Un film interattivo al 69° Festival del Film di Locarno

Non è stato molto pubblicizzato, se non con una precetta sui manifesti, per altro non particolarmente diffusi, ma in uno dei grandi festival cinematografici è stato presentato un film interattivo. Il festival è stato quello di Locarno, la sezione quella del Panorama Suisse, la sala il FEVI, il titolo Late Shift, il regista…, il genere thriller, la trama… beh, di quella potrei raccontare la versione che ho visto io quel giorno. Perché la caratteristica di un film interattivo e proprio quella di non avere sempre la stessa trama, nel senso che è il pubblico ad essere chiamato a decidere lo sviluppo dell’intreccio durante il film. Ma vediamo come ciò può accadere.

Prima della visione del film gli spettatori devono scaricare un’applicazione per smartphone iOS o Android {CtrlMovie} e, una volta in sala connettersi al Wi-Fi con lo stesso nome. Durante il film appariranno in sovrimpressione domande e pulsanti con le scelte possibili; quegli stessi pulsanti appariranno anche nel-applicazione e gli spettatori voteranno. La storia prenderà quindi la direzione indicata dalla maggioranza degli spettatori.

Tecnicamente il film ha funzionato alla perfezione, considerando che la sala conteneva intorno alle 2000 persone e la cosa davvero impressionante è stata la fluidità dell-immagine, davvero non si è mai avvertito nessun salto.

In realtà il cinema in sala e solo uno dei possibili media con cui accedere al film, che e già disponibile nell’Apple Store per iPad…

Dal punto di vista cinematografico siamo di fronte ad un prodotto di tipo televisivo, un film di genere, con qualche sponsor in evidenza, fotografia notturna e patinata come le ambientazioni. Interpreti corretti e regia senza originalità, che avrebbe voluto dire, per altro, complicarsi la vita.

Nel Q&A successivo alla proiezione sono stati affrontati tutti gli aspetti più interessanti della produzione. Sono stati girati 7 finali diversi, ci sono stati 180 punti di scelta, in realtà, vedendo la sceneggiatura organizzata ad albero, cerano dei punti in cui diversi percorsi si riunivano. Il sistema prevede la possibilità di presentare i risultati statistici [anche se questo non e stato ancora fatto]. Pubblici diversi hanno originato trame molto diverse [in effetti molti si aspettavano che il pubblico di un festival, sia pure particolare come quello delle 11 di mattina al FEVI, fosse più cattivo].

Si tratta di un esperimento commerciale, senza dubbio. Dal punto di vista tecnico mi pare sia stato un successo; il momento successivo alla scelta non mostra mai un salto, non ci si accorge del «montaggio» in tempo reale. Certo in virtù di una scrittura che deve essere molto attenta, ma ai campi ed ai controcampi siano ormai abituati, e quello è l escamotage utilizzato il più delle volte come soluzione tecnica. Il soggetto aiuta, non ha grandi pretese, e la domanda se questo tipo di media si presti al cinema documentaristico apre nuove ed interessantissime prospettive ma è tutta da esplorare. Sicuramente ci sono molti problemi in più per la produzione, la regia e l’interpretazione, per cui è difficile pensare a film che non siano «di genere» . Gli attori presenti hanno raccontato le difficoltà a recitare «tenendo il filo» d’ interpretare, di fatto storie diverse girando uno stesso film, ed altrettanto dicasi per il regista. Un po’ meno complicato per la produzione, ammesso che questa sia quanto più possibile industrializzata. Anche questo sembra confermare l’opportunità per il cinema di genere piuttosto che per quello d’autore; mi sembra un tipo di formato che potrebbe adattarsi, con qualche fatica, alla commedia e magari al cinema per ragazzi, ma non molto di più.

Sarebbe interessante confrontare la strumento con il documentario, anche se il documentario «di creazione» proprio in quanto tale, contraddice lo spirito dell’interazione. Forse il nocciolo della discussione è proprio qui. Al cinema d’autore è fatto dalle scelte del regista, il cinema interattivo mette in continua discussione tutto ciò ed è difficile pensare ad una conciliazione dei due punti di vista. Per il cinema commerciale il discorso è diverso. Un film interattivo può essere visto più volte, dal momento che ogni volta può essere diverso. In questo modo tornerebbero ad avere senso le seconde visioni»,ma ancora di più le visioni più personali, individuali o diSi tratta di un esperimento commerciale, senza dubbio. Dal punto di vista tecnico mi pare sia stato un successo; il momento successivo alla scelta non mostra mai un salto, non ci si accorge del «montaggio» in tempo reale. Certo in virtù di una scrittura che deve essere molto attenta, ma ai campi ed ai controcampi siano ormai abituati. Il soggetto aiuta, non ha grandi pretese, e la domanda se questo tipo di media si presti al cinema documentaristico apre nuove ed interessantissime prospettive ma è tutta da esplorare. Sicuramente ci sono molti problemi in più per la produzione, la regia el’interpretazione, per cui è difficile pensare a film che non siano «di genere» . Gli attoripresenti hanno raccontato le difficoltà a recitare «tenendo il filo» di interpretare, di fatto, storie diverse girando uno stesso film, ed altrettanto dicasi per il regista. Un po’ meno complicato per la produzione, ammesso che questa sia quanto più possibile industrializzata. Anche questo sembra confermare l’opportunità per il cinema di genere piuttosto che per quello d’autore; mi sembra un tipo di formato che potrebbe adattarsi, con qualche fatica, alla commedia e magari al cinema per ragazzi, ma non molto di più.

Sarebbe interessante confrontare la strumento con il documentario, anche se il documentario «di creazione» proprio in quanto tale, contraddice lo spirito della interazione. Forse il nocciolo della discussione è proprio qui. Al cinema d’autore è fatto dalle scelte del regista, il cinema interattivo mette in continua discussione tutto ciò ed è difficile pensare ad una conciliazione dei due fonti di vista. Per il cinema commerciale il discorso è diverso. Un film interattivo può essere visto più volte, dal momento che ogni volta può essere diverso. In questo modo tornerebbero ad avere senso le «seconde visioni»,ma ancora di più le visioni più personali, individuali o di gruppo. Al momento lo stesso «Late shift» è già disponibile come app nell’Apple Store, per cui l’uso casalingo è già realtà, ma pensare che lo stesso «film» possa essere visto più volte con trame differenti è suggestivo, anche se si resta sempre in un ambito ricreativo e quasi ludico piuttosto che artistico. Tutta da sperimentare anche le possibilità didattiche di un format del genere, anche se complessità e costi di produzione al momento sembrano ostacoli insormontabili.

In conclusione l’esperimento è riuscito dal punto di vista tecnico, forse meno da quello se non artistico almeno culturale; infatti non è che nell’ambiente festivaliero abbia destato grande clamore e neanche pubblicizzato granché. Certo l’esperienza fatta rimane e costituisce un punto di partenza. Chissà se un giorno lo si ricorderà come l’arrivo del treno o Il cantante di jazz…

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