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Sep 9, 2019 · 5 min read

Digitally speaking

Evoluzione dei motori di ricerca: il confine sottile tra conseguenze e opportunità

La nostra ricerca online influenza il comportamento dei giganti del digitale che possono interferire con le fonti di cui si servono

2024, il programma di Radio24 condotto da Enrico Pagliarini

Nereo Sciutto, CEO di Webranking, ha parlato dell’argomento anche ai microfoni di 2024, il programma di Radio24 condotto da Enrico Pagliarini.
Per ascoltare il podcast della puntata, puoi cliccare qui.


Quanto i grandi lo siano davvero lo si capisce dal rumore che si attirano da più parti.
Parliamo delle Big Company — detti anche Over The Top o OTT — come Google, Apple, Facebook e Amazon. I giganti made in US che quasi quotidianamente sono oggetto di attenzione da più parti: pensiamo solo alle politiche di protezione dei business europei da quelli americani messe in atto dall’Unione Europea, che ultimamente è arrivata a proporre (per ora solo in un paper a firma della neo-presidente Ursula von der Leyen) un fondo di 100 miliardi di euro per sostenere le imprese su questo lato dell’Atlantico che possano competere con l’aggressività e le dimensioni dei player US e cinesi (se vuoi approfondire, qui l’articolo). Di tutto questo credo parleremo ancora.

Sempre sulla stessa falsariga, è di pochi giorni fa l’ulteriore mossa lato Antitrust UE per “controbattere” l’avanzata di BigG che starebbe espandendo la sua offerta anche al mondo della ricerca lavoro con “Google for Jobs”, avviando un’indagine preliminare per verificare che non stia abusando della sua posizione di leader per favorire il suo servizio a spese dei concorrenti (questa invece la trovi qui).

Il tentativo di costruire giganti del digitale da parte dei governi non è funzionato in passato e quindi probabilmente non funzionerà anche dopo. Non è una questione di fondi a disposizione o investimenti… ma di terreno fertile. Nel contesto europeo non si è creato negli anni un ecosistema dal quale poter generare grandi aziende del digitale. Basti pensare che ci sono molte più startup di valore a Tel Aviv che in tutta Europa. E le cause non sono solo la mancanza di finanziamenti.

È anche vero che quello dei giganti del digitale non è un problema avvertito solo in casa nostra, ma anche “in casa loro”: in US infatti, si è già aperta la polemica politica sullo “spaccare o non spaccare i giant tech”.

Come twittava Rand Fishkin alcuni giorni fa, due candidati alle prossime presidenziali hanno infatti espresso la volontà di dividere le Big Companies per risolvere situazioni percepite di abuso di posizione dominante. Ma il problema — altro punto emerso nel dibattito d’oltreoceano — non sta nel fatto che si sia leader di Search o Social, il problema subentra quando uno di questi si muove spostandosi verso altri settori che, volente o nolente, potrà sconvolgere con i propri mezzi. È il problema di essere dei giganti. A volte in una cristalleria.

Google fra gli altri segue il mantra di offrire la migliore esperienza di utilizzo e navigazione ai suoi utenti, il che lo spinge a dare le risposte alle ricerche il più facili e immediate possibile. Molte di queste risposte vengono ora date in modo immediato in capo ai risultati (esempio ricerca sull’età di Madonna).
Lo scopo è nobile, il risultato efficace. Il side effect però è che sono esplose le ricerche cosiddette “no click” cioè quelle che non portano chi le fa a cliccare almeno su un risultato. Questo perché la risposta è già pronta e disponibile in capo ai risultati. L’entità del fenomeno è tale che a giugno di quest’anno le no-click search hanno per la prima volta superato il 50% di quelle effettuate (stiamo parlando di US).

In questi giorni sono usciti alcuni approfondimenti che indagano su come vengano reperite le fonti dai motori di ricerca. Soprattutto su questo tipo di risposte “secche” che il motore fornisce, non sono presenti le fonti e questo ha generato discussioni.
È verosimile che Google possa avere accesso a dati che poi decide di non indicizzare nelle ricerche “normali” (pensiamo a fonti dati accessibili solo attraverso form o segnali e contenuti social per fare due esempi), oppure potrebbe utilizzare comunque dati che successivamente potranno essere eliminati da chi li ha prodotti. Una volta raggiunti e salvati, anche se rimossi rimangono fra gli asset a disposizione del motore per le sue analisi o risposte.

Come è altrettanto verosimile che una risposta secca sia data dopo aver incrociato differenti fonti che concordano fra di loro. E per questo non se ne può citare una sola a discapito di tutte le altre.

Diverso discorso per la ricerca tradizionale. E lo si vede con un esempio pratico: Google Home è progettato per rispondere alle domande con “secondo il sito x…” citando quindi la fonte da cui raccoglie la notizia e premiando così il primo risultato organico o — meglio — il cosiddetto “risultato zero” cioè il featured snippet. Questo vale per tutte le ricerche che non presentino una risposta chiusa, quelle più informative.

Quello che emerge da tutto questo è riassumibile così: la ricerca è importante, al punto che è il servizio chiave attraverso il quale si usa Internet e se ne sfruttano le potenzialità come medium informativo. Il player to-go è per forza Google e ogni piccola o grande mossa che compie produce effetti rilevanti. Su di noi utenti o su altre aziende che hanno il loro modello di business collegato in qualche modo alla rete. E questo sta generando attenzione. È semplicemente il prezzo da pagare per essere così rilevante e in Google — come in Facebook o Amazon — lo sanno molto bene. A noi sta studiare, capire e adattare i nostri modelli e soluzioni per vivere e lavorare in questa era del cambiamento continuo (purtroppo non sempre per il meglio per noi).


Enrico Pagliarini ha intervistato Nereo Sciutto per 2024, il programma di tecnologia di Radio24. Puoi ascoltare l’intera puntata qui.


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