I critici si dividono

I critici si dividono in parecchie categorie, è il loro mestiere, come è il mestiere di molti: dividersi in categorie. Questo era uno di quelli che cercano di passare gratis una serata: tavolo, consumazioni, musica, cena e tutto. Risolvono con un’intervista. Per esempio: “Taburno, questo cantante notturno, perché non incide dischi?”, è la domanda. Insomma, i gestori dei locali lo sanno, ci stanno, è pubblicità. Il tipo scrive su un settimanale, prende la cosa in maniera distesa, ha tempo, dalla sera all’alba, dall’aperitivo all’ultimo bicchiere offerto dal maître, in aggiunta a tutto il resto in mezzo, tutto offerto. Insomma, Lei sta cantando, Lei è il mio intervallo. Io sono il muso e la coda, il prima e il dopo, ho già cantato, ricanterò dopo di lei. Intanto sono al tavolo del critico, dò le spalle a Lei che canta. Lui se la mangia gratis, Lei che canta, e se la beve, e beve ottimo vino, e smozzica scampi, e succhia ostriche e, con la stessa bocca, parla. Mescola musica e salse, e polpe lisce e fibrose, più bianche dei suoi denti, mastica qualcosa di musica e qualcosa del pasto, mangia a bocca aperta e parla quasi a bocca chiusa. Brontola astioso, come al solito, su ambiente e colleghi, i suoi colleghi, il suo ambiente e gli ambienti non suoi. Cosa dice, questo uomo d’appetito? Ma non solo lui, cosa dicono delle cantanti, questi affamati, come ne parlano, voi non lo sapete, io lo so. E io cosa dico? Come al solito niente. Capisco solo io quel niente che dico, e capisco anche lui: per come lo dico non c’è nulla da ricavare, una frase per il titolo, forse, se l’afferra, so quale, poco altro: che il soggetto, ossia io, il soggetto è di umore surreale, stasera, ma anche sempre, si dice. M’escono dalla bocca nebbioline che sostano un po’ sul tavolo, girano intorno ai bicchieri e, sempre a quell’altezza se ne vanno, sfiorano nuche e décolleté, prendono la via che porta alla cucine, entrano di tra le ante oscillanti quando un cameriere esce, amano quello spostamento d’aria che produce bei vortici in loro, spariscono all’interno tra rumori di pentole e piatti, e chissà che combinano con gli altri vapori, amori aerei. Sto qui con questo bel tomo davanti. Lei canta alle mie spalle. Insomma, facciamola breve, non sapendo che altro fare, e poi torno a cantare tra poco. Cosa mi dice? Che si vede, è evidente, sarà per l’abitudine, ma si vede che non m’importa nulla di come la ragazza canti, di cosa canti, infatti le dò le spalle, mi capisce, è lavoro, ogni sera così. Però, eh? La indica col mento unto. Però che? Non glielo chiedo. ‘Ste ragazze, una vocetta, dice, dice capisco, capisce. Però eh? È lavoro, capisce lui per me, il lavoro è sopportazione. Come si vede, mi dice, si vede: incidere dischi, questa ragazza, quando una cosa non ti va non ti va. Ah, ti capisco, mi fa, quello che dici non mi è sempre molto chiaro, ma ti esprimi benissimo con gli occhi, mi fa, con la cosa, la mimica, per esempio questa ragazza, i dischi, dai le spalle alla ragazza, ai dischi, per te è come se non fossero, la ragazza manco la senti, e i dischi uguale, proprio non li senti, ah, ma ti capisco, però eh? Fine, devo tornare a cantare. Lei, dopo l’ultimo brano del suo programma, prende gli applausi e qualche scampanio dei coltelli sui bicchieri. Salgo sulla pedana prima che Lei esca, le sfioro un braccio col dorso della dita. Lei esce. Ci amavamo pazzamente, Lei e io, in quei giorni. Dovevo, dopo un certo numero di canzoni, raggiungerla, nient’altro. Non dovevo nient’altro al mondo che un certo numero di canzoni.

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