Un’isola un tempo incontaminata è ricoperta da rifiuti plastici. Ricercatori studiano possibili soluzioni al problema.

L’isola di Henderson è isolata e disabitata, eppure le sue spiagge sono coperte di rifiuti plastici. Di seguito i dati che riportano una vera emergenza ecologica e alcune possibili soluzioni.

L’isola di Henderson è il luogo più remoto che potete visitare sul pianeta. Si trova esattamente nel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale, a 3.500 miglia ad est dalla Nuova Zelanda e a 3.500 miglia ad ovest dall’America meridionale. Per giungere sull’isola, Jennifer Lavers ha dovuto prendere un volo dalla Tasmania con destinazione Tahiti, salire a bordo di un piccolo aereo diretto alle Isole Gambier per 7 giorni, farsi ospitare da una nave da carico per 10 giorni diretta in Nuova Zelanda, chiedendo una variazione dell’itinerario. Nessuna nave si dirige verso una meta così remota a meno che non ci sia una specifica richiesta.

Eppure, in qualche modo, la tecnologia riesce sempre a sorprenderci: Google Street View è arrivata fino a lì ed ha permesso alla Lavers di prendere parte a passeggiate virtuali lungo due tra le spiagge dell’isola ancora prima di effettuare la sua traversata epica e recarsi fisicamente sul luogo. Soltanto in quel momento ha realizzato la reale mole di materiali plastici presenti sull’isola.

Ciascuno può rendersi conto da solo dell’impatto ecologico che tutta questa spazzatura di plastica sta comportando; per farlo, è sufficiente cercare su l’isola di Henderson su Google Maps e trascinare l’avatar giallo presente sulla mappa in corrispondenza della costa orientale. Cominciamo la nostra “camminata virtuale”, spostandoci in modo discreto: qualche bottiglia e oggetti vari sparpagliati un po’ dappertutto. Sfortunatamente, lo scenario muta molto in fretta e gli scarti si accumulano fino al punto in cui la sabbia è interamente coperta da una moquette di plastica multicolore.

“Il totale della spazzatura presente sull’Isola di Henderson, con i suoi 17.000 chilogrammi, rappresenta da sola la quantità di plastica prodotta nel mondo in 2 secondi”.

Quando Lavers è arrivata effettivamente sull’isola, si è resa conto che la situazione era peggiore del previsto. Una volta giunta sul posto, la sua squadra si è subito imbattuta in un pneumatico da camion così grande e seppellito in profondità da non riuscire a spostarlo. “Questo era un avvertimento” disse. “E non faceva presagire nulla di buono. Siamo giunti in un’area composta da una vera e propria zona d’immondizia, dove non è possibile camminare senza calpestare qualche tappo di bottiglia. Una situazione che mi ha davvero tolto il fiato per le ragioni più sbagliate.

“Henderson dovrebbe essere un’isola incontaminata. È disabitata, non è una destinazione turistica, nessuno in gira sull’isola abbandonando rifiuti. Il luogo è stato inoltre dichiarato Patrimonio dell’Umanità dalle Nazioni Unite nel 1988. L’insediamento più vicino è a 71 miglia di distanza, e ha una popolazione residente di sole 40 persone. Eppure, la plastica marittima ha trasformato quello che un tempo era un paradiso in una discarica a tutti gli effetti. “L’Isola rappresenta uno degli ultimi paradisi rimasti sulla terra e uno dei territori più piccoli e meglio protetti sul pianeta” afferma Lavers. “Ma non sono mai stata in un posto circondato da così tanta plastica”.

La squadra ha trovato diversi granchi “eremiti viola” che hanno utilizzato i tappi di bottiglia e altri materiali in sostituzione alle conchiglie. Altre specie animali presenti sull’isola non sono state altrettanto fortunate: una tartaruga di mare è rimasta impigliata in una canna da pesca con conseguenze fatali. Il team della Lavers ha fatto fatica a far fronte ad una situazione del genere. “Dopo un po’, il cervello deve disconnettersi. Decidi di porre l’attenzione alla presenza di qualche giocattolo o di qualche dado, sviando l’attenzione verso i ricordi divertenti della tua infanzia; è il meccanismo del coping”, dichiara Lavers.

Jennifer Lavers è una ricercatrice dell’Università di Hobart e documenta da anni l’entità dell’inquinamento causato dalla plastica nelle isole di tutto il mondo. Lei e i suoi colleghi, tra cui Alexander Bond della Royal Society for Protection of Birds, sono approdati sull’isola di Henderson nel 2015 e hanno trascorso tre mesi a contare la quantità di spazzatura presente.

Come già accennato in precedenza, l’esperienza sull’isola non è stata facile. Certo, c’erano spiagge sabbiose, ondeggianti di palme e viste mozzafiato. Ma l’isola non ha acqua potabile, ed è spesso interessata da tempeste che avrebbero scaraventato le noci di cocco — o interi alberi — sulle tende del team di ricercatori nel bel mezzo della notte. Per di più, Henderson è un atollo di corallo, il che significa che la maggior parte della sua terraferma è composta da rocce taglienti e affilate che hanno danneggiato le scarpe degli esploratori durante gli spostamenti. “Se si fa eccezione per qualche breve tratto di spiaggia sabbiosa, la restante parte dell’isola poteva tramutarsi in una minaccia mortale”, ha dichiarato Lavers.

