Di madri e di figlie

[Allerta emozzzioni.]

Parlavo con mia zia tempo fa e abbiamo riso molto al pensiero di come mia madre avrebbe digerito la possibilità di diventare nonna. Il destino le ha risparmiato tale traversia (sono sicura che ne avrebbe parlato come di una calamità, ma facendo l’occhiolino), quindi rimane tutto puramente sul piano della speculazione: avrebbe proibito alla nipote di chiamarla “nonna”, come aveva fatto sua madre, o avrebbe completamente sovvertito l’esempio della sua esimia genitrice, sempre spettacolare vista da fuori ma completamente fallimentare nel contesto familiare, diventando invece la nonna per antonomasia?

Ho sempre visto chiaramente come in molte cose mia madre abbia minuziosamente ribaltato il paradigma di sua madre. Se mia nonna — che non ho mai chiamato nonna — nei suoi rapporti con la figlia e i nipoti non si preoccupasse d’altro che dell’apparenza, del creare un’illusione sorridente a beneficio di vicini e conoscenti (era una ballerina classica, in fondo, e immagino che i suoi ricordi più cari fossero gli applausi e le luci sul palcoscenico), mia madre per contro amava creare un pizzico di shock, fingersi leggera, egoista, immersa nei propri interessi, completamente al centro della propria vanità e femminilità. (Grazie, madre, per non aver mai per un solo giorno indossato i panni della mater dolorosa immersa in una vita di sacrificio, anche quando i sacrifici hai dovuto farli davvero.)

No, mia madre non amava esibire la sua maternità, era fortemente allergica a ogni pavoneggiamento, e già che ci siamo non era nemmeno particolarmente morbida e amorevole. Immagino che il disallineamento tra messa in scena e autenticità a cui era abituata sin da piccola l’avesse condizionata per sempre, chissà, e per sé aveva scelto lo sbilanciamento tutto verso il secondo estremo. Eppure aveva quella cosa negli occhi per cui noi figli sapevamo, senz’ombra di dubbio, che se si fosse reso necessario non avrebbe esitato per un solo momento a cavare i denti a chiunque ci avesse guardato storto, figuriamoci minacciato o messo in pericolo. Ti serve questo braccio destro, figlia? Prenditelo, non me ne faccio nulla. Un fottuto panzer. Presumo che tutto questo non vi sorprenderà, che si sa che noi slavi siamo bestie sanguinarie, e quindi anche la base solida di fiducia assoluta che si deve instaurare ci ritroviamo a declinarla in sapore di latente brutalità, no?

Mia madre affrontava le grandi scelte che la vita insisteva a metterle davanti con piglio deciso, ai limiti dell’incoscienza: alle conseguenze ci si pensa poi, intanto so solo una cosa, in questa situazione / in questo paese / in questo matrimonio non desidero trascorrere un minuto di più, e via, fine, senza guardarsi indietro. Era audace e tremendamente forte.

Madre di Vladina con mastodonte. Circa 1981, suppongo.

Anche se a gennaio saranno vent’anni che non c’è più, in questo mio ricordo di mia madre non sono sola. In molti me l’hanno nominata, negli ultimi mesi. La sua perdita è stata così improvvisa che per farcene una ragione abbiamo un po’ dovuto lasciarla cadere al di sotto del livello della coscienza, elaborare un lutto frettoloso e impacciato che per anni ci ha visti tossicchiare in maniera imbarazzata quando parenti o amici ci parlavano di lei.

Tra qualche settimana avrò una figlia anche io, e vuoi per il subbuglio della prima gravidanza, vuoi perché il mio corpo in qualche modo trascendentale si ritrova a esprimere il cerchio della vita — toccando nascita e morte, filosofia e metafisica, passato e futuro — il ricordo di mia madre mi si è presentato alla coscienza in mille modi ogni giorno, e nei sogni la notte.

