabile attraverso la tecnologia che, a sua volta, non si è dimostrata il fattore determinante del nostro benessere. Responsabile del buon esito della sperimentazione è quindi l’umano stesso e l’uso che ne fa in quanto mezzo a sua disposizione e non fine del suo agire. L’idea di libertà che ha affascinato e guidato secoli di filosofia e di scienza forse è per l’appunto un’idea, necessaria ad una costruzione condivisa del mondo, ma relativa anche a un tentativo di placare l’angoscia dell’incertezza del futuro. E l’abilità di trovare la libertà nella vulnerabilità di un rapporto è qualcosa di difficile da sviluppare, poichè richiederebbe riconoscere un rapporto non in quanto dipendenza — se non nella fase dell’innamoramento — , che rappresenta l’anticamera del controllo, ma in quanto interdipendenza e curiosità. Il problema dunque non sono i sexbots, l’intelligenza artificiale o la blockchain. Il problema è l’uomo che ha bisogno di proteggersi dalle (non sempre modificabili) leggi dell’universo e dalle esigenze della specie, per affermarsi come agente e cercare di ribaltare l’ordine delle cose: questo bisogno di affermazione nasce dal pensiero e dall’autocoscienza, che a differenza di tutte le altre creature ci porta a domandarci chi siamo e a cercare delle risposte, scordandoci che la natura conserverà sempre il suo primato — in quanto esistente prima e dopo di noi — rispetto agli strumenti che possiamo costruire per dominarla.

Bisogna capire se il benessere sta nella soddisfazione di scalfire l’indifferenza dell’universo al nostro passaggio, o se sta nell’assecondarlo e vivere in armonia con le sue leggi che, senza nemmeno entrare troppo in profondità, sono anche le nostre.

E quando conosceremo un po’ di più noi stessi e cosa ci muove, forse saremo in grado di guardarci anche gli uni e gli altri in un modo un po’ diverso. Mi raccomando però, continuiamo a non guardarci troppo negli occhi: sempre meglio non inciampare in giochi strani di sguardi ed emozioni, c’è il rischio di arrivare a scambiarsi i propri segreti senza nemmeno volerlo. Non volete che qualcuno scopra che vi sentite soli, vero? Ecco, allora continuiamo così che quasi nessuno se ne è accorto. Evitiamo però almeno di sottrarci dal valutare insieme i vantaggi e svantaggi quando si fa innovazione e soprattutto dal comprendere le premesse antropologiche in cui si radica lo sviluppo tecnologico: si tratta di uno step necessario per un progresso consapevole, in quanto produttori, ricercatori o consumatori. Aver chiare le direzioni e gli scopi del lavoro è una condizione necessaria per risolvere effettivamente dei problemi senza crearne di nuovi migliorare realmente la vita delle persone con il minor sforzo possibile. A questo proposito, noi di VISIONARI incoraggiamo sinergia e collaborazione nella promozione di una cultura psicologica affettiva più significativa e aperta, oltre che nel porre basi solide per un’imprenditoria etica. Educare alla relazione e non solo al progresso è l’esigenza del mondo in cui viviamo oggi e di quello che stiamo andando a costruire per le generazioni future.


Niccolò Manzoni, Dottore in Clinical Psychology for Individuals, Families and Organizations presso Università degli Studi di Bergamo

Fonti:

https://www.wired.it/scienza/lab/2018/06/30/futuro-robot-sesso/

https://psyberneticandmore.wordpress.com/2016/04/02/sex-robot/


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