Il lavoro, premessa necessaria dell’integrazione dei rifugiati

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Jan 15, 2017 · 5 min read
Vignetta di Galym Boranbayev/Cartoon Movement

L’inserimento lavorativo dei rifugiati è fondamentale per la loro integrazione nell’Ue. Ma né i governi nazionali né le istituzioni europee sono riuscite finora a dare una risposta adeguata al problema.

Di Sergio Cebrián

Di fronte alla recente ondata migratoria, le risposte delle istituzioni europee si sono rivelate fallimentari come quelle dei governi nazionali, e le divisioni fra gli stati membri si sono manifestate in tutta la loro evidenza nel momento in cui era necessario definire una politica unitaria di accoglienza. La mancanza di coordinamento di fronte all’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati — più di 1,5 milioni nel 2015 e meno di 400mila nel 2016 (dati Frontex) — provenienti da zone di guerra, come la Siria, l’Afghanistan e altri paesi asiatici o africani, ha accresciuto i timori dei cittadini europei, già vittime di attacchi terroristici e della crisi economica, aumentandone la sensazione di vulnerabilità.

Ma emerge chiaramente dal Dna europeo che il vecchio continente è stato sempre terra di accoglienza, e che il lavoro di chi arriva, in cerca di un miglioramento della propria condizione economica ma anche della possibilità di godere di uno stile di vita unico al mondo, contribuisce alla crescita dell’Europa.

Per la sua importanza, il tema è stato affrontato in uno studio della Fondazione Bertelsmann, con sede a Berlino. Il rapporto, intitolato “Da rifugiati a lavoratori: cartografia delle misure di sostegno all’integrazione del mercato del lavoro per richiedenti asilo e rifugiati negli stati membri dell’Ue”, fotografa la situazione nei paesi dell’Unione, e segnala un gran numero di carenze, come la mancanza di una strategia a lungo termine, l’assenza di dati affidabili, o l’elevato numero di ostacoli burocratici.

Secondo Iván Martín, professore del Migration Policy Centre dell’Istituto Universitario Europeo (IUE) e coordinatore dello studio, “è un errore considerare i rifugiati come lavoratori appena arrivano: fuggono da guerre o persecuzioni, e spesso non hanno la formazione o l’esperienza lavorativa richieste dai mercati europei”. L’esperto segnala inoltre altri problemi come i “numerosi ostacoli amministrativi per accedere al mercato del lavoro, a partire dai permessi di breve durata”, e il fatto che “i centri pubblici per l’impiego o i corsi di formazione non vengono adattati alle loro specifiche necessità “.

Anche la risposta politica ha palesi margini di miglioramento: secondo Martín, “si è posto l’accento sullo sviluppo di meccanismi di solidarietà fra i paesi europei per affrontare una sfida che è, essenzialmente, europea. Gli stati membri, però, si sono rifiutati di accettarli. E le istituzioni comunitarie non sono riuscite finora a utilizzare le corpose risorse del bilancio europeo, che finanziano l’accoglienza degli immigrati in tutti i paesi, per imporre meccanismi di coordinamento e solidarietà. Tuttavia, nel nostro studio si evidenzia che, trattandosi di una sfida europea, e avendo identificato problemi e persino risposte molto simili nei singoli stati, ci sono tutte le basi per favorire il coordinamento e la cooperazione fra i paesi europei che potrebbero imparare a vicenda dalle rispettive esperienze”.

In conclusione, aggiunge Martín: “La cosa più urgente da fare è contrastare il clima sociale negativo che si è creato intorno ai rifugiati nella maggior parte dei paesi europei. La maggioranza di questi rifugiati è molto giovane, l’83 per cento ha meno di 35 anni e ha davanti a sé un’intera vita lavorativa, di modo che investire su questi ragazzi significa anche investire sul futuro dell’Europa”.

