La solitudine del freelance: “Quello che mi manca è fare parte di una squadra”

Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’instabilità di una vita da “lupo solitario”. Ma sento la mancanza di un team

di Dario Marchetti


Ho 26 anni e sono felice di essere un freelance. No, non sono ubriaco, ma semplicemente cosciente che il posto fisso non è più solo un miraggio, un’utopia, ma qualcosa di anacronistico, almeno nella professione giornalistica. E sapete che vi dico? Che tutto sommato va bene così. Perché non dover lavorare ogni santo giorno nello stesso posto, col fiato sul collo e un tot di ore da smaltire prima di tirare un sospiro di sollievo e tornare a casa non è poi così male. Perché gestire spazi e orari in maniera abbastanza autonoma, senza guardare al weekend come l’ora d’aria in cui sfogare l’ansia e la rabbia accumulate nei cinque giorni precedenti, è una grande liberazione. Perché spostarsi, incontrare nuove persone e fare cose sempre diverse è un cosa bellissima (sul luogo comune del pigiama e della tazzona di caffé mentre si lavora stesi a letto, non mi pronuncio).

Certo, siamo pagati poco (soprattutto noi che lavoriamo per il web) e spesso con tempi biblici. E anche se le testate con cui collaboro pagano in maniera regolare e con tariffe molto superiori alla media del panorama italiano, questo non mi fa dormire tranquillo: sarei, come si dice a Napoli, un “gallo sopra il cumulo d’immondizia”. Non sto dicendo che sia tutto rose e fiori, non sono pazzo: semplicemente non ho mai conosciuto un mondo diverso da questo, se non attraverso le vite e i racconti dei miei genitori. Quella del freelance è l’unica vita che conosco, una scelta per molti obbligata e che ti insegna a fare dieci cose insieme, a vivere giorno per giorno, a convivere con l’ansia costante di sbagliare e a migliorarti in continuazione.

Ma per sopravvivere, la maggior parte dei freelance è obbligata a trasformarsi in lupo solitario, perché gli spazi sono quelli che sono e “in questa città non c’è spazio per tutti e due!”. Attaccarsi con le unghie e con i denti a ciò che si è riuscito a mettere da parte non è egoismo, ma un’autodifesa necessaria. Per fortuna, sulla mia strada lavorativa, ho incontrato persone stupende, sia “capi” che colleghi, senza le quali non avrei fatto nessun passo avanti. Ed è anche grazie a queste persone se non ho già la nausea e se conservo quell’entusiasmo che in molti miei coetanei è già andato a farsi benedire.

Quello che però davvero mi manca non sono i soldi (ancora una volta, non sono pazzo), che non sono esattamente il punto di forza di noi giornalisti. Ma la sensazione di far parte di una famiglia, di una squadra.

Per capire di cosa parlo, basta leggere il post di addio che Tina Amini, ex editor del sito di giornalismo videoludico Kotaku, ha scritto dopo quattro anni di vita in redazione. Non fraintendetemi, ancora una volta mi ritengo fortunato perché lavoro con persone con cui sono nati rapporti di confidenza, fiducia e anche amicizia che difficilmente credo si sviluppino tra un impiegato e il suo capo. Ma so benissimo che tutto questo potrebbe scomparire da un momento all’altro, vuoi per la crisi, i tagli o una ristrutturazione aziendale. E che, nonostante tutto, la stabilità è un lusso che la mia generazione non può più permettersi.

Ora le scelte sono due: continuare a sperare disperatamente nel “posto fisso”, ripetendo il mantra del “si stava meglio prima”, oppure iniziare a pretendere dalla politica e dallo Stato più garanzie per quel grande branco dei “lupi solitari” — che oggi, solo negli Stati Uniti, rappresenta quasi il 40% dei lavoratori.


Se ti è piaciuto, seguimi su Twitter @dario_marchetti

Disclaimer: questo post è stato precedentemente pubblicato sul blog drmkt.it