IL SUPER EROE CHE UCCISE IL SENSO CRITICO


SALVIAMO IL SALVABILE, MA BRUCIAMO TUTTO IL RESTO

Alessio Anderini
Aug 23, 2017 · 7 min read

Non sarebbe meglio definirlo supercattivo o villain, allora?
Nì. Perché sempre più spesso, ormai, il senso critico e chi lo esercita con eccessiva fiducia sono per molti i veri cattivi. Oppressori della libertà di espressione in un mondo che pullula di meraviglie da apprezzare ed esaltare, come i cinecomics ad esempio (N.B. Da questo momento in poi, per facilitarmi le cose, userò il termine “cinecomics” per indicare solo i film supereroistici, sebbene suddetto termine includa ogni prodotto fumettistico trasposto sul grande schermo), o Fast and Furious, altri cinecomics e occasionalmente qualche film del supermaestro genio visionario nuovo Kubrick aka Christopher Nolan. Bello e vario questo mondo, c’è davvero bisogno d’altro? Per molti a quanto pare no, ma “l’altro” c’è eccome se c’è; peccato che sembri essere etichettato sempre più come troppo elitario o per amanti del mattone. Da quando ormai la dieta cinematografica del pubblico è diventata così poco varia?
I primi film di stampo supereroistico, alla loro uscita, furono un gigantesco successo di pubblico; vuoi la novità, i nuovi effetti speciali utilizzati o semplicemente la gioia incontenibile dei nerdoni fumettari nel poter vedere Batman planare per Gotham. Eppure qualcosa ha sempre differenziato i classici dagli ultimi prodotti degli studios, un elemento che nell’ultimo decennio si era totalmente perso e che, forse, solo adesso si sta tentando di riavvicinare: l’autorialità. Burton per Batman; Donner per Superman; Singer per gli X-Men e Raimi per la prima trilogia di Spider Man. Tutti registi con alle spalle una poderosa visione personale del medium cinematografico, e che hanno lasciato a questi eroi il loro segno, una presenza tangibile del loro passaggio nelle trasposizioni su schermo. Eppure, da parte di una buona fetta del pubblico del nuovo secolo, non sono stati così apprezzati: il Batman di Burton uccide e lo Spidey di Raimi produce ragnatele biologicamente dal suo polso. Roba da mandare ai pazzi qualsiasi degno fan dei fumetti che si rispetti, che diamine! Il ragazzino che ero, quando vide suddette aberrazioni per la prima volta, rimase decisamente sconvolto: Non erano fedeli alla fonte, non erano una copia carbone del fumetto, ergo una porcheria. Giusto, no? A questo serve il cinema, a far avverare i miei sogni proibiti da infante, dico bene? Grazie a Dio no, ma ce n’è voluto di tempo per rendermene conto. Questo definisce un autore, la sua capacità e volontà di inserire il suo punto di vista, sempre, anche a costo di sacrificare i sogni dei bambini (e purtroppo adesso anche degli adulti). La sua capacità di fare essenzialmente il cazzo che gli pare.