Sulle spiagge dell’isola, la squadra ha finito per trovare più di 53.000 pezzi di plastica e detriti. Secondo la loro stima, le 14 miglia quadrate dell’isola ospitano più di 37 milioni di pezzi di rifiuti, che pesano complessivamente 17.000 chilogrammi. Ogni metro quadrato delle spiagge di Henderson possiede tra i 20 ei 670 pezzi di plastica in superficie e tra 50 e 4.500 pezzi sepolti tra i primi 10 centimetri di profondità. Inoltre, la spazzatura continua ad aggiungersi. Lavers stima che ogni giorno almeno 3.750 pezzi di detriti di plastica si accumulano nella spiaggia a nord dell’isola, con un tasso di accumulazione che è 100.000 volte superiore a quello segnalato in altri luoghi.

Se queste stime sono esatte, alcune porzioni di Henderson registrano la più alta densità di rifiuti plastici al mondo. Tuttavia, secondo il parere di Jenna Jambeck, dell’Università della Georgia, i dati raccolti sono notevolmente variabili. E Denise Hardesty , del CSIRO, agenzia federale di ricerca australiana, afferma che è difficile confrontare i diversi siti tra di loro in quanto i differenti metodi di campionamento possono produrre risultati molto eterogenei. Tuttavia, al di là che i numeri effettivi siano da record o meno, è innegabile che la quantità di spazzatura presente sull’isola non può che destare preoccupazione, allargando il sospetto che anche in altre isole presumibilmente contaminate l’inquinamento da rifiuti plastici abbia prodotto conseguenze analoghe.

Lo strato superficiale degli oceani contiene ad oggi più di cinque trilioni di pezzi di plastica, composti per lo più da frammenti di pochi millimetri. “È impressionante la quantità di plastica che galleggia in mezzo al nulla”, afferma la ricercatrice Leandra Gonçalves , che ha trascorso molto tempo a promuovere indagini sulle plastiche presenti negli oceani . Le coste attraggono interi ammassi di rifiuti galleggianti, specialmente se si trovano risucchiati dalle correnti circolari degli oceani.

Una volta che un rifiuto viene risucchiato in queste correnti, può compiere un lungo viaggio fino a quando una linea costiera non interrompe il suo percorso. Henderson, però, è situata in una posizione periferica rispetto alle zone direttamente interessate dalle correnti oceaniche del Pacifico del Sud. Secondo Lavers “quasi tutte le principali correnti possono trasportare plastica”. Una volta che la plastica si trova a galleggiare nell’acqua, tende a rompersi.

“Se un cartone di latte o una bottiglia d’acqua vengono spinti sulla terraferma di un’isola remota, risentono delle radiazioni ultraviolette. Le onde e il vento, agendo contro oggetti resistenti come le pietre, possono romperli in frammenti più piccoli. Accade quindi che un singolo oggetto viene scomposto in centinaia e migliaia di piccoli frammenti”. Denise Hardesty

E questi ultimi si sedimentano e rimangono sepolti in profondità.

I paesi da cui provengono i rifiuti plastici sono molti. Lavers e Bond hanno raccolto dati che evidenziano la provenienza dei rifiuti da 24 paesi di diversi continenti escluso l’Antartide. Nessun paese è da incolpare singolarmente; a gettare i rifiuti negli oceani non sarebbero soltanto pescherecci commerciali e navi da crociera.

Per Henderson, “la pulizia non è un’opzione percorribile”. È troppo complicato arrivare sul posto e permanervi. L’unico modo per risolvere il problema è evitare la produzione della plastica alla fonte.

Il volume totale della spazzatura registrato sull’Isola di Henderson, cioè 17.000 chilogrammi, rappresenta solo la quantità di plastica prodotta nel mondo in soltanto 2 secondi; un altro dato significativo riguarda la produzione plastica mondiale, che è aumentata di 180 volte negli ultimi 60 anni.

“Dobbiamo mettere in conto i costi ambientali che derivano dalla produzione della plastica; non è ammissibile che un sacchetto o un semplice contenitore da asporto costino solo 1 o 2 centesimi”, sentenzia Lavers. “Usiamo la plastica in ogni singolo settore della nostra società; il cambiamento da fare deve essere complessivo, non possiamo cambiare soltanto una o due cose”.

Anche se il quadro ecologico è preoccupante, possibili soluzioni si profilano all’orizzonte

Ad un recente evento nell’ambito del progetto “The ocean cleanup”, dal titolo “The next phase”, è stato fatto un annuncio molto importante: alcuni ricercatori hanno lavorato alla progettazione di un sistema che permetterà di iniziare ad estrarre la plastica dall’enorme isola galleggiante di rifiuti (definita anche come Great Pacific Garbage Patch) entro i prossimi 12 mesi; se tutto andrà in porto correttamente, la metà di questa gigantesca massa di plastica sarà rimossa da qui a 5 anni.

Una flotta di sistemi mobili e galleggianti rimuoverà la plastica; invece che agire in profondità, questi sistemi si serviranno di ancoraggi mobili, muovendosi più lentamente della plastica.

Grazie a finanziamenti ottenuti con successo, sarà possibile accelerare la messa in funzione di questi prototipi galleggianti, che saranno operativi vicino alla costa occidentale degli Stati Uniti già alla fine del 2017.



Tradotto in Italiano. Articoli originali: The Atlantic e The Ocean Cleanup


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