Transumanesimo, ‘fashonology’ e supereroi: la trasformazione dell’uomo

Aggiungere pezzi di tecnologia al nostro corpo, è come andare incontro ad un’ibridazione — su cui si fonda il pensiero transumanista.

Niccolò Manzoni
Mar 29, 2019 · 9 min read

Nel periodo di preparazione di questo articolo ho cercato di ragionare il più possibile su come un uso sempre più esteso di wearable potrebbe modificare la nostra esperienza di noi stessi e del mondo. C’è stato un giorno della settimana scorsa che ricordo con particolare attenzione: camminavo per il centro di Milano dopo una giornata di lavoro come le altre, mi guardavo attorno osservando le case, i dettagli, ne studiavo le finestre cercando di intravedere l’interno per scoprire come una casa con quella facciata poteva essere arredata, o chi ci potesse abitare. C’era anche un bel cielo. Avevo il cellulare nel taschino alto della giacca, sul pettorale sinistro.

Mentre mi guardavo attorno, mi è arrivato un messaggio, segnalato dalla vibrazione del telefono: in quel momento, l’aver percepito questa vibrazione mi ha bruscamente strappato da quel piacevole stato di contemplazione spensierata, dal cosiddetto ‘state of flow’.

Per qualche secondo, non ho potuto fare a meno di avvertire la tentazione di prendere il telefono e guardare chi e cosa mi avesse scritto. Sono riuscito a resistere a questo impulso, con uno sforzo non indifferente, e a immergermi nuovamente nel mio stato mentale. Questa mia reazione potrebbe lasciar pensare che abbia un uso compulsivo dello smartphone, ma penso che sia una reazione che accomuna molti di noi. La realtà é che i dispositivi diventano sempre più parte della nostra rappresentazione corporea del sè, con possibilità e conseguenze di diversa natura.

L’ENTUSIASMO DEL TRANSUMANESIMO

La mission quindi non è solo creare un’interazione tra umano e macchina sempre più immediata e immersiva, permettendo di risparmiare tempo ed essere sempre più smart e prestanti, ma azzardare ad annullare, o quantomeno sbiadire, il confine tra i due.

Il progresso è un processo in continua evoluzione alimentato da curiosità e passione, ma anche da timori e angosce. Oltre a cercare di migliorare certi aspetti della vita e del lavoro, un numero importante di scoperte scientifiche punta ad aumentare le capacità fisiche e cognitive dell’essere umano, tentando di andare a modificarne alcune condizioni indesiderabili, tra cui invecchiamento, povertà, ignoranza, malattia, sofferenza. È quindi importante comprendere cosa propongono a livello globale movimenti come il transumanesimo, dichiarandosi a favore del superamento dell’umano, volendone sconfiggere i limiti biologici e strutturali: ciò di cui parliamo è l’emancipazione dell’umanità da se stessa, visione che richiede sicuramente un atto di fede e anche diversi anni di innovazione per essere messa in atto.

Il passaggio dal computer allo smartphone e, infine, agli wearable è sicuramente legato a un avanzamento a livello di design tecnologico, ma va in parallelo con una modificazione delle esigenze di vita delle persone. L’offerta infatti si muove laddove si sposta la domanda: la nostra vita ci richiede sempre più multitasking, produttività e gestione del tempo, cose che ancora ci riescono piuttosto difficili, soprattutto considerando l’impatto che lo stress ha sul nostro sistema. Siamo spaventati dai nostri limiti psicofisiologici e sentiamo il bisogno di abbattere queste barriere, di lottare per il controllo e per l’emancipazione da noi stessi, e la tecnologia può aiutarci. Se un giorno avremo dei corpi ‘aumentati’, potremo contare su esoscheletri per potenziare la nostra forza fisica, su interfacce cervello-macchina che velocizzino la comunicazione e la condivisione; addirittura, attraverso l’editing genetico, saremo in grado di selezionare le caratteristiche delle generazioni a venire, arrivando anche ad eliminare le malattie ereditarie.

Dopotutto, osservando questo scenario da un punto di vista antropologico, possiamo vedere la tecnologia come uno strumento adattivo e una strategia che aiuta la sopravvivenza della nostra specie nel contesto socioculturale che abbiamo costruito e può aiutare anche ad espanderne la vita al di fuori questo pianeta. Stiamo infatti assistendo a un periodo di profonda trasformazione che rappresenta un passo importante nella storia della nostra evoluzione e il transumanesimo non fa altro che invitarci a lasciare andare il nostro passato, in favore di un futuro non privo di difficoltà, ma ricco di importanti cambiamenti fuori e dentro di noi. Il prossimo decennio vedrà uno sviluppo esponenziale di tecnologia a diretto contatto con il corpo che, in un modo o nell’altro, si sposterà sottopelle, sempre più dentro di noi e nella nostra identità. Non sono ovviamente da sottovalutare diversi aspetti legati alla realisticità e alla desiderabilità di questa trasformazione e, soprattutto, quali saranno i criteri per valutare la bontà delle nuove caratteristiche umane da perseguire, oltre a chi stabilirà quali e a chi saranno accessibili. Un importante dibattito su questi temi è fondamentale per creare una visione comune e per evitare l’innescarsi di pericolose dinamiche totalitarie.