LA SITUAZIONE ATTUALE

Tornando all'attualità, questa capacità di differenziazione sembra essersi persa; certo, indubbiamente il fatto che ora i cinefumetti vengano sfornati a ritmo annuale (dato il loro far parte di universi espansi e seriali) c’entra qualcosa, ma non è tutto qui. Mio malgrado, della sala non posso farne a meno; questo significa che quando ho finito la lista delle uscite per me più interessanti, ciò che rimane per potermi far diventare ancora più povero sono i cinecomics. Parliamoci chiaro, un nuovo prodotto di questo filone non di rado mi genera un modesto interesse, il problema risiede proprio nel fatto che sia ormai modesto o nullo. Il cinema andrebbe apprezzato in tutte le sue forme, e quello d’intrattenimento fa parte di esse, peccato che negli ultimi anni siano pochi i supereroi ad avermene fornito di buona fattura. Non dico di arrivare ai livelli qualitativi dell’ultimo Mad Max, creato da un pazzo settantenne al quale hanno dimenticato di somministrare la corretta dose di psicofarmaci, ma almeno di avvicinarsi a qualcosa che non risulti anche solo lontanamente prevedibile, piatto e già visto. Sarà la mancanza di autorialità a causarmi questa sensazione? In parte sì, ma dall'altra il problema è proprio rendersi conto che non esiste la minima intenzione di averne alcuna. Gli attuali fruitori di questo filone cercano quasi sempre la sola fedeltà delle trasposizioni, soprattutto riguardante l’estetica e la similarità visiva delle messe in scena.
Capitan America è uguale a quello dei fumetti: stesso mascellone, stesso cipiglio, costume e atteggiamento identici. Stessa solfa per tutti gli altri protagonisti di casa Marvel/Disney e DC/ Warner Brothers: meravigliose repliche finemente dettagliate che ci sfilano davanti in scenari che conosciamo e menandosi per motivi che conosciamo. Cose che abbiamo già letto e consumato su carta o in tv, ma che bramiamo sul grande schermo per soddisfare le nostre pulsioni erotiche da grandi, grossi e sporchi bambinoni. Il fatto che l’autorialità non venga ricercata trova una spiegazione nella sua volontà di non piegarsi al fan service, perché è quello che la maggioranza vuole. Non che ci sia troppo di sbagliato, dopotutto il cinema è quasi sempre stato anche un business, e finché la gente si diverte, c’è poco da fare. Il mio problema è che raramente riesce a rimanermi impresso qualcosa, di questi nuovi cinecomics; invece la scena di Spider man 2 in cui Spidey e il buon Dottor Octopus si scontrano all’interno di un tram raramente verrà cancellata: caciarona al punto giusto, epica quanto basta e in maniera non banale e con una messa in scena che riusciva ad esaltarne la spettacolarità. Tutto questo senza sacrificare la comprensione di ogni singola mazzata che si davano quei due con inutili movimenti di macchina ipercinetici, come è accaduto più volte per gli ultimi due Capitan America usciti (davvero, qualcuno mi spiega perché i fratelli Russo non riescano a staccarsi da quella mania di rendere tutto un point of view in prima persona mentre stanno cadendo dalle scale?).

Il Peter Parker della prima trilogia di Spider Man, ad opera di Sam Raimi, e quello del reboot ad opera di Marc Webb per la Sony. Una delle maggiori critiche mosse ai film di Raimi riguardavano il look di Peter, per molti troppo grande e con una espressione eccessivamente da beota. Detto fatto, anni dopo Andrew Garfield prese il posto di Tobey Maguire con un look più somigliante ai fumetti, e tutti dormirono sonni tranquilli. (Via Jack and the Geekstalk — WordPress.com)

NOLAN NEL BENE E NEL MALE

Al di là di tutto i blockbusters degli anni 2000 sono questi, come tanti ce ne sono stati prima di loro, inutile lagnarsene più di tanto. Dato che in fondo qualcosa su cui puntare il dito in un articolo polemico debbo trovarlo, lagniamoci invece del già citato pubblico, che ama però espandere il suo amore per il cinema ben oltre i cinecomics. La caratteristica che sempre più spesso sto notando riguarda l’opinione generale sul fatto che un qualsiasi cinefumetto odierno sia lo standard medio del cinema; il concetto generale stesso di cinema, talvolta, viene sempre più associato ad un prodotto di intrattenimento. Questo causa (ovviamente riferendomi sempre alla media del pubblico da sala attuale) una standardizzazione del concetto di qualità, se molti film validi non raggiungono risultati entusiasmanti al botteghino, il motivo è proprio il marcato disinteresse del grande pubblico: le superproduzioni sono sempre più invadenti nelle pubblicità. Sembra quasi che quell’equilibrio tra film d’intrattenimento e prodotti più “impegnati” presenti anni fa non esista più. Come fanno però registi come Nolan ad avere un impatto altrettanto imponente sul grande pubblico? Dal 2008 in poi, ogni suo film è atteso come la venuta di Dio, i suoi fan bramano la complessità delle sue opere mentre nell’attesa vanno a gustarsi l’ennesimo Avengers. Avrà forse a che fare con il fatto che il buon Christopher sia entrato nell’Olimpo per il grande pubblico dopo aver diretto Il Cavaliere Oscuro, secondo film di una delle trilogie più apprezzate di tutti i tempi e dedicata a Batman? Eh sì, anche perché di film precedenti e belli ne aveva fatti eccome (Following, Memento, The Prestige n.d.a.), ed avevano carattere. Infatti che piaccia o meno, (e io non sono un suo grande estimatore) Nolan è un autore. Come tale, essendosi trovato alla regia di un cinecomic, gli ha dato la sua impronta: oscura, seriosa e filosoficamente contorta, e il pubblico va in delirio.

