Freelance Vs.dipendente: il tuo bene o quello degli altri?

Una della dinamiche narrative più diffuse — quando si sentono storie che comparano i freelance con gli altri lavoratori — riguarda un nodo cruciale sul senso della vita ovvero:

il tuo bene o quello degli altri?

Ovvero: lavorare per il bene della famiglia, per garantire un futuro ai figli con ragionevoli certezze (ammesso che alle soglie del 2016 davvero sia possibile credere all’equazione matematica “posto fisso oggi+stipendio certo oggi=posto fisso per sempre+stipendio certo per sempre”), scegliere una routine o meglio, lasciarsi scegliere da una routine e accettare — comunque e ovunque — l’ambiente di lavoro (che cambia negli anni, anche se non ci piace tanto ammetterlo), i colleghi (che pure loro cambiano, chi più chi meno), i tempi e le gestioni spazio — temporali della routine di lavoro, quanto mansioni ed effettivi compiti (che possono non cambiare, tuttavia anche nelle catene di montaggio o nelle piccole realtà professionali non è poi così certo che tutto resterà esattamente come nel primo anno di lavoro).

Oppure scegliere il proprio bene, o qualcosa del genere, sostenendo il proprio egoismo e una certa incoscienza nel lanciarsi in attività da freelance o comunque da libero professionista ad ampio spettro, con orari e attività da scegliere e impostare, clienti da trovare, tasse e oneri da pagare, idee e strategie da rispolverare periodicamente, incertezze continue, in ogni caso: impossibilità di garantire economie stabili alla famiglia.

In passato, le generazioni hanno praticamente portato avanti un’unica tradizione, socialmente e moralmente riconosciuta e approvata dalle masse: si sceglie il sacrificio, ci si annulla se necessario, si rinuncia in favore dello stipendio “certo”, per mettere da parte il possibile, per essere le formichine che ci si aspetta, che magari chiudono prima della scadenza il mutuo e comprano la macchina ai figli dopo la patente e pagano rette universitarie o li mandano a studiare all’estero…

Impossibile non ritrovarcisi nel quadretto appena raccontato, almeno per le generazioni dagli anni Sessanta al Duemila.

Solo che siamo a due passi dal 2016.
Solo che anche il freelance si sacrifica (in tanti modi e maniere che solo per raccontarlo servirebbe una lavagna a parte).
Solo che i posti fissi sono sempre meno per sempre.
Solo che — soprattutto e prima di tutto — la vita è una per tutti.

Ora, che ci siano persone che nei decenni si sono travate perfettamente in sintonia con la l’equazione “posto fisso+stipendio certo+routine di lavoro= mi sta bene”, non significa però che siamo tutti uguali.

Non significa che tutti siamo adatti alle stesse regole, che tutti siamo disposti a rinunciare.

Rinunciare a cosa, mi chiedi?

A sogni quanto a competenze, passioni o vere e proprie abilità e capacità.

Io sono stata una dipendente per 13 anni filati poi ho avuto periodi che definirei “tamponi” con forme miste di contratti sempre dipendenti o affini. E una cosa ho imparato sulla pelle: non siamo tutti uguali.

Quello che va bene agli altri, non DEVE andare bene a chiunque. A me — ad esempio — non tornavano per nulla i conti, e, per inciso, sono sempre stata fortunata in ambito economico trovando datori di lavoro onesti che mi hanno pagata regolarmente. Ma no, non era lo stipendio a far pendere l’ago della bilancia.

Allora proviamo per un attimo a recuperare la domanda iniziale:

Lavori per il tuo bene o quello degli altri?

Non ce lo senti il gradino mancante in questa storia?

E se il punto non fosse questo? E se ci fossimo presi in giro per anni e anni, convinti che per “avere” dobbiamo e possiamo solo in certo modo, diversamente c’è l’incertezza, l’instabilità, la precarietà perenne del perdente.

La vita è una, per tutti.

Puoi scegliere di passarne quaranta o cinquant’anni frustato, insoddisfatto, incazzato, demoralizzato, rassegnato (al sistema, all’azienda, all’ambiente, alle persone che ogni giorno hai davanti al naso, alle mansioni, ai modi di essere trattato, alle difficoltà di spazi e distanze…). Puoi scegliere tutto questo e molto altro.

O puoi fare altre scelte.

E’ tutto bianco o nero? Certo che no.

Anche questo fa parte dell’altra storia, quella che in parte sta prendendo sempre più piede, dove non c’è poi troppo posto per il “per sempre”.

Per sempre c’è la vita, la tua, ma il posto di lavoro può essere tante cose, compreso un “per sempre”, solo io non ci punterei tutto quello che hai restando immobile, sicuro, convinto che così andrà e basta.

Le sento sai le obiezioni: ci sono tasse e oneri sociali, ci sono i costi fissi della vita, la casa, la macchina, l’istruzione dei figli, cibo e abbigliamento, bollette, benzina, poi senti — se anche non facciamo più le vacanze fuori casa come anni fa, vuoi lasciarmeli i week end o il viaggio last minute?

Hai ragione, ma già la storia che racconti tu, ora, oggi, non è la stessa delle generazioni adulte degli anni Ottanta per esempio. Quindi?

Vivi l’unica vita che hai, come meglio credi, fai del tuo meglio o come puoi, ma non per assecondare le favole del passato o perché preferisci credere alla storia dei tuoi genitori anziché a quella che stai vivendo tu, giorno dopo giorno.

Ma, ma, ma… è vero. Il freelance non ha meno problemi. Idem l’imprenditore. Idem chiunque altro.

Stanno nelle differenze le ragioni delle scelte, secondo me.

Differenze di luoghi, orari, ritmi, impegni, opportunità, capacità e occasioni per tirare fuori professionalità, esperienze, e abilità ma anche nelle evoluzioni, i cambiamenti in termini di formazione e nuove competenze.

E sì, certo, anche nelle economie stanno le scelte.

Certo.

I soldi entrano anche nella dignità, nella stima, nella possibilità di dare alla famiglia il necessario — foss’anche un quaderno in più per la scuola, e non necessariamente il 4x4 nuovo di zecca al secondo figlio appena patentato.

E se invece lavorassimo per la stabilità e i soldi, poi il resto del tempo lo dedicassimo a stare bene? Bello, ma può funzionare davvero? Nelle ventiquattro ore quante effettivamente dedichiamo al lavoro, all’andare al lavoro, al preparare il lavoro, formarci, e così via?

Puoi davvero trattenere il fiato tutto il tempo del lavoro e respirare alla grande il resto del tempo? Come facevano i nostri genitori e i nonni e i bis nonni prima di loro? Davvero della tua unica vita, resta abbastanza tempo da stare abbastanza bene almeno un po’?

Se sì, allora hai ragione tu.

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