Il caso della Germania, di gran lunga il primo paese per numero di rifugiati accolti, è indicativo in questo senso. Dei quasi 1,5 milioni di richiedenti asilo arrivati in Germania nell’ultimo anno e mezzo, solo 30mila hanno un lavoro. Con un tasso di disoccupazione del 4,2 per cento, ben al di sotto della media europea (10,1 per cento) secondo le cifre di Eurostat, si stimava che alla fine del 2016 sarebbero stati circa 350mila i richiedenti asilo registrati come disoccupati. Le esperienze dei rifugiati all’ingresso nel mercato del lavoro non sono molto positive, ed è l’ambito in cui mostrano il maggior grado di insoddisfazione quando vengono intervistati “, dice Gerhard Hammerschmid, professore della prestigiosa Hertie School of Governance di Berlino.

Accedere al mercato del lavoro tedesco viene definito “molto complicato” dall’esperto, poiché “tutte le qualifiche di chi si candida per un’offerta di lavoro devono essere verificate dalle autorità”. Il procedimento amministrativo dell’Agenzia federale del lavoro tedesca e dell’Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati, attraverso il quale viene trovato un impiego a un rifugiato, è lungo e complesso, e per ottenere i permessi necessari per concludere l’assunzione ci vuole fra un mese e un mese e mezzo. Ulteriori ostacoli sono l’apprendimento del tedesco o la mancanza da parte dei richiedenti asilo anche dei più elementari strumenti per l’ingresso nel mercato del lavoro.

In ogni caso esistono iniziative interessanti in questo paese, promosse da esponenti del mondo economico e della società civile, come quella di Andreas Tölke, un giornalista che ha fondato un’organizzazione per l’integrazione dei rifugiati chiamata Be an Angel — ”Sii un angelo” — o l’iniziativa Wir Zusammen — “noi insieme” –, che riunisce le più grande aziende tedesche con l’intento di favorire l’integrazione dei rifugiati. Il coinvolgimento di attori locali si rivela fondamentale per rendere effettiva l’integrazione lavorativa degli immigrati nell’Ue, come evidenzia lo studio della Fondazione Bertelsmann. “Sotto vari aspetti, gli attori decisivi per la risoluzione dei problemi riguardanti l’integrazione dei migranti si trovano a livello locale, dai datori di lavoro ai sindaci e ai singoli cittadini”.

Parlamento europeo:

Una risoluzione per l’inclusione sociale

Lo stallo e il disaccordo fra gli stati europei non ha impedito la reazione delle istituzioni: il Parlamento europeo ha voluto così dare una risposta rapida e omogenea al fenomeno attraverso il proprio lavoro legislativo. Prova ne è la risoluzione sull’ “Inclusione sociale e l’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro”, adottata in sessione plenaria il 5 luglio 2016, il primo documento a essere approvato in questo ambito.

Come afferma Brando Benifei, eurodeputato socialista e relatore del testo, affrontare la questione dei rifugiati “è una sfida che implica la necessità di investire più fondi pubblici, sia da parte degli stati membri che dell’Unione. In particolare, chiediamo alla Commissione che il Fondo sociale europeo venga portato al 25% del bilancio della politica di coesione”, poiché si rende necessario, prosegue Benifei, un “maggior sostegno finanziario a enti locali, società civile, ONG e associazioni di volontariato che sono in prima linea sul fronte della politica dell’accoglienza e dell’integrazione”. Si tratta del “primo testo ufficiale del Parlamento che affronta in modo specifico il tema dell’integrazione lavorativa dei rifugiati”, conclude .

Con un’altra risoluzione, il Parlamento si è pronunciato anche su badanti e lavoratori domestici. È un settore che nell’Ue impiega oltre 2,5 milioni di persone, di cui l’88% donne, secondo l’ILO. La risoluzione segnala la necessità di un riconoscimento comune di queste professioni, l’introduzione di strumenti adeguati da parte della Commissione per la loro regolamentazione e professionalizzazione, nonché la lotta a piaghe come il lavoro nero e il traffico di esseri umani, che colpisce in particolar modo i migranti, sviluppando meccanismi di identificazione e protezione delle vittime.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall’Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa — VoxEurop e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.

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