Il successo della trilogia di Batman ad opera di Nolan ha nella seriosità della messa in scena la sua maggior spiegazione. Situazioni e personaggi sono calati in un contesto oscuro e, per quanto sia possibile, realistico. La formula fece impazzire il pubblico da poco affacciatosi ai cinecomics, ma anche quello non abituato a una messa in scena così “personale” di una trasposizione. D’altro canto, l’aspetto di personaggi e luoghi era comunque verosimile alle controparti fumettistiche e televisive; anche il pubblico più legato all’estetica originale rimase quindi soddisfatto (e passò anche sopra alla vaga somiglianza di Joker a Beppe Grillo). (Via Collider)

Tale successo è stato causato proprio dal ritorno di una visione alternativa rispetto ai cinecomics usciti in quegli anni, poiché il nuovo pubblico non era abituato al taglio autoriale applicato a questo filone di film. Nolan non ha fatto nulla di rivoluzionario, è stato solo sé stesso, ma è riuscito a guadagnarne un prestigio enorme. Il grande pubblico ora lo segue, esaltato, in ogni suo nuovo progetto. Ed ecco qui che Inception (versione più scialba e scopiazzata di Paprika, film d’animazione ad opera di Satoshi Kon) è un capolavoro visionario, che Interstellar (buon film di fantascienza ma stracolmo di vaccate e spiegoni inutili) è il nuovo 2001 e che Dunkirk, per noi in uscita ad Agosto, sarà il miglior film di guerra mai realizzato o qualcosa di simile. Verrebbe da chiedersi cosa mai succederebbe se spettatori tanto esaltati si avvicinassero a un Polanski, per fare un esempio fra tantissimi. Forse è anche vero però che non farebbe loro lo stesso effetto, perché per molti la nicchia è qualcosa da critici boriosi. Ovviamente non è mio intento fare di tutta l’erba un fascio, conosco tanti estimatori del cinema a 360 gradi, ma internet non mi sta aiutando nel ritrovare completamente la fiducia. Spesso intraprendere un discorso sul fatto che Nolan sia sopravvalutato perché costruisce mondi più complessi (rispetto a quelli a cui molti sono abituati oggi) si conclude con un: sì sì fallo tu allora, se ne sei capace, bello criticare per moda eh? 😉, salvo poi rendersi conto che il suo Memento non lo conosce quasi nessuno dei suddetti estimatori.
I supereroi hanno davvero ucciso il senso critico di molta gente, e basta qualcuno di meno convenzionale ma che sappia vendersi bene, per riplasmarlo. Tutto questo ovviamente finirà quando i supereroi smetteranno di avere successo per fare spazio alla nuova tendenza che catturerà il grande pubblico, in parte è già presente quella dei remake di film classici, ma ci sarà bisogno di tempo per capire se tirerà quanto basta. Per adesso rimane un fenomeno interessante da osservare e nel continuare a sperare, almeno fino a quando la Disney/Warner avranno dei rari momenti di follia in cui affideranno i loro progetti a gente che fa il cazzo che le pare come ad esempio gli ultimi due Guardiani della Galassia. Sperando anche il resto dei film validi uscenti nelle sale continui ad avere un’affluenza quantomeno decente, attenderemo i prossimi sviluppi. Al netto di quello che vuole sembrare un polemico articolo contro i cinefumetti, possiamo sempre sperare che siano gli autori ad essi talvolta associati, a far avvicinare il loro pubblico anche al resto del cinema.

Parlando di prodotti ben riusciti, Guardiani della Galassia e rispettivo seguito hanno avuto in James Gunn l’arma principale. Regista proveniente dalla Troma (casa di produzione indipendente specializzata in film politicamente scorretti e irriverenti, che facevano di splatter e nudità il loro marchio di fabbrica), ha conferito a film e personaggi un’atmosfera più dissacrante e sgangherata rispetto alla media del genere. Uno dei pochi a capire che personaggi sopra le righe rendono al meglio proprio non facendosi prendere sul serio (quasi) per niente. (Via thescarletabbey.com)
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Alessio Anderini

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Faccio cose, vedo gente. Alle cose appartengono il cinema, la musica e l'essere polemico. Alla gente appartengono quelli che mi sopportano. Scrivo per Webeti.

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