‘FASHIONOLOGY’ E MITOLOGIA MODERNA

Se i pantaloni sono ciò che definiscono un’epoca, una nazione e una persona, gli accessori e in generale gli abiti comunicano la nostra identità, posizione sociale e appartenenza a particolari gruppi. Sono come una seconda pelle, a cui il nostro cervello risponde attivandosi non solo in termini propriocettivi, generando sensazioni di sicurezza e vulnerabilità in base alle circostanze. La nostra rappresentazione corporea infatti è plastica e non limitata ai confini biologici, ma può inglobare diverse porzioni ed elementi dell’ambiente. Oltre ai vestiti, anche il cellulare adesso può considerarsi parte della nostra rappresentazione corporea e, sulla stessa linea, presto ne saranno parte anche una serie di tecnologie indossabili. Idealmente, sarà un po’ come trasformarsi in Tony Stark e avere a ‘portata di corpo' una serie di funzioni che ci consentiranno di portare a termine più compiti e più velocemente: insomma, avremo dei poteri che adesso non abbiamo, solo grazie alla tecnologia e al lavoro che abbiamo fatto per svilupparla.

In effetti, il riferimento ad Iron Man non è casuale, seppure lontano dal voler creare aspettative irrealistiche rispetto alle prospettive a breve/medio termine del progresso tecnologico. Il tema dei supereroi infatti domina la cultura popolare del mondo occidentale e, rappresentando ormai la mitologia moderna, va preso in esame nell’analizzare questo argomento. Se da un lato è forse quasi superfluo ricordare che i miti e le storie di una cultura ne influenzano gli usi e costumi e incoraggiano certi valori, dall’altro occorre ricordare chi sono i supereroi: solitamente si tratta di persone (in gran parte prevalentemente umani) con un problema, una condizione iniziale limitante che li porta più o meno direttamente ad acquisire dei poteri. Lo script narrativo quindi è quello del superamento di un ostacolo, andare oltre il limite e sviluppare nuove capacità. Dunque, non sorprende troppo pensare come il progresso stia spingendo in questa direzione, cercando di renderci sempre più simili a dei super-umani, non tanto in termini di valori, quanto più in termini di capacità cognitive/tecniche consentite da uno strumento. Inoltre, anche i supereroi giocano molto sull’abbigliamento, che gli conferisce quella visibilità e quell’unicità tale da renderli diversi dagli altri. Non è quindi il solo aspetto tecnologico ad essere coinvolto nella graduale ma sempre più inevitabile esplosione degli wearable, ma ci sono anche aspetti psicologici di identità e status sociale e questioni filosofiche legate all’approccio con i limiti della natura umana.

UNA RISTRUTTURAZIONE DEL CORPO E DELLA COGNIZIONE UMANA

Inoltre, viviamo le caratteristiche di alcune aree del nostro cervello come dei vincoli. Basti pensare alle emozioni: altro non sono che programmi di reazione o valutazione a stimoli/situazioni generate esternamente o internamente all’individuo e con una corrispondente attivazione fisiologica. È sicuramente vero che si tratta di aspetti legati alle aree più arcaiche del nostro cervello e, forse per questo motivo, le consideriamo ostacoli al libero arbitrio. Tuttavia, essendo risposte adattive di valutazione, potremmo vederle anche come qualcosa che lo rende possibile ma, essendo focalizzati sull’essere più performanti, l’idea che nel lungo termine queste possano essere “rimosse” dall’essere umano non è da escludere, piuttosto da comprendere e valutare.

Le emozioni vengono vissute come qualcosa di caotico e che rifugge l’ordine: per una specie che vive e progredisce nella ricerca dell’ordine e nel fetish geometrico-matematico possono in effetti rappresentare qualcosa di scomodo, forse.

Pur essendo la radicalità di queste osservazioni fastidiosamente evidente, spero si comprenda lo spirito con cui vengono fatte a partire dalle premesse ad oggi esistenti: l’obiettivo ultimo è stimolare una comprensione della direzione del progresso. Affinchè questo avvenga, è necessario aver chiaro le relazioni tra le cose, osservare i pattern che nella storia dell’uomo si ripetono e domandarsi come cambieranno le vite delle persone in futuro. C’è chi teme in una eccessiva spinta alla tecnologizzazione e che quindi l’uomo scompaia: dovrebbero però prima scomparire la cultura, la religione e l’ambivalenza della vita umana per spazzarci via completamente e questo è un po’ difficile. La cultura è nei gesti, nei riti quotidiani e negli sguardi, si nutre di relazioni e di condivisione. L’unica seria minaccia è una crescente incapacità delle persone a comunicare, condividere e instaurare relazioni di fiducia. Fortunatamente per evitare il realizzarsi di questo scenario non serve l’intervento di nessun supereroe: si tratta di qualcosa che forse possiamo evitare a partire dalla vita di tutti i giorni, con i nostri comportamenti, i nostri pensieri e modi di stare al mondo.

Centrale adesso è ricordarsi chi saranno le vittime e i beneficiari di queste innovazioni tecnologiche, stimolando il dibattito etico sopracitato riguardante la realisticità e la desiderabilità di questi cambiamenti per le generazioni future. Per comprendere a fondo da dove ha origine l’ideazione e la progettazione dei dispositivi tecnologici e, in particolare, gli wearables che li sostituiranno, occorre domandarci a quale desiderio/(bi)sogno la loro esistenza risponderebbe. Dobbiamo anche tenere a mente che ogni tecnologia risolve un problema ma ne crea un altro di conseguenza e, per questo motivo, è importante scegliere cos’è davvero importante e a cosa rinunciare, se al bisogno di monitorare o ‘aumentare’ ogni aspetto della nostra vita o se imparare ad affrontare l’incertezza e le minacce che sono parte della vita per sua definizione. Noi di VISIONARI abbiamo a cuore il futuro delle prossime generazioni e vorremmo stimolare un discorso sui reali bisogni psicologici dell’essere umano, che purtroppo stiamo rimandando da molto tempo.

Niccolò Manzoni, Dottore in Clinical Psychology for Individuals, Families and Organizations presso Università degli Studi di Bergamo



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