All’inizio è stato subdolo, è passato per i cibi e le voglie: improvvisamente ho desiderato zuppe di spinaci, o zucchine fritte con salsa allo yogurt e aneto, o crêpe arrotolate alla marmellata di amarene, preparate roteandole in aria con la padella, o semi di girasole cotti al forno col sale. Tutte cose che ci cucinava madre, quando eravamo bambini, e che all’epoca interpretai come un modo per prendermi cura di me stessa, come se mia madre fosse lì con me.

E poi c’è stata la fase della mia terra d’origine. Per settimane ho sognato le montagne nei Balcani, di nuotare nel Danubio, di lasciarmi sommergere dalle onde del Mar Nero, e anche tutta quella simbologia liquida era per me in qualche modo legata a mia madre, non avendo mai avuto nostalgie connesse alle mie radici. La vita da trapiantata non mi pesa, doveva esserci sotto dell’altro.

E poi altre cose si sono via via fatte spazio: mi sono sentita più agguerrita del solito, più protettiva nei confronti di chi mi è intorno — la paladina delle vittime di ingiustizie, meno timorosa delle conseguenze. Fino a ieri ero sempre stata più simile a papà, la cui sublime educazione cerca sempre di appianare i conflitti e di evitare le manifestazioni incontrollate di emozioni. Non è che da un giorno all’altro ho improvvisamente sacrificato mitezza e garbo, eh, ma è come se questi valori avessero perso d’importanza, lasciando emergere nuove priorità.

Se un viaggio di venti giorni in Nord Africa può diventare un libro, perché mai dovrei comprare uno di quei libroni precotti con gli spazi in cui incollare le foto delle ecografie e scrivere i nomi di genitori e nonni: la nostra pupina avrà un libro tutto per sé, in cui ritroverà foto come queste, di suo padre che le registra una ninna nanna.

Aspettare nostra figlia ha stimolato molto la creatività di entrambi — immagino sia quanto di più normale desiderare di creare cose per la tua prole. Il caro D passa le giornate a saldare robetti, tagliuzzare aggeggini di plastica e sviluppare software per automatizzare le esigenze di una poppante creando dispositivi e sistemi che si occuperanno automaticamente delle sue necessità prima ancora che si manifestino: il sensore di temperatura e umidità che ha fatto stampare in 3D con il display di un Nokia 3310 si interfaccia con Internet e invia notifiche ai nostri cellulari in determinate condizioni; verso sera le luci virano al rosso per stimolare la melatonina e ispirare il desiderio di riposo; e visto che il rumore da film dell’orrore dei carillon lo disturba ma allo stesso tempo non vuole una figlia sottostimolata, sta progettando una lampada notturna con due piccole casse da cui si può ascoltare una ninna nanna suonata con l’ukulele.

How to mother

Anche io mi trovo immersa in simili slanci, scegliendo ovviamente attività più affini alla mia natura. Ho prima letto alcuni dei più famosi testi di puericultura (e qui ci vorrebbe un post a parte solo per parlare delle palate di merda tuttora in commercio in questo settore editoriale, rimasto evidentemente a metà Ottocento: uno dei pochi in cui non occorre avere conoscenze di sorta per sentirsi autorizzati a esprimere pareri), passando fortunatamente poi a testi dedicati allo sviluppo neurologico e psicologico nei bambini. Ho comprato un 24–70mm serie L e avviato un progetto fotografico che un giorno diventerà un libro. Ma c’è una cosa che più di tutte mi ha davvero sorpreso: ho iniziato, circa 25 anni dopo aver imparato — da mia madre — e senza aver praticato tale attività per un solo pomeriggio in tutti questi lustri, a lavorare a maglia. Una cosa che ho visto fare a mia madre nell’intimità domestica per migliaia di ore. Il suo sferruzzare ha accompagnato la nostra infanzia, e probabilmente ancora oggi esiste il topos depositato sul retro del mio cervello che cerca di creare un clima di domesticità e protezione a partire da elementi che avevo rimosso per decenni.

È così che ho capito quello che è accaduto, ché uno certe volte si crede sveglio ma per fortuna poi ha modo di ricredersi: diventando madre, ho finalmente ritrovato mia madre.

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